Si possono avere 195mila followers su Instagram e quasi nessun amico o amica in carne e ossa? E come si può fare contemporaneamente l’influencer di successo, dunque così visibili sui social, e intanto il tempo “rintanati” in casa, mordicchiando una pizza surgelata in salotto, accoccolate sul divano, da sole? A quanto pare è assolutamente possibile e neppure così raro: un esempio è quello di Lana Isa, 24 anni di Toronto: a lei e molte altre come lei (uomini compresi)The Atlantic dedica un lungo articolo perché i solitude influencers che pare stiano riscuotendo sempre più successo.

Solitude influencers in aumento

Quella di Isa, dunque, è solo una storia tra le tante: quelle di chi fa il creator sulle piattaforme, ma nella vita privata si è “creato” uno spazio tutto per sé, lontano dai riflettori e persino dagli amici. Si tratta di persone quasi sempre single che, come Isa posta scatti su Instagram nei quali il suo viso non compare rigorosamente mai. In compenso nella sua bio ci tiene a precisare il suo “mantra”: «Nnc with no friends and no complains». Gli hashtag più frequenti sul suo account, non a caso, sono #cozyathome, #introvertdiaries e #alonenotlonely. Una differenza non da poco.

Solitude vs loneliness

Se la solitude è – almeno nel suo caso e in chi la pensa come lei – una scelta con una connotazione positiva, frutto della decisione e della voglia di stare da soli, la loneliness è invece la condizione – negativa – di chi è solo e isolato. Spesso non per propria volontà: sta proprio qui la differenza. Nel primo caso, dunque, si cerca una condizione di pace e tranquillità, che favorisce il benessere interiore di chi adotta questo tipo di stile di vita. L’obiettivo, spesso, è ricaricarsi o semplicemente non sentirsi in dovere di confrontarsi con gli altri, relazionarsi a tutti i costi, sacrificando il tempo per sé solo per compiacere chi ci circonda.

Nessun lamento e nessuna vergogna

Optare per una vita più solitaria, però, può scontrarsi con la tendenza opposta, che caratterizza la società moderna, cioè continuare a far bella mostra di sé, “raccontare” ciò che si fa, dove si è, con chi ci si trova, in qualunque momento. Può anche significare doversi in qualche modo giustificare per una scelta che appare a tutti gli effetti controcorrente. La stessa Isa, infatti, spiega che tra gli influencer ci sono anche 30enni che vivono ancora con i genitori e non frequentano amici. «It’s ok to live a life others don’t understand» («Va bene vivere una vita che gli altri non capiscono», spiega la ragazza, aggiungendo: «It’s only embarrassing if you’re embarrassed» («L’unica cosa imbarazzante è che tu ti imbarazzi»). Insomma, questione di scelte. Ma fino a che punto sono davvero scelte spontanee?

Tutto vero?

«Capita in effetti di imbattersi in questo tipo di influencer, mala prima domanda che ci si pone è se si tratti di una scelta autentica o se non sia piuttosto una sorta di messa in scena ad uso dei followers. Nella maggior parte dei casi sono persone che non si mostrano o si mostrano molto poco, postando video al rallenty. Spesso si tratta di donne e molto giovani, ovviamente senza figli», commenta Elena Farinelli, social media manager, esperta di web marketing e docente in diversi Master come per l’università di Prato per la quale insegna SEO e Instagram Strategy e Instagram Strategy.

L’esigenza di stare da soli

Esiste, però, il bisogno di stare da soli, che possono provare anche persone che, proprio per lavoro, sono costrette a rimanere online pressocché sempre: «Molti colleghi a volte lo fanno, come se fossero solitude influencer temporanei. È una condizione che si motiva con l’esigenza di “staccare la spina”. Può capitare, quindi, che anche un creator senta il desiderio di recuperare un po’ di mondo reale, in qualche caso proprio perché la vita costantemente connessi può diventare insostenibile, a rischio di burn out», spiega ancora Farinelli.

Cosa c’entra l’algoritmo

Ma quando entra in gioco anche l’algoritmo, che contribuisce a tenere incollati gli utenti alle piattaforme? È delle scorse ore, infatti, l’accusa arriva dalla Commissione europea secondo cui Meta, tramite Instagram e Facebook, ha adottato un design che favorisce lo scroll continuo (e complice l’autoplay), alimentando comportamenti di dipendenza, specie tra i più giovani, in violazione potenziale del Digital Services Act (DSA), cioè il regolamento UE che impone alle grandi piattaforme di ridurre i rischi per gli utenti, connessi al sistema. Si tratta della conclusione di un’indagine avviata nel 2024 e ora arrivata alle battute finali.

L’effetto dello scroll continuo

«Sappiamo tutti molto bene come nessuno sia esente dallo scroll continuo – conferma Farinelli – è un fenomeno non risparmia né chi, come noi, produce contenuti, né tantomeno i destinatari finali. Quindi non è così lontano dalla realtà pensare che chi si professa solitude influencer in fondo sfrutti lo stesso meccanismo per ottenere più follower». Come dire che alla fine a guadagnarci è comunque la piattaforma, che tiene incollati gli utenti anche quando i suoi influencer professano una sorta di ritiro sociale dalla vita reale, per rifugiarsi però dietro uno schermo, in una stanza vuota. «È qualcosa che si sta diffondendo soprattutto nelle fasce più giovani», aggiunge l’esperta social.

L’identikit dei followers “solitari”

«Sono giovani adulti, per la precisione, tra i 25 e i 30 anni, perché è più grande in qualche modo ha vissuto anche altre forme di relazioni: sa, quindi, che si può trattare di fasi temporanee della vita dalle quali poi si esce ritrovando un equilibrio. Si tratta anche e soprattutto donne – sottolinea Farinelli – Molte di loro hanno iniziato come influencer tradizionali e hanno ottenuto molto successo in poco tempo, sentendosi poi impreparate a gestire tanta visibilità. Conosco una creator che, dopo aver raggiunto 400mila followers a tempo record, ha cancellato tutto». Insomma, non occorre scomodare la dietrologia per capire che, anche se con termini differenti, l’effetto degli influencer è identico: avere più followers possibili, pur rimanendo “da soli”.