Nelle ore in cui ha luogo questa intervista, molte città del nostro Paese e del Pianeta sono attraversate da scioperi e cortei oceanici a sostegno del popolo palestinese e degli attivisti della Global Sumud Flotilla. Pochi giorni dopo, mentre la conta delle vittime civili non ha smesso di salire, il presidente Trump annuncia l’accordo tra Israele e Hamas sulla prima fase del piano proposto dagli Usa: rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas da un lato, ritiro parziale dell’esercito israeliano dalla Striscia dall’altro. È in questo clima – sospeso tra la speranza che l’intesa metta fine al conflitto iniziato il 7 ottobre 2023 e la consapevolezza che tutto può cambiare da un momento all’altro, come gli ultimi 70 anni di storia del Medio Oriente insegnano – che esce in Italia il nuovo libro di Rachid Benzine, scrittore e studioso di Islam noto per l’impegno a favore del dialogo interreligioso.

Rachid Benzine

Un romanzo su Gaza che insegna a guardare, non solo a vedere

Con Il libraio di Gaza Benzine sceglie la via del romanzo per intervenire, non tanto sulla cronaca, quanto sul modo in cui la guardiamo. La sua è una storia semplice e potente: Julien, fotografo francese, arriva a Gaza in cerca dello “scatto giusto”. Nabil, anziano libraio, accetta di farsi ritrarre a patto che il fotografo ascolti la sua storia: un’istantanea senza contesto rischia di scippare l’anima di colui che immortala, spiega, solo il racconto può ristabilire profondità di sguardo e senso di responsabilità. La storia di Nabil, nato nel 1948 da madre musulmana e padre cristiano, ripercorre, tra fughe, campi e incontri, le date simbolo della traumatica vicenda del popolo palestinese. Tornato a Gaza dopo peripezie e lutti, ogni mattina Nabil alza la serranda della sua libreria incurante delle bombe, condivide il tè con gli avventori, spesso regala libri.

Parole che resistono: la libreria come spazio di dignità e memoria

La sua bottega è un luogo dove, attraverso gesti minimi, si resiste all’erosione della dignità, rifiutando di emulare la violenza. Le letture che Nabil propone a Julien non sono citazioni, ma strumenti: La condizione umana di Malraux per orientare lo sguardo, i versi di Mahmoud Darwish per dissetare la disperazione, le parole di Primo Levi per nominare l’indicibile. Il libro si apre con una domanda dall’epistolario di Simone Weil: «Qual è dunque il tuo tormento?». Quel quesito incarna il patto etico del libro, dice Benzine, «lo pone chi è capace di mettersi in ascolto dell’altro, rendendosi depositario della sua memoria».

Quando si è concretizzata l’idea del romanzo?
«Subito dopo il 7 ottobre 2023, davanti al processo mediatico della disumanizzazione dei palestinesi: trasformati in numeri, statistiche, scatti scioccanti, rubati spesso dai droni, che ci hanno provocato una sorta di anestesia, ci hanno tolto la capacità di sentire. Mi sono posto una domanda semplice e terribile: che cos’è un uomo giusto in tempo di guerra? Chi ha perso tutto come resta umano davanti al crollo? Ho scelto di rivolgermi alla letteratura perché permette un’astrazione benefica: ricrea empatia dove la politica e la sua gestione non la consentono più. Come scrittori e lettori, invece, possiamo ancora accogliere l’alterità e provare a interpretare la Storia in una chiave più umana».

La storia di un libraio nel romanzo su Gaza

Per questo ha scelto un libraio come protagonista?
«Il libraio incarna l’idea che, quando tutto si sfalda, la letteratura e le parole possano salvarci, anche in una situazione tragica come quella palestinese. Nabil resiste ogni giorno perché ha creato, in quell’inferno in Terra, una sorta di presidio dell’integrità umana, che protegge ciò che nell’essere umano è irriducibile. I capitoli della sua vita travagliata ci aiutano a dare voci, volti e memoria alla storia palestinese: il 1948 con la Nakba, l’esodo e la diaspora; il 1967, la Naksa, cioè l’occupazione di Cisgiordania e Gaza e l’annessione di Gerusalemme Est dopo la Guerra dei sei giorni; il 1973, con la guerra dello Yom Kippur che cambia gli equilibri mediorientali, il 1987 con la rivolta popolare della Prima Intifada, fino a questo tetro presente».

Perché il dialogo con un fotografo?
«Volevo interrogare il nostro rapporto con le immagini: ne consumiamo sempre di più, ci raggiungono in modo immediato; le redazioni chiedono foto sensazionalistiche che, alla lunga, ottundono la nostra soglia di allarme. Nel romanzo, il fotografo cerca il quotidiano di un abitante di Gaza e trova il libraio, che lo invita ad ascoltare prima di inquadrare, perché un’immagine senza profondità storica non vale nulla. E, mentre Nabil racconta, noi lettori diventiamo quel fotografo, siamo noi a raccogliere i ricordi, lo strazio, la storia dell’altro. Solo così siamo in grado di riguadagnare spazio all’empatia».

La mobilitazione nelle piazze

Che cos’ha da dire a chi scende in piazza affinché passione e impegno non degenerino nell’odio? «Sapere di questa mobilitazione, degli scioperi, di chi manifesta nelle strade e anche di chi si è avventurato per mare mi libera da un senso di impotenza, conferma che c’è sempre la possibilità di agire. La vera questione, rispetto all’odio, è come abitiamo il mondo; per questo dico e ripeto che abbiamo bisogno dei poeti, perché ci aiutano a farlo con grazia, ci mostrano le cose con occhi nuovi e ci indicano la via per cambiarle. Siamo pieni di immagini e di “segnali freddi”; ci servono linguaggi che riscaldino l’umanità».

Ci indichi delle letture salvifiche, come fa Nabil col giovane fotografo.
«“Essere o non essere” che il giovane Nabil scopre nell’Amleto di Shakespeare non è solo una questione filosofica, come potremmo percepirla in Occidente, ma un quesito esistenziale: esistere o non esistere? Primo Levi gli consente di trovare, dopo aver visto morire atrocemente i propri cari, le parole per attraversare l’orrore. Parole che permettono di resistere senza aggiungere bruttezza, senza cadere nell’odio e nella violenza. Una modalità per empatizzare arriva, per esempio, dai versi dei poeti palestinesi di ieri e di oggi: leggeteli insieme, imparateli a memoria, pronunciateli a voce alta».

L’atrocità non spegne anche la sete di bellezza?
«Non la spegne davvero. Una volta che i corpi e le case sono annientati, resta ciò che “merita vita”: la cultura, la letteratura, l’arte. L’anima del libraio continuerà a esistere nelle pagine e nelle storie che ha condiviso con la gente. Finché circolano i libri e i versi che ne rievocano le storie, anche il popolo palestinese vivrà. Molti di noi, per esempio, hanno conosciuto la tragica epopea della Palestina tramite i versi del poeta Mahmoud Darwish: le parole hanno il potere di viaggiare e raggiungere l’altro. Anche quando abbiamo perso tutto, ci resta la possibilità di raccontare».