Dopo i recenti suicidi di due donne in carcere, parla Daniela De Robert, componente dell’Autorità Garante per i diritti dei detenuti, che lancia una proposta

A pochi giorni da suicidio di due detenute nel carcere delle Vallette di Torino, il tema del sovraffollamento delle strutture penitenziarie italiane resta in primo piano. «Ogni suicidio è una sconfitta per lo Stato, per la giustizia e mia personale», ha commentato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dopo la morte di Susan John, la donna nigeriana di 43 anni lasciatasi morire di fame e di sete, e di Azzurra Campari, la 28enne italiana trovata impiccata nella sua cella.

Le donne in carcere hanno meno diritti

Il Ministro Nordio ha anche avanzato una proposta per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri, ipotizzando di ristrutturare «entro tempi ragionevoli edifici dismessi, magari delle caserme», e assumendo contemporaneamente nuovo personale, che non sarebbe sottratto alle strutture già esistenti», ha spiegato il Guardasigilli. Ma i numeri raccontano di una situazione drammatica, per la quale l’Italia è già finita sotto accusa da parte del Cpt, l’organo anti-tortura del Consiglio d’Europa. E dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale arriva un monito: «Le donne nelle carceri sono una minoranza quantitativa, ma anche qualitativa, nel senso che a loro sono offerte anche meno possibilità di attività all’interno delle strutture, che invece dovrebbero essere luoghi di recupero, come afferma la Costituzione».

Carceri sovraffollate oltre i limiti

Come emerso dalle ispezioni del Cpt, il principale problema delle carceri italiane è proprio il sovraffollamento, che avviene quando il 90% dei posti è già occupato. «I dati aggiornati indicano che la popolazione carceraria complessiva in Italia è di 58.047 persone, per una capienza teorica di 51.350 posti, dunque già in esubero. Ma molte case circondariali sono interessate da lavori o ristrutturazioni, quindi i posti disponibili scendono a 47.521. Significa che in media c’è un sovraffollamento pari al 122%», spiega Daniela De Robert, componente del Collegio dell’Autorità Garante dei diritti dei detenuti.

Dove il carcere è più affollato

Il ministro Nordio, nella sua visita alle Vallette all’indomani del duplice suicidio, aveva incontrato il Garante dei detenuti, che aveva sottolineato l’urgenza di un intervento per risolvere il problema dell’affollamento nelle carceri. «Sicuramente c’è un problema di numeri, ma anche di distribuzione sul territorio. Al momento le regioni dove la situazione è più critica sono la Puglia (che con la Basilicata è amministrata da un provveditore unico), con oltre il 150% di occupazione dei posti; a seguire si trova la Lombardia, con oltre il 145% e la Campania, con il 123%. Per paradosso in Sardegna si registra l’88%, dunque una condizione di sottoccupazione – chiarisce De Robert – Anche all’interno dei reparti non c’è una distribuzione omogenea, perché ad esempio ci possono essere sezioni femminili con poche detenute, all’interno di carceri a prevalenza maschile e sovraffollate. Lo stesso vale per reparti per detenuti protetti». A proposito delle donne, poi, esiste un’altra criticità.

Quante sono le donne nelle carceri

«Complessivamente le donne detenute sono 1.488, pari al 4% della popolazione carceraria italiana, distribuite in 49 sezioni femminili all’interno di case circondariali miste (ma di fatto a prevalenza maschile) e 4 istituti esclusivamente riservati a donne: sono quelli di Rebibbia a Roma, di Trani, Pozzuoli e della Giudecca a Venezia», chiarisce la rappresentante del Garante. Sarebbero una minoranza, dunque, ma è come se scontassero una “doppia pena”: «Fatta eccezione per il carcere di Rebibbia, che non solo è quello femminile più grande d’Italia, ma anche d’Europa e ospita circa 3/400 donne, per gli altri istituti a prevalenza maschile non c’è di fatto un’adeguata offerta di attività per le detenute. Mi riferisco al grosso problema del tempo vuoto che viene trascorso in carcere, il cui compito – non dimentichiamolo – è rieducativo e di reinserimento sociale, come previsto dalla Costituzione», prosegue De Robert.

Le donne scontano una “doppia pena”: gli stereotipi contro di loro

Il problema nasce anche in questo caso dai numeri: «Nella maggior parte dei casi alle donne viene data la possibilità di svolgere attività che si limitano al beauty o all’uncinetto: non è detto che piaccia a tutte, ma soprattutto che possibilità di reinserimento sociale o lavorativo offre? Non può essere l’unica alternativa: perché non pensare a un corso di alfabetizzazione per detenute straniere o di informatica per tutte, dal momento che ormai anche per fare la commessa occorre una conoscenza di base in questo settore?», chiede De Robert.

Nonostante la forte presenza di personale femminile nella polizia penitenziaria, nel personale educativo e nei ruoli apicali («le direttrici di carceri sono il 70%») è ancora difficile introdurre un cambiamento: «C’è una fortissima stereotipia al maschile, di stampo antico, che fa sì che il carcere sia un luogo neutro solo in linea teorica. La soluzione potrebbe essere la creazione di classi miste, perché per le attività comuni anche il personale di sorveglianza è già misto, come la maggior parte degli educatori e volontarie», spiega ancora la rappresentante del Garante. Non solo: «Purtroppo le donne sono spesso colpevolizzare due volte e scontano una doppia pena: oltre a quella per le azioni illegali che hanno compiuto, non sono ritenute buone madri. Questo non accade ai padri», aggiunge Diana De Marchi, presidente della Commissione Pari Opportunità del comune di Milano. 

Record di suicidi

Se il doppio suicidio alle Vallette ha riguardato donne, il problema delle morti in cella spinge a trovare una soluzione per tutta la popolazione carceraria. Nel 2022 si sono registrati 84 suicidi negli istituti penitenziari italiani, il numero più alto dal 1990, cioè da quando è iniziata la raccolta dei dati. Significa che lo scorso anno si è suicidato un detenuto ogni quattro giorni e mezzo, secondo l’associazione Ristretti orizzonti, monitora la situazione nelle carceri. In generale, si sono tolte la vita 15,2 persone in cella ogni 10mila. Si tratta di un dato più alto rispetto alla media europea di 10,43, secondo l’organizzazione spagnola Civio. Anche rispetto ai suicidi tra la popolazione generale italiana, quelli in carcere sono 20 volte maggiori.

Le donne che si tolgono la vita e la lettera del magistrato

Secondo un’analisi del Garante dei detenuti, pubblicata lo scorso dicembre quando i suicidi erano 79, è donna il 6% di chi ha deciso di porre fine alla esistenza in carcere. In 6 casi su 10 si tratta di persone italiane. Il numero maggiore di suicidi (avvenuti in 55 strutture su 190 su tutto il territorio italiano) si è verificato a Foggia con 5 casi, 4 sono avvenuti a Milano San Vittore e Firenze Sollicciano, seguite da Roma Rebibbia e Roma Regina Coeli, con 3 episodi. «La donna nigeriana suicida alle Vallette si è lasciata morire di fame e stenti, l’altra si è impiccata. Sono casi eclatanti, ma ricordiamoci che già lo scorso anno un magistrato scrisse una lettera aperta, all’indomani del suicidio di un’altra donna, dicendo di aver commesso un errore, di non essersi reso conto che si trattava di una persona fragile: è responsabilità di tutti farsi carico del problema, senza limitarsi a gridare allo scandalo quando accadono casi del genere», dice De Robert. Ma come?

Servono strutture intermedie gestite sul territorio

«Le misure alternative esistono e occorrerebbe avvalersene di più, per ridurre gli ingressi in carcere e facilitarne le uscite, senza far venire meno la sicurezza, ad esempio creando strutture intermedie sul territorio, gestite dagli enti come Comuni, Regioni o terzo settore. Non occorrono nuove mura di cinta o filo spinato, ma più permeabilità con la società civile, come prevede l’art.17 della Costituzione. Occorre un maggiore scambio e che il territorio intercetti di più le situazioni critiche, prima che queste portino a reati e carcerazione», propone De Robert.

L’esempio virtuoso di Milano

Di esempi virtuosi in realtà ne esistono, come quelli dell’Icam e della Casa famiglia Ciao, a Milano: «L’Icam, l’Istituto a custodia attenuta per le detenute madri, è nato nel 2006 in via sperimentale, da una convenzione tra il Comune di Milano, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e il Tribunale per i minorenni: lo scopo è far sì che le madri possano avere un’alternativa alla carcerazione, in modo da tenere i figli con sé. L’iniziativa ha avuto successo ed è diventata un modello a livello nazionale. Sempre sul nostro territorio c’è anche la casa famiglia Ciao, che ha le stesse finalità. Si tratta di realtà importanti che possono essere replicate in altre regioni, per questo abbiamo sollecitato la Commissione Giustizia in Parlamento, affinché siano acquisiti i dati regionali delle case famiglia presenti in tutta Italia», spiega Diana De Marchi, che grazie alla delega al Lavoro e Politiche sociali della Città metropolitana di Milano, ha lavorato alla riattivazione dello sportello Lavoro e Diritti presso gli istituti penitenziari milanesi. Lo scopo è proprio promuovere attività che facilitino il reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti e permettere di conoscere i loro diritti.

Quali misure alternative esistono

Le alternative alla cella oggi sono rappresentate dalla semilibertà (si esce di giorno per svolgere attività lavorativa, di studio o volontaria, per poi tornare a dormire in carcere); l’affidamento in prova ai servizi sociali (dopo l’attività autorizzata dal magistrato di sorveglianza e dalla direzione, non occorre tornare in carcere); la detenzione domiciliare, sia precedente che successiva al processo. «Quando nel 2013 l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a causa del sistema penitenziario da riformare, si era aperta la strada a misure come la possibilità di scontare gli ultimi due anni di pena ai domiciliari. Ma di fatto ciò non è possibile per chi, per esempio, non ha una casa o un lavoro, oppure ha un pregiudicato in famiglia: si tratta di persone in povertà economica, culturale e relazionale».

La responsabilità della società

«Oltre ai limiti del carcere inteso come istituzione in sé, non bisogna dimenticare le responsabilità della società. Ci preoccupiamo quando un bambino finisce in carcere con la madre, ma non pensiamo a quanto accaduto a Roma nel 2016, quando è stata inaugurata la prima e unica casa famiglia, ricavata da una villa sequestrata alla criminalità. Gli abitanti non la volevano, perché temevano per la sicurezza, per il deprezzamento delle loro case e perché non gradivano che i loro figli potessero frequentare quelli delle detenute. È per questo che insisto: occorre smettere di pensare che il carcere sia un luogo a sé. Le morti che vi sono avvenute devono far interrogare tutti».