È stato il giorno della sentenza per Chiara Ferragni che ha chiuso tecnicamente il Pandoro-Gate.

Il Tribunale di Milano ha stabilito che non sussiste l’aggravante (cioè la vulnerabilità dei consumatori) contestata dalla Procura, requisito fondamentale per procedere con il reato di truffa aggravata. Di conseguenza il reato è stato riqualificato in truffa semplice che, a sua volta, per essere perseguito, richiede la querela della parte offesa. Querela che era stata ritirata dal Codacons grazie a un accordo-risarcimento ultra milionario. Di conseguenza l’imprenditrice digitale e popolare influencer è stata prosciolta (non assolta), avendo raggiunto appunto l’accordo con i consumatori “raggirati”.

Come spiega Selvaggia Lucarelli – la prima a esprimere dubbi sulle campagne di Ferragni – su Istagram, «Tecnicamente è stata prosciolta, non assolta». La giornalista fa presente che Ferragni «resta invece colpevole di pubblicità ingannevole, e sul fronte amministrativo ha estinto il suo debito pagando tre milioni e mezzo di euro tra multe e donazioni».

Prosciolta dall’accusa di truffa aggravata

Ferragni ha partecipato personalmente a tutte le udienze precedenti del I legali dell’influencer, gli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, hanno chiesto l’assoluzione della loro assistita: «Non c’è stato alcun dolo». Il giudice incaricato ha disposto in realtà il proscioglimento per estinzione del reato riqualificato in truffa semplice. Proscioglimento che poi è arrivata per tutti, compreso Damato.

Che cos’è il Pandoro-Gate: da dove nasce l’inchiesta

Il procedimento giudiziario nasce da un’inchiesta sulla commercializzazione di due tipologie di prodotti: da un lato il pandoro Balocco “Pink Christmas”, venduto durante il Natale 2022; dall’altro le uova di Pasqua “Sosteniamo i Bambini delle Fate”, distribuite nelle campagne pasquali del 2021 e del 2022.

Secondo l’accusa, la comunicazione online e social legata a questi prodotti avrebbe lasciato intendere che una parte significativa del ricavato di ogni acquisto fosse destinata in modo diretto alla beneficenza. Un messaggio che, per la Procura di Milano, avrebbe potuto trarre in inganno i consumatori, inducendoli all’acquisto sulla base di una finalità solidale non corrispondente alle reali modalità dell’operazione.

Da qui la contestazione di pubblicità ingannevole e di truffa aggravata, con riferimento specifico all’uso del mezzo informatico e dei canali digitali, considerati determinanti nella diffusione del messaggio.

Le accuse della Procura e la richiesta di condanna

Secondo i magistrati, la struttura delle campagne promozionali avrebbe creato un vantaggio economico ingiustificato per le società coinvolte, sfruttando l’idea della beneficenza come leva di marketing. La Procura ha stimato che l’insieme delle operazioni, tra Natale e Pasqua, abbia generato un ritorno economico superiore ai 2,2 milioni di euro, a cui si aggiungerebbero benefici di immagine e notorietà non quantificabili.

Nel corso dell’udienza del 25 novembre 2025, il pubblico ministero ha chiesto per Chiara Ferragni una condanna a 1 anno e 8 mesi di reclusione. Una richiesta che tiene conto anche del rito abbreviato e che, secondo l’accusa, è aggravata proprio dall’uso dei social network e delle piattaforme digitali, ritenuti strumenti capaci di amplificare la portata delle informazioni ritenute ingannevoli.

Oltre a Chiara Ferragni, gli altri due imputati erano Fabio Damato, ex braccio destro dell’influencer, e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia (gruppo a cui fa capo Dolci Preziosi).

Ferragni: «Ho agito in buona fede»

Di segno opposto la posizione della difesa. Fin dall’inizio del processo, gli avvocati di Chiara Ferragni hanno sostenuto l’assenza di qualsiasi intenzione fraudolenta. Secondo questa ricostruzione, gli accordi con le aziende coinvolte prevedevano compensi fissi, non legati al numero di prodotti venduti, escludendo quindi un guadagno proporzionale alle vendite.

Ferragni ha più volte ribadito di aver agito «in buona fede» e di aver sempre operato in modo trasparente, richiamando anche il suo impegno personale e professionale in numerose iniziative benefiche nel corso degli anni.

Un passaggio del dibattimento riguarda il risarcimento a una consumatrice di 76 anni, che aveva acquistato alcuni Pandoro Pink Christmas e che aveva chiesto di essere parte civile nel processo.

Le parti civili e il nodo giuridico al centro del processo

Nel procedimento si sono costituite parte civile anche alcune associazioni di consumatori, mentre altre come il Codacons hanno revocato la querela e trovato un accordo.

Secondo gli avvocati di Ferragni, una eventuale condanna dopo il risarcimento già effettuato violerebbe un principio fondamentale del diritto, quello che impedisce di punire una persona due volte per lo stesso fatto.

Campagne solidali e fiducia dei consumatori: un tema delicato

La decisione presa oggi va oltre il destino giudiziario di Chiara Ferragni. Il Pandoro-Gate è diventato nel tempo un caso simbolo, sollevando interrogativi più ampi sulla responsabilità degli influencer, sulla chiarezza delle campagne solidali e sul rapporto di fiducia tra brand, testimonial e consumatori.