Paolo Mendico aveva 14 anni. Scriveva molto, sui quaderni di scuola, fogli sparsi e perfino su un vecchio ricettario della madre. Oggi quei diari sono agli atti dell’inchiesta aperta dalla Procura di Cassino dopo il suicidio avvenuto la sera del 10 settembre 2025, a Santi Cosma e Damiano, in provincia di Latina. Tra le pagine emergono frasi brevi e dirette. Raccontano episodi vissuti in classe e un disagio che, secondo la consulenza grafologica incaricata dalla famiglia, sarebbe cresciuto nel tempo.

Le frasi nei diari: «Un professore m’insultava urlandomi contro»

Nei quaderni sequestrati compaiono riferimenti a rimproveri ricevuti davanti ai compagni. In uno di questi passaggi Paolo scrive: «Un professore m’insultava urlandomi contro: ‘Sei un rompi’, mi diceva, ma io avevo solo sbagliato un esercizio».

In un’altra pagina racconta un episodio legato a una semplice richiesta di spiegazioni. «Il prof mi dice: ‘Leva ‘sta mano’: assurdo, rimproverato davanti alla classe…».

E ancora: «Il professore urla e minaccia solo perché avevo preso da bere dalla borraccia senza permesso dell’insegnante. Davanti a tutti».

Il filo conduttore che emerge dagli scritti è l’essere ripreso pubblicamente. Un’esperienza che il ragazzo descrive come umiliante. Tra le annotazioni compare anche la frase: «Non costano poi tanto le ripetizioni», che avrebbe sentito dopo essere stato rimandato in matematica.

«Spia», «femminuccia»: il senso di isolamento tra i compagni

Paolo alzava la mano in classe per chiedere spiegazioni. Secondo quanto riportato negli articoli del Corriere della Sera e de Il Mattino, quel gesto diventava motivo di scherno. I compagni lo chiamavano «spia» e «femminuccia».

Nei diari racconta un clima che sentiva ostile. Parla di punizioni collettive, come compiti da scrivere cento volte dopo che alcuni studenti avevano fatto gesti offensivi verso un’insegnante. Ricorda anche episodi di piccoli furti in aula.

A casa tornava turbato. Si preoccupava per il raffreddore di due compagni e offriva loro pacchetti interi di fazzoletti. Quel gesto, però, non veniva accolto come un segno di gentilezza.

Dalle pagine emerge l’immagine di un ragazzo sensibile, legato ai genitori Simonetta e Giuseppe. Secondo la consulente grafologa Marisa Aloia, quando Paolo scriveva della cagnolina Dafne, del pappagallino o dell’amica Francesca «i caratteri si addolciscono, la grafia sembra attraversata da un senso di pace». Quando invece raccontava la scuola «si avverte il tormento, la rabbia».

«Quella scuola è una prigione»: l’ultima frase nel diario

La sera del 10 settembre 2025 Paolo aveva cenato con i genitori. Poi è salito in camera con la cagnolina Dafne. Dallo zaino, già pronto per il primo giorno di scuola all’istituto Pacinotti, ha preso il diario nuovo dalla copertina rossa.

Ha scritto una sola frase: «Quella scuola è una prigione». Non ci è più tornato.

Tra le pagine sequestrate c’è anche una lettera del 30 marzo 2020, durante il periodo del Covid, indirizzata a un’amica. «Ho tanto desiderio di correre, giocare con te, gustare un gelato davanti al bar. Mi sento molto triste, vedere il mio paese deserto mi fa sentire solo». Parole che raccontano una solitudine già presente negli anni precedenti.

L’autopsia psicologica e l’inchiesta per istigazione al suicidio

La Procura di Cassino ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di istigazione al suicidio. Oltre ai diari e ai quaderni, gli inquirenti hanno acquisito chat e altri materiali.

Sarà depositata anche la consulenza tecnica della psicologa della scrittura Marisa Aloia, incaricata dalla famiglia di ricostruire il profilo emotivo del ragazzo attraverso i suoi testi. È quella che viene definita un’«autopsia psicologica».

Secondo la consulente, «si avverte un disagio che cresce, dalla terza elementare fino al primo anno di superiori all’istituto Pacinotti, fino a cristallizzarsi, diventando patologico, irrecuperabile». A un certo punto, ha spiegato, «sarebbe dovuto cambiare radicalmente qualcosa nella sua vita». Il procuratore Carlo Fucci punta a un’informativa entro metà marzo.

Sul balcone di casa, in via Garibaldi, c’è un grande ritratto di Paolo che sorride mentre suona il basso, lo strumento che sognava di condividere sul palco con il padre. Le sue parole, oggi agli atti dell’inchiesta, rappresentano uno degli elementi centrali per comprendere cosa sia accaduto.