Il grande dittatore se n’è andato. Noi siamo rimasti. E abbiamo persino sorriso. Annotate nei libri di storia: 28 febbraio 2026.

Ali Khamenei, guida della Repubblica Islamica e una delle figure politiche più controverse dell’epoca contemporanea, è stato ucciso in seguito a un attacco congiunto condotto da Israele e dagli Stati Uniti. Sono le 4.40 del mattino. Scrivo mentre, proprio in questo momento, la gente del mio Paese, l’Iran, si rifugia nelle case sotto pesanti bombardamenti. Sono piena di tensione, di caos interiore. Sono preoccupata. Ho paura. So che la guerra è qualcosa di terribile, chi potrebbe negarlo? So che molti nel mondo sono contrari a un intervento militare in Iran. Capisco che, sentendo dire che alcuni iraniani hanno chiesto questo aiuto, possiate restare sorpresi, increduli, o pensare che siamo una minoranza. Capisco se dite che la diplomazia sarebbe stata la strada migliore.

Iran: ultimi ricordi sotto le bombe

Ma lasciate che vi racconti una cosa. Circa due mesi fa, migliaia di persone innocenti si sono svegliate per l’ultima volta. Si sono lavate il viso; mentre facevano colazione, hanno controllato il telefono. Per l’ultima volta si sono vestite e si sono guardate allo specchio. Per l’ultima volta hanno parlato con le persone che amavano. Per l’ultima volta hanno fatto progetti, hanno sognato. L’ultimo sapore del cibo preparato dalla madre. L’ultimo bacio dell’amato. L’ultima carezza di un padre sul capo di suo figlio. Per l’ultima volta hanno allacciato le scarpe e hanno detto: «Non preoccupatevi, sto attento». Per l’ultima volta sono uscite di casa. Per l’ultima volta sono rimaste coraggiose e dignitose. Per l’ultima volta hanno guardato il cielo. Per l’ultima volta hanno amato l’Iran. E non sono mai più tornate.

Il diritto di scegliere, sicurezza, gioia, futuro

Da 47 anni viviamo sotto il giogo di un regime dittatoriale. Un regime che ha saccheggiato il nostro Paese, lo ha distrutto, ha spinto la popolazione nella povertà e ci ha privati dei diritti più elementari di una vita normale: il diritto di scegliere, alla sicurezza, alla gioia, al futuro. Quello che vedete oggi non è improvviso. È il risultato di 47 anni di repressione, violenza e umiliazione. Due mesi fa, migliaia di iraniani sono scesi in strada soltanto per gridare “Libertà”, come un’onda infinita. Dall’altra parte dei confini, io e i miei amici restavamo con gli occhi pieni di lacrime davanti agli schermi dei nostri telefoni. Guardavamo quella folla immensa e piangevamo di speranza. La speranza non era più solo una parola, era un battito vivo nei nostri cuori. Ma…Che la mia penna si spezzi se sto esagerando.

Ci hanno massacrati

E non era la prima volta. Il nostro governo è diverso da ciò che forse siete abituati a conoscere. È una distanza che va dalla terra al cielo. Da due mesi siamo in lutto, più arrabbiati che mai. Tra noi e il regime scorre un mare di sangue. Di notte fanno irruzione nelle case dei manifestanti e li portano via, senza dire dove. Ieri ho visto la foto di un amico il cui nome era finito nella lista degli arresti notturni. Di lui non si sa più nulla. Una madre ha scritto: «Quando ho preso il corpo di mia figlia tra le braccia, non sapevo se le avessero sparato alla testa o tagliato la gola».

Un vigile del fuoco che trasportava i feriti in ospedale è stato ucciso da un proiettile da guerra. Un padre gridava tra i corpi: «Sepehr… Papà… Dove sei, papà?» Una giovane sposa, durante il funerale, ha seppellito le sue trecce accanto al marito. Una madre ha coperto il corpo del figlio, «perché non prendesse freddo». Una famiglia ha celebrato un matrimonio simbolico per la figlia uccisa. Nei video diffusi si vedono veicoli governativi lanciarsi contro la folla. In alcuni ospedali ai feriti è stato sparato un colpo di grazia. Medici che svolgevano semplicemente il proprio dovere sono stati arrestati. Di notte lavano le strade dal sangue.

Ma nulla si cancella davvero

In questo stesso momento, molte persone innocenti sono in attesa di esecuzione; trascorrono le notti sotto torture brutali. Molti di coloro che sono scesi in strada avevano un testamento in tasca: «Se verremo uccisi, il giorno della libertà festeggiate anche per noi». Conosco persone che hanno scritto: «Se dovessimo morire sotto i bombardamenti, sappiate che è per la libertà del nostro Paese». Ha davvero una fine questo dolore? Alcuni rapporti indicano che alcuni feriti sono stati trasferiti dagli ospedali con le flebo ancora attaccate; le famiglie hanno ricevuto i corpi nello stesso stato.

So che, se non avete mai vissuto sotto un regime autoritario, può essere difficile credere che tutto questo accada nel XXI secolo. Ma questa è una catastrofe umanitaria: un governo che massacra il proprio popolo e resta al potere non può comportarsi in modo responsabile verso nessun’altra Nazione. Nel corso della storia, molti popoli non sono riusciti a liberarsi dalle dittature senza un sostegno internazionale. Nazioni che hanno affrontato la macchina della repressione a mani nude hanno pagato la libertà con un prezzo umano altissimo. In molte parti del mondo la libertà è nata anche dalla solidarietà internazionale: dalla rinascita democratica dell’Italia dopo il fascismo allo sviluppo della Corea del Sud e del Giappone dopo anni di repressione e distruzione.

La guerra è la cosa peggiore che esista

Spero che nessun Paese debba mai arrivare al punto in cui l’unica strada verso la libertà sembri essere l’intervento militare di altri Stati. In Iran non esistono nemmeno infrastrutture pubbliche adeguate per la protezione dei civili. Nei giorni recenti, alcuni governi hanno diffuso avvisi pubblici prima dei bombardamenti, ma le interruzioni diffuse di Internet all’interno dell’Iran hanno impedito a molti cittadini di ricevere quelle informazioni.

Avevo sempre letto nei libri di storia e di politica una frase: «La caduta dei dittatori è uno dei momenti più memorabili nella storia dei popoli». Il 28 febbraio 2026 abbiamo vissuto quella frase. Ero seduta in una gelateria, quando è arrivata la notizia. Una notizia che aspettavo da anni. Avevo immaginato quel momento tante volte nei miei sogni. Dicevo sempre: «Spero di essere viva per vedere quel giorno». Ho pianto, ma erano lacrime di gioia. Lo spazio di quella gelateria sembrava troppo piccolo per contenere quell’emozione. Sono uscita e sono riuscita solo a dire: «Finalmente».

L’inizio di un nuovo futuro

Gli amici hanno iniziato a chiamare, uno dopo l’altro. Tutti piangevano: ma di sollievo, di incredulità, di liberazione. Nessuno riusciva a spiegare esattamente cosa provasse; ripetevamo soltanto: «Finalmente». Quella notte migliaia di iraniani all’estero hanno ballato fino all’alba. Anche in Iran, nonostante i bombardamenti, molte persone sono scese in strada. So che può sembrare una contraddizione dolorosa: ballare mentre il proprio Paese è sotto le bombe. Ma quella non era gioia per la guerra. Era la sensazione che si stesse chiudendo un’epoca. Per molti di noi Khamenei rappresentava decenni di repressione, esilio e distruzione. La sua assenza non è solo un fatto politico. E non era solo una semplice frase: per noi è stato l’inizio dell’apertura di una nuova finestra verso un futuro più sicuro e più libero.

Ma non siamo ancora liberi

Aspettiamo il crollo dell’intero sistema. Il meccanismo del potere è ancora in piedi, anche se oggi appare più debole. Molti iraniani sostengono una transizione verso una democrazia stabile e un referendum libero, sotto la guida del principe Reza Pahlavi, da anni in esilio. Dopo la fine definitiva di questo sistema, vogliamo ricostruire il nostro Paese. Il nostro Paese è bello, davvero bellissimo. L’Iran è colmo di poesia e di pensiero, di sapori indimenticabili, di una geografia straordinaria e di un patrimonio storico, con un popolo ospitale e pieno di vita.

È un Paese che merita di essere conosciuto per la sua cultura, non per le sue tragedie. Lo ribadisco ancora una volta: vi capiamo. Ma vi chiediamo di capire anche noi. Vivere in un Paese libero è un diritto di ogni essere umano. Sappiamo quanto la guerra sia amara e devastante, ma l’esperienza di 47 anni vissuti all’ombra della Repubblica Islamica ci ha insegnato che la prosecuzione di questa situazione è una morte lenta, non solo per il corpo, ma anche per l’anima, il futuro e i nostri sogni.

E, infine, in memoria di chi non c’è più

Erano giovani, così giovani…Non avevano ancora assaporato l’amore, eppure, con cuori liberi, hanno abbracciato la terra.

Le tappe dell’escalation

Dopo settimane di tensione, il 28 febbraio Usa e Israele – al di fuori dell’egida Onu – hanno sferrato un attacco aereo sull’Iran, uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei e decine di esponenti del governo, dell’intelligence, del programma nucleare. Teheran ha reagito lanciando missili contro Israele, i Paesi del Golfo e le basi Usa nell’area. Il conflitto, che ha plurime radici fin dal 1979, quando fu deposto lo scià Reza Pahlavi e venne instaurata la Repubblica Islamica, sta infiammando l’intera regione. Pur condannando la violenza del regime teocratico iraniano, alcuni leader mondiali hanno ribadito il loro no alla guerra e invocato il ritorno alle vie diplomatiche. Secondo varie fonti, come successore di Khamenei sarebbe stato scelto suo figlio, Mojtaba Hosseini. Ma, mentre scriviamo, la situazione resta in grande evoluzione.