La parità di genere resta un traguardo lontano. Secondo l’Osservatorio Rita Levi-Montalcini Svimez – W20, che rielabora dati del World Economic Forum, il divario globale è stato colmato solo per il 68,8%, con un miglioramento minimo rispetto all’anno precedente.
Di questo passo, serviranno ancora 123 anni per raggiungere un equilibrio reale tra uomini e donne. Un dato che sintetizza quanto il cambiamento proceda lentamente. E l’Italia, pur con alcuni segnali positivi, continua a scontare ritardi strutturali soprattutto nel lavoro, dove le disuguaglianze restano profonde e diffuse.
Global Gender Gap: a che punto siamo nel mondo
Il Global Gender Gap 2025 evidenzia un progresso molto lento. Il divario di genere a livello globale è colmato al 68,8%, con un incremento di appena lo 0,3% rispetto all’anno precedente. Questo significa che resta ancora da recuperare il 31,2%.
I dati mostrano una realtà molto disomogenea. Alcuni ambiti sono vicini alla parità, mentre altri restano fortemente squilibrati. Nell’istruzione e nella salute, il divario è quasi colmato, con valori superiori al 95%.
Molto diversa la situazione nel lavoro. La partecipazione economica si ferma al 61%, segnalando una distanza ancora ampia tra uomini e donne. Ancora più critico è il dato sul potere politico, dove la parità si ferma al 22,9%: un dato che indica una presenza femminile ancora molto limitata nei luoghi decisionali.
Italia nel Global Gender Gap: posizione e divari territoriali
Nel ranking globale, l’Italia si colloca all’85esimo posto. Tra i Paesi del G20, invece, si posiziona all’11esimo. Un risultato che evidenzia i ritardi strutturali e culturali del nostro Paese, con una percezione del gender gap sul lavoro che in Italia è ancora lontana dalla media Ue.
Le differenze territoriali sono molto marcate. In cinque regioni del Mezzogiorno – Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania – i tassi di inattività femminile superano quelli di occupazione. Questo avviene anche escludendo le donne inattive per motivi di studio.
Lavoro femminile, il fenomeno del part-time involontario
Il lavoro rappresenta la principale area di criticità. In Italia il part-time involontario raggiunge livelli molto elevati. Una lavoratrice su due sarebbe disponibile a lavorare a tempo pieno.
Nel Mezzogiorno, il fenomeno riguarda il 63,6% delle donne occupate part-time. Nel Centro-Nord la quota scende al 40,7%, ma resta comunque alta. La media europea si ferma al 20,9%, un valore nettamente inferiore.
Il part-time femminile si concentra in alcuni settori specifici. Turismo e ristorazione coinvolgono il 45,6% delle lavoratrici part-time. I servizi alle persone arrivano al 46,2%, mentre quelli alle imprese al 37,2%. Anche il commercio registra una quota rilevante, pari al 38,6%. Dati mostrano una forte concentrazione in ambiti caratterizzati da maggiore precarietà e minori possibilità di crescita.
Stipendi e pensioni: quanto guadagnano le donne in meno rispetto agli uomini
Mentre l’Unione europea sta cercando di ridurre il gender pay gap con misure ad hoc, le differenze retributive nel nostro Paese fra donne e uomini restano diffuse. Nei contratti a termine, il gap salariale varia dal -16% nel Nord al -20% nel Sud.
Nei contratti a tempo indeterminato, la distanza è ancora più ampia e stabile, con un divario del -28%.
Anche le retribuzioni giornaliere evidenziano differenze nette. Nel Centro-Nord gli uomini guadagnano in media 120 euro al giorno, contro gli 88 euro delle donne. Nel Sud e nelle Isole, i valori scendono a circa 90 euro per gli uomini e 65 euro per le donne.
Le differenze aumentano nelle qualifiche più basse. Tra le operaie, il gap arriva al -40% nel Nord e al -45% nel Sud.
Queste disuguaglianze si riflettono anche nel lungo periodo. L’assegno pensionistico femminile risulta inferiore del 44% rispetto a quello maschile.
Più istruite ma meno presenti nei settori chiave e nella politica
Nei Paesi del G20, le donne tra i 25 e i 34 anni sono mediamente più istruite degli uomini. La quota di laureate raggiunge il 45,5%, contro il 37,7% maschile.
In Italia, il dato è più basso ma mantiene lo stesso squilibrio. Le donne laureate sono il 38,5% (mentre gli uomini si fermano al 25,5%), ma nel Mezzogiorno la quota scende al 30,9%.
Nonostante questo vantaggio formativo, le donne restano sottorappresentate nei settori Stem e Ict. Si tratta degli ambiti più strategici per il futuro del lavoro.
Anche nella politica emergono differenze. Nel 2024, il 54,1% degli uomini si informa settimanalmente di politica, contro il 42,5% delle donne. Il divario cresce nell’informazione quotidiana, con il 27,6% degli uomini e il 19% delle donne.
La presenza femminile in Parlamento si attesta al 32%, collocando l’Italia all’ottavo posto tra i Paesi del G20. A livello regionale, però, le differenze sono marcate. Si passa dal 42% dell’Umbria al 9% della Valle d’Aosta, passando per il 14% della Calabria e il 12% della Puglia.