«L’amore non è possesso». Lo ha scandito il parroco di Squinzano, don Vanni Bisconti, nell’omelia ai funerali di Lorena Isceri, la 45enne salentina uccisa a Firenze dall’ex compagno, percossa, rapita, chiusa in un bagagliaio per venti minuti e poi lanciata da un ponte dell’A1, probabilmente ancora viva. Un concetto che il parroco ha rivolto soprattutto ai giovani, gli stessi che oggi chiedono di poter parlare di sesso, relazioni, emozioni e consenso, anche a scuola. A dirlo sono i risultati di un progetto di ANLAIDS, con numeri che arrivano alla vigilia del nuovo anno scolastico.

Che fine fa l’eduzione sessuo-affettiva a scuola?

Il count down per il ritorno sui banchi di scuola è iniziato e in alcuni casi la campanella ha già suonato. Anno nuovo, ma problemi vecchi, o almeno ben noti, scandiscono le ultime ore prima della ripresa delle lezioni, a partire dal nodo dell’educazione sessuale e affettiva. Se lo scorso anno scolastico si era chiuso con un acceso dibattito sull’opportunità di affrontare alcuni temi in classe, il nuovo rischia di non aver risolto i problemi, mentre i casi di femminicidi e violenza giovanile non diminuiscono. Eppure i giovani sembrano avere le idee chiare: di sessualità, emozioni, relazioni, consenso e rispetto vogliono parlare.

I dati non lasciano dubbi: 4 adolescenti su 10 chiedono di approfondire il tema della sessualità, sia per quanto riguarda la sfera riproduttiva e relazionale, sia se si tratta di gestione delle emozioni e dei sentimenti. Lo chiede il 29,9% degli studenti, cioè quasi 1 su 3. Per il 17%, poi, è necessario parlare di consenso e il rispetto di sé, degli altri e delle diversità, mentre per l’11,1% le differenze tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale sono temi sui quali occorre dialogare. A scattare la fotografia di ciò che pensano i giovani è l’Associazione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS ETS-ANLAIS.

Dai rischi per la salute all’educazione affettiva

Come spiega l’Associazione, la prima nata in Italia nel 1998 con l’obiettivo di fermare la diffusione del virus HIV e dell’AIDS e oggi impegnata nella divulgazione ai giovani, quando ragazze e ragazzi incontrano un problema affettivo o sessuale, i primi punti di riferimento sono gli amici (32,4%) e la madre (25%); il 10,2% cerca risposte su Internet, mentre soltanto il 6,4% si rivolge a un medico e lo 0,5% a uno psicologo. Ma qual è, allora, il ruolo della scuola? A indicare i confini entro cui i docenti e gli esperti possono muoversi nell’ambito scolastico è stata la legge 104 del 9 giugno 2026, sul consenso informato in ambito scolastico.

Cosa prevede la nuova legge sul consenso informato

«La nuova legge chiede alle scuole più trasparenza, materiali accessibili alle famiglie e una verifica rigorosa delle competenze degli esperti: principi che ANLAIDS condivide e applica da tempo. Il consenso informato, però, deve rafforzare l’alleanza tra scuola e famiglia, non diventare una barriera all’informazione», spiega Luca Butini, presidente dell’Associazione, che ha realizzato il progetto nazionale ANLAIDS incontra studenti e studentesse, coinvolgendo nell’ultimo anno scolastico 100 scuole – con il 67% degli studenti provenienti da licei – in 7 regioni.

I giovani vogliono sapere

La norma richiede il consenso preventivo scritto delle famiglie – o degli studenti maggiorenni – per le attività che hanno a che fare con i temi della sessualità. Occorre anche una visione preventiva dei materiali offerti agli studenti e le informazioni a loro fornite devono rispettare criteri di precisione su obiettivi, contenuti, modalità ed eventuali esperti esterni. È esclusa, invece, l’educazione sessuo-affettiva per i bambini delle scuole dell’infanzia e della primaria. Ma, come sottolinea ANLAIDS, «I dati ci dicono che i ragazzi hanno domande concrete su prevenzione, relazioni, emozioni e consenso e che, quando ricevono risposte scientificamente corrette in uno spazio partecipativo e non giudicante, le conoscenze crescono e lo stigma si riduce».

Più si conosce, più aumenta la sicurezza

Sul fronte delle malattie sessualmente trasmissibili, per esempio, la quota di studenti che dopo un incontro con gli esperti distingue correttamente HIV e AIDS sale dal 49,6% all’89,9%; la conoscenza delle modalità attraverso cui il virus può essere trasmesso cresce dal 52,9% all’85,5%; quella della Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) dal 32,3% al 51,9%. Dopo aver ricevuto informazioni corrette, il 78,6% sa che l’HIV si cura, ma non si può guarire, contro il 45,8% iniziale. Il tutto si traduce poi in comportamenti sicuri: la quota di studenti che ritiene pericolosi i rapporti sociali con una persona con HIV, ad esempio, scende dal 35,2% al 18,5% dopo aver ricevuto indicazioni adeguate. Lo stesso vale per chi, giustamente, sa che una persona con HIV non è riconoscibile dall’aspetto: convinzione che arriva al 57,7 (dal 18,0% iniziale) dopo un incontro informativo.

Essere educati anche ad affettività e consenso

Se nell’ambito della sessualità i giovani sembrano preoccupati soprattutto da una gravidanza indesiderata (29,2%), un’infezione sessualmente trasmessa (24,3%) e un senso di inadeguatezza (23,3%), il giusto approccio al consenso è diventato un tema centrale: «La curiosità da parte dei ragazzi c’è sempre stata, ma oggi noi stessi non puntiamo più solo sulle informazioni di tipo clinico, come i rischi di infezioni sessuali: il cuore dei nostri interventi è il consenso e il rispetto dell’altro. Anche dai questionari emerge una maggior ansia legata alla sessualità e all’affettività», spiega Butini.

Dalla sfera fisica a quella delle relazioni

La difficoltà, oggi, sta dunque nel passare dalla sfera fisica, delle informazioni mediche, a quella delle relazioni: «Questi aspetti sono diventati centrali e riteniamo che parlarne in classe possa servire come forma di prevenzione nei confronti di comportamenti che poi non avvengono necessariamente a scuola. Le vittime di comportamenti aggressivi aumentano, ma è anche vero che forse segnalano maggiormente gli episodi che subiscono. Diventa imprescindibile, quindi, parlare del consenso dell’altro nell’approccio alle prime esperienze sessuali la ricerca: solo così si possono ridurre i comportamenti aggressivi», sottolinea Butini.

Chi dovrebbe parlare ai ragazzi

Se dell’ambito medico e dei rischi della salute sono chiamati a parlare gli esperti del settore, come infettivologi o altri medici, «i nostri operatori oggi sono anche infermieri, psicologici ed educatori. Di solito intervengono due figure abbinando un profilo professionale differente, per offrire il più ampio ventaglio di esperienze – spiega Butini – Rispetto al passato, inoltre, oggi gli insegnanti restano in classe: prima si pensava che fosse meglio uscissero per non mettere in imbarazzo gli studenti in caso di domande particolari, ma oggi sono coinvolti loro stessi in un percorso di formazione e possono diventare adulti di riferimento per i ragazzi, anche in futuro».