La storia di Linda, 46 anni

La scelta di diventare madre è arrivata a 40 anni, quando la mia vita era finalmente piena e volevo condividerla con un figlio. A Milano è normale sentir parlare di gravidanze tardive, ma il giorno in cui ti siedi davanti a un medico vedi le porte chiudersi una dopo l’altra.

Mi ritenevo in cuor mio una specie di eroina per aver sconfitto una malattia congenita, eppure avevo buone probabilità di fallire nell’impresa più naturale al mondo. Ci sono donne che danno alla luce figli senza sforzi, in situazioni di insicurezza e disagio. Io, per sperare di diventare madre, avrei dovuto prendere aerei, sottopormi a trattamenti estenuanti, trafiggermi di iniezioni: al lavoro tra una riunione e l’altra, persino in albergo il giorno dopo le nozze.

Mi sentivo difettosa.

Sei anni che piango a ogni compleanno: in un percorso di Procreazione medicalmente assistita il tempo è un nemico. Tutto è funzionale all’obiettivo: nutrizionista, agopuntura, terapia psicologica, calendario, mestruazioni, ovulazione. Ho sviluppato un’ossessione per pance, passeggini, neonati, ciucci: ne ho una decina, trovati per terra, come segni divini. Mi sono fatta tutti i giri delle Madonne: due volte a Napoli per sedermi sulla sedia di Santa Chiara, ogni volta era chiusa, avrebbe dovuto dirmi qualcosa. Mio marito ha avuto due figli a 30 anni. Nel frattempo ne erano trascorsi altri 30. Eppure hanno ispezionato me con ogni tipo di indagine, risparmiando lui, a dispetto di esami non perfetti. La virilità di un padre non è in discussione.

I tentativi falliti e il peso del giudizio

Il primo tentativo andò bene: i valori ormonali nel sangue dicevano che ero incinta. Ero al lavoro quando mi chiamò la dottoressa: «Signora, ha avuto una biochimica». Non sapevo nemmeno cosa fosse: è un aborto così precoce che si vede solo dalle analisi.

Succede a una donna su dieci, dissero: in quei momenti i numeri ti cambiano la vita, soprattutto superati i 35 anni, quando entri nella zona delle percentuali negative.

Ci siamo anche rivolti a un andrologo, non lo scorderò mai. Prima ancora di visitarlo, squadrò mio marito e mi disse: «Questo mette incinta una 20enne con lo sguardo». Testuale. Avremmo scoperto che sbagliava, ma la sua frase confermava ciò che già sentivo addosso. Hanno continuato a sperimentare su di me: quattro tentativi con i miei ovociti. Altre biochimiche, una dopo l’altra. Ho insistito fino ai 42-43 anni con l’omologa, finché l’ospedale che mi seguiva, il centro con i migliori risultati in Italia, ha smesso di prendermi in carico.

Ero ancora lontana dal limite di 46 anni, ma abbassavo la media di successo. Approdai in un altro ospedale, seguita da un grande medico, un “filosofo”, come lo chiamo io. Con lui ho fatto un altro tentativo fallito, ma sono tornata a essere una persona, non un numero. Intanto cominciavo a contemplare l’idea dell’eterologa: avrei pure rinunciato alla mia genetica, riflettevo, ma mai avrei fatto a meno del Dna di mio marito. Io mio figlio l’avrei portato in grembo, ma dell’uomo che amavo cosa sarebbe rimasto? Sentendomi ragionare così, il mio psicologo ebbe un sussulto.

L’eterologa, la speranza e una scelta ancora aperta

Abbiamo infine optato per la Spagna. Lì hanno individuato nello sperma di mio marito un Dna molto frammentato: dopo anni di calvario e tre tentativi con donatrici diverse, giovani e fertili, scoprivamo che il problema era anche suo. Restai comunque incinta, ma alla prima ecografia imparai il significato di “aborto ritenuto”: il corpo continua a credere alla gravidanza anche se l’embrione ha cessato di crescere. In Italia mi sottoposero a un’interruzione di gravidanza farmacologica. La dottoressa, sentito il mio percorso, mi fulminò: «Cosa le hanno promesso in Spagna, alla sua età?».

Con una pillola mi toglieva il mio sogno e mi giudicava come se quella sofferenza fosse colpa mia. Il giudizio non ti abbandona mai: per l’età, gli ormoni, perché ti ostini o non ti impegni abbastanza. È il filo rosso di queste storie, insieme all’accanimento sul corpo. Compiuti i 60 anni, mio marito ha detto basta. Ora sappiamo che per aggirare il problema servirebbe una doppia donazione: di ovociti e di seme. È un altro step enorme e siamo stanchi, questa battaglia sta facendo troppi feriti. Dobbiamo riprendere le fila e capire cosa vogliamo.

Un donna stesa a letto si tiene una mano sulla pancia
Foto Giorgio Trovato_Unsplash

Anche questa è discriminazione

In Italia la Pma è ancora avvolta da ipocrisia e stigma. Lo dimostrano l’accanimento sul corpo femminile, le spese proibitive, l’esclusione delle single. Quando la tratteremo per ciò che è? Un’espressione del diritto alla salute sancito dalla Costituzione. La storia di Linda è la cartina tornasole di una società che tratta ancora la salute riproduttiva femminile con un misto di stigma e indifferenza. Il prisma attraverso cui leggere l’odissea delle circa 15.000 coppie che ogni anno in Italia – secondo un’indagine del network Demetra-IVIRMA – avrebbero bisogno di cure per l’infertilità e del 42% di quelle, tra costoro, che effettivamente accede ai trattamenti. Ma la politica tende spesso a trattare il tema come un’emergenza etica anziché sanitaria, e a pagarne il conto sono quasi sempre le donne.

Se ne parla quando è tardi, mai in chiave preventiva. «Le donne arrivano a cercare una gravidanza tra i 38 e i 40 anni, quando le probabilità di concepimento sono già basse. Poche ragazze sanno della possibilità di congelare gli ovociti, quando sarebbe facile diffondere l’informazione con i social, come per la vaccinazione per prevenire il tumore al collo dell’utero» spiega Giulia Colombo, ginecologa specialista in Medicina della riproduzione.

«Il problema, quando si discute di Pma, è che spesso il tema della sterilità e dell’infertilità non è adeguatamente considerato nella dimensione di patologia di coppia, con evidenti conseguenze sul diritto alla salute, garantito quale “diritto fondamentale” dall’articolo 32 della Costituzione» nota Costanza Nardocci, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano. A ciò si aggiunge il fatto che «in Italia vige ancora un forte stigma sociale e politico su tutto ciò che riguarda l’infertilità e la riproduzione assistita» conferma Tullia Penna, ricercatrice in Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. «Io lo leggo come un problema spiccatamente culturale: un’incapacità strutturale da parte delle istituzioni e della politica di riconoscere il vissuto femminile».

Il costo della Pma continua a ricadere soprattutto sulle donne

La prima versione della Legge 40, che dal 2004 regola la materia, incarnava questo peccato originale: un testo, tra i più restrittivi in Europa, nato per far ordine nel Far West delle tecniche riproduttive più che per tutelare la salute delle pazienti. «La legge aveva ai tempi contenuti assolutamente inadeguati a quella che è la conoscenza della biologia riproduttiva» riconosce Colombo.

Vent’anni di sentenze della Corte Costituzionale ne hanno progressivamente smontato l’impianto: nel 2009 cadono l’obbligo di creare al massimo tre embrioni e il divieto di congelarli, nel 2014 l’ostacolo alla fecondazione eterologa, nel 2015 è ammessa la diagnosi pre-impianto per le coppie fertili portatrici di malattie genetiche. Resta per ora ferma l’esclusione delle single o delle coppie dello stesso sesso.

Eppure il Parlamento non è mai intervenuto su quel testo, determinando una scissione tra il suo dettato e la realtà clinica. Nemmeno l’inclusione a fine 2024 della Pma nei Lea, i Livelli essenziali di assistenza, ha sanato i nodi strutturali. «La sanità in Italia è gestita a livello regionale, con logiche di costi differenti e liste d’attesa che superano i 6-9 mesi» dice Penna. «More burocratiche che il countdown biologico di molte pazienti non può permettersi: perdere un anno può significare il fallimento definitivo».

Il corpo delle donne continua a sostenere il peso della Pma

Tale frammentazione svela l’ipocrisia di un percorso che le istituzioni continuano a narrare come “di coppia”, nota ancora Penna, «Ma il gender bias è macroscopico. Per un uomo, l’atto di raccogliere e conservare i propri gameti è semplice, privo di impatto sul corpo. Per la donna comporta bombardamenti di ormoni, interventi chirurgici in anestesia, carichi fisici e psicologici enormi. La legislazione e la società continuano a discriminare l’esperienza femminile legata alla riproduzione». Nardocci conferma: «Pure di fronte a un uomo con uno spermiogramma non ottimale si interviene sul corpo della donna con cicli serrati di stimolazioni fatti di iniezioni quotidiane e terapie ormonali pesanti a livello sia fisico che psicologico».

Persino l’autodeterminazione, in alcuni casi, rischia di essere circoscritta. «Può verificarsi che l’impianto avvenga utilizzando embrioni con ridotta probabilità di attecchimento senza che la donna abbia espresso il proprio consenso in modo pienamente informato, col rischio di gravidanze difficili oppure aborti, che, ancora una volta, incidono sul diritto alla salute riproduttiva femminile».

Discriminazione di genere e disuguaglianza economica

«L’accesso alla diagnosi genetica pre-impianto dal 2015 dovrebbe essere garantito» dettaglia Nardocci. «Nella realtà accade che spesso tale prestazione venga effettuata solo o prevalentemente da centri privati. Lo stesso vale per i farmaci: in Lombardia sono passati dal Ssn quelli per la crescita dei follicoli, ma non i cosiddetti “antagonisti”, che bloccano la maturazione degli ovuli prima del pick up e che, nel 2023, raggiungevano un costo di circa 250 euro a ciclo». Nardocci collega ostacoli economici e invasività delle cure a un’altra interdizione della Legge 40: «L’articolo 13 vieta la ricerca sperimentale in Italia sugli embrioni umani, circostanza che compromette la ricerca esponendo le donne a trattamenti non avanzati».

Questo e l’esclusione di single e coppie omosessuali alimenta una mobilità transfrontaliera che per Tullia Penna «pone un tema gigantesco di equità d’accesso: diventare madri in Italia è diventato un privilegio di classe».

Dalle banche estere arriva anche la stragrande maggioranza di ovociti e spermatozoi, dal momento che il nostro Paese vieta anche i rimborsi ai donatori, facendo ulteriormente lievitare i costi. In tale scenario la crioconservazione volontaria degli ovociti, il social freezing, rischia di tradursi da risorsa di prevenzione – per quanto a costi elevati – in alibi.

«Più che una forma di libertà, per le donne non fare un figlio da giovani è ancora una scelta condizionata dalla precarietà sociale e lavorativa e dall’assenza di tutele» ammonisce Penna.

Tra lavoro e isolamento

l mondo del lavoro pretende infatti produttività e silenzio: i congedi (circa 20 giorni) coprono solo la stimolazione fino al transfer post-pick up, spiega Nardocci, e non l’arco temporale delle terapie ormonali sostitutive pre-transfer di embrioni congelati. Per le lavoratrici autonome, poi, le garanzie sono zero, puntualizza Penna. Non solo. In Italia latita l’attenzione alle specifiche patologie legate alla salute femminile e riproduttiva e manca un riconoscimento culturale e giuridico del lutto perinatale che dia dignità e visibilità al vissuto femminile. Un isolamento che incoraggia il drop out: tra il 20 e il 50% delle coppie lascia dopo il primo fallimento.

I diritti negati alle donne single e alle coppie di donne

La dottoressa Colombo – ingegnera approdata alla medicina dopo aver attraversato lei stessa un percorso di Pma che l’ha convinta ad approfondire il tema della salute riproduttiva – attribuisce parte della responsabilità alla frenesia dei centri pubblici, in cui i medici non hanno il tempo di accogliere la complessità psicologica e fisica delle singole pazienti: «È il sintomo della perdita di fiducia e del senso di solitudine di chi non si sente presa in carico e tutelata». Di fronte alla paralisi istituzionale, la società civile continua a invocare diritti dal basso: la proposta di legge di iniziativa popolare “Pma per tutte” promossa dall’Associazione Luca Coscioni, che chiede l’accesso alle single e alle coppie di donne, ha già raccolto oltre metà delle 50.000 firme necessarie, mentre nel 2025 altre due sentenze della Corte Costituzionale hanno sancito che non vi sarebbero ostacoli costituzionali a tale riconoscimento. Un’altra picconata all’orizzonte per la Legge 40?

Abbiamo speso 50.000 euro (Antonella, 47 anni)

Ci sono voluti anni di dolori e nove ginecologi perché mi venisse diagnosticata, 30enne, un’endometriosi al quarto stadio. Eppure, quando ho iniziato a cercare una gravidanza, mi hanno trattata come una donna sana, facendomi sprecare un anno prezioso: i tentativi con i miei ovociti sono falliti. Siamo dunque approdati all’eterologa, ma col Ssn sono riuscita a fare solo i pick up e i transfer. Per visite e monitoraggi ho dovuto ricorrere al privato, perché l’orologio del corpo corre più veloce delle liste d’attesa del pubblico: in 7 anni abbiamo speso tra i 40 e i 50.000 euro.

Al lavoro non ho mai detto niente: se chi vuole un figlio è guardata con sospetto, va peggio a chi s’avventura nel campo minato della Pma. Portavo le siringhe e, chiusa nei bagni, mi facevo le iniezioni nella pancia. È una solitudine che ho sperimentato fino all’ultimo centro, gestito da una ginecologa illuminata, consapevole delle connessioni tra psiche e corpo che sfuggono alle statistiche. Oggi mio figlio ha 6 anni, sa che ho una malattia e che una donna speciale ci ha aiutati ad averlo. Quando sarà abbastanza grande, gli dirò tutta la verità.

Sono andata all’estero perché vedova (Serena, 35 anni)

Mio marito è scomparso precocemente 4 anni fa. Non ho mai cercato un altro compagno, ma il desiderio di un figlio è rimasto lì, intatto. Quando ho deciso di provarci, mi sono scontrata con la realtà: in Italia la Pma è vietata alle donne sole. Se anche avessimo avviato un percorso insieme prima, quegli embrioni sarebbero rimasti congelati in un limbo: la legge vieta di impiantarli dopo la morte del partner.

Così ho prenotato un volo per Copenaghen. Fa impressione pensare che questo è un diritto consentito in 32 Paesi europei – tra cui anche la Francia e la Spagna, così vicine a noi per tanti aspetti – mentre io ho dovuto lasciare l’Italia per aggirare domande e divieti. Mi è costato tanto, ma ho un buon lavoro e il salvagente di un’eredità dall’uomo che amavo. Oggi mia figlia ha pochi mesi. Quando la guardo dormire sento che siamo già una famiglia, che crescerà attorniata da un “villaggio” di persone affettuose. E ricaccio indietro la rabbia per l’ipocrisia di un sistema che proibisce a una donna di dare la vita senza un uomo accanto.