Ha fatto molto discutere, e continua a farlo, il processo in cui Meta, il colosso dei social media accusato di aver progettato le sue piattaforme per creare dipendenza nei giovani, ha raggiunto un accordo extragiudiziale con 47 Stati americani. Meta verserà fino a 17-18 miliardi di dollari in 10 anni e riscriverà le regole di Facebook e Instagram per i minorenni. Un esito storico nel contrasto a un fenomeno globale che, solo in Italia, riguarda quasi 100.000 adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, secondo un’indagine dell’Istituto superiore di sanità.
Dall’economia dell’attenzione a quella dell’intimità
Il mondo digitale sta infatti diventando sempre più insidioso, non solo per il tempo speso a scrollare: AI e chatbot entrano nella sfera emotiva, proponendosi come amici, confidenti, persino fidanzati virtuali. «Siamo passati dall’economia dell’attenzione a quella dell’intimità» spiega Serena Mazzini, esperta di social media e autrice di La tua solitudine è il nostro business (Rizzoli). Proteggere i ragazzi è quindi un’emergenza ormai indifferibile. Ma quali strumenti abbiamo a disposizione, come famiglie e come società?
Come intervengono gli Stati?
Diversi Paesi ricorrono a leggi e sanzioni. Da dicembre 2025 l’Australia vieta molti social – tra cui Instagram, Facebook, TikTok, Snapchat, YouTube e X – agli under 16. Le piattaforme hanno l’obbligo di adottare misure per individuare e disattivare gli account non autorizzati, ma tanti hanno continuato ad aggirare il blocco, così a giugno 2026 il governo ha deciso di raddoppiare le sanzioni.
La Francia voleva vietare l’accesso agli under 15 e imporre alle piattaforme di verificarne l’età, però ad agosto la legge è stata bloccata dal Consiglio costituzionale, che l’ha giudicata sproporzionata rispetto alla libertà d’espressione e alla tutela della privacy. Verificare l’età di tutti gli utenti avrebbe richiesto una raccolta di dati personali ritenuta eccessiva.
Una vicenda, quella francese, che dimostra quanto sia difficile trovare un equilibrio fra protezione dei minori, diritti individuali e controllo delle identità online. Nei Paesi Ue il Digital Services Act del 2022 obbliga le piattaforme a facilitare la segnalazione dei contenuti illegali e a predisporre tutele specifiche per i minori. Vieta inoltre la pubblicità personalizzata rivolta ai bambini e impone ai maggiori player del settore di individuare e ridurre i rischi sistemici, compresi quelli per la salute mentale dei ragazzi.
Cosa fanno le piattaforme?
Che il problema riguardi il funzionamento stesso delle piattaforme lo ha stabilito anche una giuria di Los Angeles. A marzo di quest’anno ha condannato Meta e Google a risarcire una ragazza, riconoscendo che Instagram e YouTube erano stati progettati in modo da favorire la dipendenza degli utenti. Di fronte a questa pressione normativa le aziende hanno iniziato ad adottare alcune misure.
Quanto a Instagram, ad aprile Meta ha esteso anche in Italia una nuova impostazione predefinita per gli account per teenager ispirata ai criteri di classificazione 13+ dei film: limita automaticamente l’accesso a contenuti considerati non adatti alla loro età, come quelli sessualmente espliciti o violenti. A giugno ha poi annunciato l’estensione delle stesse protezioni su Facebook e Messenger. Facebook e Instagram, inoltre, non consentono ai minori di 13 anni di creare un account e prevedono tutele integrate per gli adolescenti tra i 13 e i 17 anni.
Le misure specifiche per gli Usa
Google oggi consente ai genitori di azzerare completamente il tempo di visione di YouTube Shorts, escludendo il formato se non ritenuto idoneo per i propri figli. L’impegno per la sicurezza dei minori si estende a un ecosistema di strumenti dedicati a un uso consapevole del digitale. Da YouTube Kids, pensata specificamente per i più piccoli, alle esperienze con supervisione calibrate sull’età dei ragazzi, fino all’app Family Link, un pannello di controllo completo per gestire l’attività online della famiglia.
Negli Stati Uniti, nell’ambito del recente accordo siglato con le autorità, Meta ha accettato ulteriori misure specifiche per quel mercato, tra cui limiti di tempo di utilizzo, restrizioni alle notifiche durante l’orario scolastico e limitazioni all’uso notturno delle piattaforme, che si aggiungono alle protezioni per gli adolescenti e agli strumenti di supervisione per i genitori già disponibili a livello globale.

Sono sufficienti i divieti?
Finora la strada percorsa è stata, con varie modalità, quella dei divieti. Secondo Serena Mazzini, però, da soli servono a poco: «I ragazzi usano account con identità o numeri di telefono falsi. E, se blocchiamo una piattaforma, il rischio è che si spostino verso ambienti meno noti e meno protetti». È il limite delle leggi fondate solo sull’età: la soglia è facile da stabilire, ma molto meno da verificare.
Anche l’avvocata Marisa Marraffino, esperta di diritto informatico e autrice di Senza consenso. Vite, solitudini e tribunali nell’era digitale (Zolfo), invita a non cercare soluzioni miracolose: «Alzare il limite anagrafico può sensibilizzare, ma servono prevenzione, protocolli condivisi e collaborazione fra istituzioni».
Un primo imperativo, secondo Mazzini, riguarda i genitori: «Dovrebbero smettere di condividere immagini dei figli piccoli e/o senza il loro consenso: c’è il rischio che siano sottratte e manipolate con l’Intelligenza artificiale». D’altra parte, gli strumenti messi a disposizione delle piattaforme non possono diventare un alibi: la sicurezza dei minori non può dipendere solo dalla capacità delle famiglie di configurarli.
Esistono altri strumenti di difesa?
Il DSA europeo offre contromisure ancora poco conosciute. Chi ritiene che una piattaforma abbia violato il regolamento può presentare un reclamo al Coordinatore nazionale dei servizi digitali, in Italia l’Agcom, segnalando gratuitamente con un form online contenuti illeciti o dannosi, ma anche protezioni insufficienti o verifiche dell’età inadeguate. «Più persone segnalano, più le piattaforme finiscono sotto osservazione» sottolinea Marisa Marraffino.
Se dalla violazione deriva un danno, l’articolo 54 riconosce il diritto al risarcimento. In Italia, l’avvocata sostiene una proposta di legge che prevede il divieto assoluto dei dispositivi digitali fra 0 e 3 anni – periodo per il quale la comunità scientifica concorda sui danni della sovraesposizione – e linee guida nazionali contro le dipendenze digitali, coinvolgendo pediatri, insegnanti e psicologi. «I genitori da soli non ce la fanno e non vanno colpevolizzati. Serve tutto il villaggio» dice. Ma Internet non si ferma ai confini nazionali e per questo, secondo Marraffino, servirebbe una convenzione internazionale sui diritti degli utenti dei social, simile quella di New York sui diritti dell’infanzia. «Regole che cambiano da Stato a Stato producono un mosaico difficile da interpretare e applicare» dice. Tutti gli interventi sono utili, nessuno è sufficiente da solo.