La parola peste porta con sé un immaginario che evoca terrore: epidemie lontane, città decimate e una malattia contro la quale, per secoli, non esistevano difese efficaci.

Ora la peste polmonare è tornata nelle cronache dopo la morte di una tecnica di laboratorio di 28 anni nella regione di Irkutsk, in Siberia orientale. Fino a 200 persone che avrebbero avuto contatti con la donna sono state poste in quarantena. Al momento non sono stati creati allarmi in Italia, anche se il noto infettivologo Matteo Bassetti ha parlato di “rischio biologico concreto”.

La peste polmonare resta una malattia molto seria, capace di evolvere rapidamente. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al passato: oggi sappiamo come si trasmette e disponiamo di antibiotici efficaci, se somministrati tempestivamente.

Che cos’è la peste polmonare e perché è la forma più grave

La peste è una malattia infettiva provocata dal batterio Yersinia pestis. Il suo serbatoio naturale è costituito soprattutto da piccoli mammiferi e dalle loro pulci. Ancora oggi il batterio continua a circolare in alcune aree del mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità indica casi endemici soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar negli anni più recenti.

La forma più conosciuta è la peste bubbonica. Il batterio raggiunge i linfonodi, che diventano infiammati, tesi e dolorosi. Sono i famosi “bubboni” di manzoniana memoria che hanno dato il nome alla malattia e che appartengono anche all’immaginario delle grandi epidemie del passato.

paziente monitorato in ospedale

La peste polmonare interessa invece i polmoni ed è una delle forme più severe dell’infezione. Può svilupparsi quando Yersinia pestis raggiunge i polmoni partendo da un’altra forma della malattia. Può anche comparire direttamente dopo l’inalazione di particelle respiratorie infette.

Questa differenza è importante anche dal punto di vista del contagio. La peste bubbonica normalmente non passa direttamente da una persona all’altra. La forma polmonare, invece, può farlo attraverso le secrezioni respiratorie di una persona malata.

Non va poi confusa con la peste suina africana, che periodicamente compare nelle notizie anche in Italia. Quest’ultima è una malattia virale che colpisce suini domestici e cinghiali e non è la malattia provocata da Yersinia pestis.

Come si trasmette la peste polmonare

Yersinia pestis circola in natura soprattutto tra roditori, come topi e ratti, e le pulci che li infestano. L’essere umano può infettarsi attraverso la puntura di una pulce infetta. È la modalità tradizionalmente associata alla peste bubbonica.

Un’altra possibilità è il contatto non protetto con tessuti o fluidi infetti. Può accadere, per esempio, manipolando animali infetti o loro carcasse. La terza strada riguarda direttamente la peste polmonare: l’inalazione di particelle respiratorie emesse da una persona malata.

Il rischio riguarda soprattutto chi si trova esposto alle secrezioni respiratorie di un paziente con peste polmonare. Per questo isolamento, protezioni adeguate e tracciamento dei contatti sono strumenti centrali quando viene individuato un caso.

Anche l’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) distingue nettamente la situazione europea da quella delle aree nelle quali la peste continua a circolare. In Europa la malattia è assente da oltre mezzo secolo.

Peste polmonare: quali sono i sintomi e quanto dura l’incubazione

Uno degli aspetti più delicati della peste polmonare è la velocità. I sintomi possono comparire molto presto dopo l’infezione. Secondo l’OMS, l’incubazione può essere anche inferiore alle 24 ore. L’ECDC indica per la forma polmonare primaria un periodo generalmente compreso tra uno e tre giorni.

L’esordio può comprendere febbre, mal di testa e forte debolezza. Poi può svilupparsi rapidamente una polmonite. Possono comparire difficoltà respiratoria, dolore al torace e tosse. In alcuni pazienti il muco prodotto con la tosse può essere acquoso o contenere sangue.

Sono sintomi che, presi singolarmente, possono appartenere anche a molte altre malattie. Non consentono quindi di diagnosticare autonomamente la peste. Per confermare l’infezione servono accertamenti di laboratorio su campioni biologici appropriati.

È la combinazione tra quadro clinico, possibile esposizione e provenienza da un’area interessata a guidare gli approfondimenti sanitari. Per questo la storia del paziente diventa importante quanto i sintomi.

Soprattutto, conta la rapidità dell’intervento. Senza trattamento, la peste polmonare può avere un decorso molto grave. L’OMS sottolinea che la forma polmonare non trattata è fatale e che le possibilità di recupero aumentano molto quando diagnosi e terapia arrivano precocemente.

Davanti a un caso sospetto, le autorità sanitarie intervengono subito sui contatti. Non bisogna aspettare che la malattia circoli diffusamente per mettere in campo le misure di contenimento.

Come si cura e perché intervenire presto è decisivo

La peste di oggi ha un impatto diverso da quello devastante che ricordiamo dai libri di storia. Yersinia pestis è un batterio e gli antibiotici possono curare l’infezione. OMS ed ECDC sottolineano entrambi l’importanza di iniziare il trattamento il prima possibile.

Alla terapia antibiotica può affiancarsi il supporto necessario in base alle condizioni del paziente. Nel caso della peste polmonare occorre inoltre isolare il malato e individuare rapidamente i contatti. L’ECDC indica anche l’impiego di antibiotici come profilassi per le persone esposte, secondo la valutazione sanitaria.

È una strategia che ormai conosciamo bene anche per altre emergenze infettive: individuare i casi, ricostruire i contatti e spezzare le catene di trasmissione.

È successo anche con Nipah in India nel 2024, con quarantene e restrizioni locali. Nel settembre di quell’anno, in Kerala, dopo un caso mortale furono tracciati 151 contatti. Cinque persone in quarantena svilupparono sintomi lievi e furono sottoposte a test. Nelle aree interessate furono introdotte mascherine e sospese temporaneamente alcune attività scolastiche.

Anche il Covid continua a ricordarci quanto sia importante la sorveglianza. Nel 2025 l’OMS ha inserito XFG, soprannominata Stratus, tra le varianti SARS-CoV-2 sotto monitoraggio. La classificazione arrivò il 25 giugno 2025.

Peste, Covid e Nipah sono tuttavia malattie differenti, provocate da agenti diversi e con modalità epidemiologiche diverse. Il filo che le unisce è l’importanza che i sistemi sanitari riconoscano presto il rischio e si adoperino per contenerlo.

Le quarantene legate a un singolo episodio non indicano automaticamente che sia in corso una grande epidemia. Possono rappresentare, al contrario, proprio lo strumento utilizzato per impedirla.

Il rischio in Italia è reale? Cosa ci insegnano le nuove emergenze sanitarie

La peste continua a essere presente nel mondo in alcuni Paesi. Secondo l’OMS, negli anni dal 2019 al 2025 la maggior parte dei casi segnalati all’organizzazione è arrivata dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Madagascar. La peste continua a essere presente in alcuni focolai naturali anche in Perù, Mongolia, alcune zone dell’Asia centrale e della Siberia e nel sud-ovest degli Stati Uniti.

Negli ultimi anni abbiamo imparato anche che i nomi delle nuove minacce sanitarie possono diventare rapidamente familiari. È accaduto con le varianti del coronavirus e con virus meno conosciuti come Nipah.

Lo stesso vale per un’espressione diventata famosa nel 2024: Disease X, la malattia ipotetica con cui l’OMS prepara il futuro. Non è il nome di un nuovo virus e non indica una malattia già in circolazione. L’OMS utilizza il concetto dal 2018 come segnaposto per un patogeno ancora sconosciuto capace di provocare una grave epidemia.

Prepararsi a una minaccia non significa prevedere che quella minaccia si realizzerà. Significa costruire sistemi capaci di reagire velocemente quando emerge qualcosa di nuovo.