Otto donne sono morte questa estate per mano di un uomo. Non un estraneo, sempre un compagno o un ex. Luigia Fortunato è stata uccisa con 50 coltellate al culmine di una lite; Tania Sperindio è stata finita a martellate; Dafne Rebaudo è stata spinta da un balcone; Tania Terrin è stata strangolata sul divano di casa; Ornella Forastefano è stata picchiata a morte e abbandonata davanti all’ospedale; Joanna Rouissi è stata accoltellata nel suo appartamento davanti al figlio più piccolo; Carmela Bifano è stata presa a sassate e ritrovata in un agrumeto.

Mi scuso per la brutalità con cui snocciolo nomi e modalità con cui sono state ammazzate, ma ci tengo a sottolineare il grado di crudeltà. La disumanità dei loro carnefici. Di queste donne probabilmente non ricordiamo più nemmeno i volti che abbiamo visto sul giornale. Ormai sono solo numeri che ingrossano le statistiche da commentare a fine anno. Ma ci ricorderemo per sempre di Lorena Isceri, del suo bel viso mediterraneo, del suo sorriso sicuro. Non perché la sua morte abbia più valore delle altre, ma per la dinamica con cui è avvenuta e il senso di frustrazione che ci ha lasciato addosso. Poteva salvarsi.

Lorena, una come noi

Lorena aveva 45 anni, un bel lavoro a Firenze, una famiglia unita e un fidanzato che non amava più. Aveva scoperto un suo tradimento, per questo lo aveva lasciato. Avevano tentato una riconciliazione, ma lui era diventato aggressivo. Ad agosto era scesa dai parenti in Puglia perché aveva paura. Federico non si rassegnava alla fine della relazione e non la lasciava in pace. Quanti femminicidi hanno questo movente. Ormai la trama è collaudata. Ma lei non voleva metterlo nei guai con una denuncia. A posteriori fa ancora più rabbia l’uso di quella premura.

L’appello del padre

Lorena è stata legata, chiusa nel bagagliaio di un’auto e buttata da un cavalcavia. È riuscita, in quei 20 minuti di tragitto sull’A1, a chiamare il 112. Ma non ce l’ha fatta a sottrarsi a un atroce destino. L’autopsia ha rivelato che probabilmente era ancora viva quando è precipitata nel vuoto mentre interveniva la polizia.

Ora resta solo lo strazio dei familiari e l’appello di un padre che deve trovare un senso a questa fine. È quello che ha permesso anche a Gino Cecchettin di non affondare. Rendere la morte tremenda, ingiusta, intollerabile di una figlia lo sprone perché accada qualcosa. Affinché nessun’altra donna e nessun altro padre o madre o figlio o fratello possano rivivere la stessa tragedia.

La nostra road map contro la violenza

Tre anni fa abbiamo lanciato il progetto Libere e Uguali. Per una nuova idea di parità con l’obiettivo di fare qualcosa di pratico e incisivo contro la piaga della violenza di genere. Da quel proposito è nata una Road Map con 25 proposte concrete, risultato del confronto con persone esperte della materia e già operative in vari campi, dalla giustizia all’associazionismo, dalla cultura alla politica. Un documento consegnato alla premier Meloni e consultabile da chiunque sul nostro sito.

Le leggi non bastano

Lo riprendiamo in mano oggi, dopo l’appello alle istituzioni di Franco Isceri, padre di Lorena, perché facciano di più per fermare questo scempio. Non solo con le leggi, che sono senz’altro utili ma non sempre efficaci, ma facendo educazione nelle scuole, supportando i centri antiviolenza, cambiando la cultura che produce mostri. Mostri con la faccia da bravi ragazzi, cittadini comuni, al di sopra di ogni sospetto. Perché la violenza abita il nostro quotidiano, non è frutto di un raptus, come ci ricorda la giudice Paola Di Nicola Travaglini nel suo ultimo libro, Era tanto un bravo ragazzo. È figlia di un sistema di valori che da secoli pone le donne a un gradino più basso, legittimando, in modo sommerso o manifesto, comportamenti di dominio e di controllo che le svalutano, come se fosse normale. È lì che bisogna intervenire. Alla radice.

Bonificare anche la rete

Un lavoro immane e necessario, da fare a tutto campo. In ogni contesto in cui la malerba può proliferare. Per questo il prossimo obiettivo di Libere e Uguali è “bonificare” il mondo digitale. Lo facciamo innanzitutto con un grande sondaggio affidato a Ipsos Doxa – a cui ognuna di voi può partecipare (come, lo spieghiamo nel numero ora in edicola) – che mira a capire quanto è diffusa la violenza in Rete, che forme prende e come si può fermare. Poi stilando una Carta dei diritti, che ponga dei paletti e definisca delle responsabilità. Ci stiamo lavorando. Continuate a seguirci.