Tutti ne abbiamo sentito parlare, almeno una volta, ma il Fentanyl continua a essere percepito come un pericolo lontano, come la droga americana, mentre in pochi sanno che è presente anche in Italia. Ma soprattutto che rappresenta un rischio concreto, perché circola, perché ha forte potere attrattivo, perché costa poco acquistarlo e ancora meno produrlo. Nato come farmaco, il Fentanyl è 100 volte più potente della morfina e rimane fondamentale come antidolorifico, specie in pazienti oncologici, ma può portare a overdose anche con una sola assunzione minima. Da qui l’allarme: perché gli “zombie” non sono solo a San Francisco.
L’invasione di Fentanyl
Non usa mezzi termini, Simonetta, per descrivere quanto velocemente e intensamente il Fentanyl stia prendendo piede: “Invasione”, come il titolo del suo libro, appena pubblicato per Salani Editore. Il giornalista de Il Sole24Ore descrive così nella sua inchiesta quanto sta accadendo e soprattutto la preoccupazione crescente per il fatto che non si tratta solo di un allarme negli USA, dove sta falcidiando un’intera generazione. «Ormai gli oppioidi sintetici si trovano anche in Europa e quanto sta accadendo in Iran rischia di facilitarne la crescita, con la chiusura dei canali di importazione dell’oppio dall’Afghanistan».
Un fenomeno sottovalutato
«Il termine “invasione” mi è sembrato il più adatto a descrivere la situazione: indica un fenomeno negativo, ma non improvviso; sottovalutato e rischioso. Il problema, infatti, è la percezione che se ne ha, proprio come già accaduto in Italia in passato. L’errore più clamoroso è stato commesso con l’eroina, di cui non si è avuta consapevolezza fino a che l’emergenza è esplosa. È esemplare il caso di una ispezione in Italia da parte della CIA, che al suo ritorno alla Casa Bianca riferì di una totale impreparazione da parte dell’Italia: si pensava che il vino, il sole e il clima potessero essere sufficienti a garantire giovialità e benessere, che l’eroina sarebbe rimasta una droga americana. Oggi corriamo lo stesso rischio: non abbiamo sviluppato i necessari anticorpi», spiega Simonetta.
70mila morti all’anno per il Fentanyl
Sono i numeri a dare la misura di quella che è a tutti gli effetti una strage silenziosa: «Oltre 70mila morti all’anno (in media), più degli incidenti stradali, più delle armi da fuoco, più di qualunque altra droga abbia mai attraversato il territorio americano. Una strage quotidiana» sottolinea Simonetta riferendosi agli Stati Uniti. Non c’è solo il caso clamoroso di San Francisco, in California, diventata una città di “zombie”: «Lo so è crudele chiamarli così, ma non trovo un’altra parola che restituisca la sensazione di sospensione, di vita a metà», spiega Simonetta.
Morti senza confine
Anche a Vancouver, in Canada, lo scenario è identico: persone che si aggirano, fameliche, in cerca di Fentanyl, che però nel 2023 ha ucciso quasi 7 persone al giorno. «Per capire cosa significa bisogna immaginare una cittadina italiana cancellata dalla mappa in meno di 10 anni. Non per una guerra, non per una catastrofe naturale, non per una pandemia nata in laboratorio o in un mercato cinese. Per una catena di decisioni sbagliate, di dolore cronico mal curato, di farmaci prescritti troppo facilmente, di miseria e solitudine», racconta l’autore.
La “ricettopoli” in Calabria
Proprio tramite false prescrizioni si basava un sistema illegale per ottenere oppioidi come il Fentanyl in Calabria, scoperto negli scorsi anni: il primo caso clamoroso della presenza e dell’uso distorto del farmaco anche nel nostro Paese. Ribattezzata “Ricettopoli”, l’indagine svolta a Cosenza ha portato a scoprire, tra gli altri, un medico di base che aveva emesso oltre 2300 prescrizioni abusive tra il 2015 e il 2019. Erano coinvolti anche farmacisti compiacenti che dispensavano dosi elevate, alteravano le ricette e arrivavano anche a consegnare a domicilio la droga. Il Servizio Sanitario Nazionale ha rimborsato circa 176.000 euro, mentre il giro d’affari illecito stimato tocca i 4 milioni di euro.
Una droga “per tutti”, a basso costo
«Questa non è la droga degli invisibili, dei reietti che la società teneva ai margini. È una sostanza che attraversa tutte le classi sociali, che si insinua nelle pillole vendute come antidolorifici sul mercato nero, che si mescola a cocaina, eroina, benzodiazepine». D’altro uno dei punti di “forza” del Fentayl è il suo costo: «A Los Angeles e San Francisco agenti e operatori riportano che i prezzi scendono ancora, perché l’offerta è enorme: 2 pillole per 5 dollari, una per 3. A Phoenix costano poco di più. A Seattle e Portland dipende dal quartiere, ma il concetto non cambia», spiega Simonetta.
La diffusione in Italia attraverso Piacenza
In America il Fentanyl arriva principalmente dal Messico, da cui viene trasportato non più da narcotrafficanti ma da studenti, madri, lavoratori con il permesso di ingresso, che attraversano ogni giorno il confine senza avere profili criminali. In Italia il percorso è differente. «La sostanza parte dalla Cina, dove viene prodotta a prezzi bassissimi, e arriva in spedizioni che non destano sospetti: pacchi che sembrano contenere prodotti elettronici, materiale commerciale ordinario, libri. Piacenza, secondo gli inquirenti, diventa il luogo in cui queste sostanze vengono gestite, trasformate, adattate. Il luogo dell’ottimizzazione, non del consumo», spiega Simonetta.
Gli zombie da San Francisco a Cosenza
«Non siamo ancora ai livelli di San Francisco, non vediamo i cosiddetti “zombie” per le strade, né a Piacenza, né a Cosenza, né altrove. Ma indubbiamente i casi di consumo sono in aumento, soprattutto il ricorso al Fentayl per tagliare eroina che, dopo un periodo di flessione negli anni 2000, è tornata. Ha prezzi molto bassi, come in America: una punta di eroina costa 5 o 6 euro. Si rischia, quindi, di vedere “zombie” anche in Italia, in un futuro non ben definito. Il contesto ricorda quello degli anni ’90, non possiamo permettercelo», sottolinea Simonetta.
Cosa attrae i consumatori
Oltre al basso prezzo, ad attrarre i consumatori è il potere di anestetizzare il dolore (anche interiore), come nel caso di Prince o di Michael Jackson, morti per un’overdose di antidolorifici e altre sostanze tra le quali l’ossicodone, cioè proprio il “precursore” del Fentanyl). Qualcuno lo chiama “eroina dei poveri”, perché si trova ovunque e molti lo assumono pensando che sia «più sicuro e più pulito”: non occorre ago perché entri in circolo, basta una pasticca colorata del tutto simile a una caramella, che qualcuno non ingerisce, ma sbriciola per sniffarla. Ma rimane altamente pericolosa.
Un business ignorato o impossibile da fermare?
D’altro canto per i narcotrafficanti è nettamente più conveniente produrre Fentanyl che altre droghe: non occorrono piantagioni di oppiacei, ma basta un laboratorio e un chimico che assembli la sostanza. Ormai, in realtà, non occorre più neppure quello: in Messico a produrlo sono i cosiddetti cocineros, «gli alchimisti del narco-Messico contemporaneo, che di fatto non cucinano nulla», ma lavorano e «inalano la sostanza che potrebbe persino ucciderli da un momento all’altro, e che alla lunga provocherà loro gravi problemi al sistema respiratorio e alla pelle. Molti di loro non hanno neppure finito le scuole, ma hanno imparato qualche trucco nei laboratori clandestini della metamfetamina, prima che il business globale si spostasse sul Fentanyl».
Il pericolo sottovalutato
«Negli anni ’90 nelle scuole si faceva educazione, quasi terrorismo nei confronti dei pericoli delle droghe, oggi non più. Se arriva una nuova molecola – che peraltro c’è già – siamo impreparati. Eppure il Governo italiano ha un piano Emergenza Fentanyl dal 2024, significa che c’è una consapevolezza. Il problema non è solo italiano: Francoforte vive l’emergenza degli oppioidi sintetici. Vancouver, come detto, è già stata travolta, ma ci sono casi in crescita anche in Estonia e nel Regno Unito. Ciononostante c’è una sottovalutazione generale perché, purtroppo, sono sempre i morti che danno la sveglia, altrimenti domina un senso di atarassia», sottolinea Simonetta.
Il bisogno di “pace chimica”
Ad alimentare il bisogno di Fentanyl è quello che l’autore definisce “bisogno di pace chimica”: «C’è sempre stato il desiderio di sentirsi bene, tutti lo acquisteremmo se fosse in vendita. Il problema di questi farmaci è che sotto controllo medico sono salvifici: non guariscono, ma risolvono il problema di quel momento, cioè il dolore, specie in contesti oncologici». Ma usato in modo inappropriato dà l’illusione di guarire da mali interiori: «Parlo di pace chimica perché quando hai perso la casa, o vivi la fine di un affetto, un divorzio traumatico, un lutto o la perdita di lavoro e si presenta l’illusione di una soluzione per tutti questi dolori, la accetti con l’idea di spegnerti».
Il bancomat della dipendenza
Ma come impedire che si alimenti il cosiddetto “bancomat della dipendenza”? «Ho scritto questo libro per chiudere un mio cerchio, aperto da 30 anni, da quando ho visto amici e compagni finire nella dipendenza da eroina: qualcuno non è più uscito, ne è rimasto vittima, altri si sono impantanati. Io non mi sono mai ritenuto più bravo o intelligente, forse solo più fortunato.Il cortocircuito della dipendenza è molto difficile da fermare, ma io credo molto nella divulgazione. Servono anticorpi sociali e la conoscenza è il primo passo», conclude Biagio Simonetta.