Gregorio Paltrinieri: «L’acqua? La amo e la odio»

Passione, perfezionismo, cattiveria. Sono le doti che hanno portato Gregorio Paltrinieri a conquistare l’oro mondiale e olimpico. «Le ho sviluppate da bambino, quando sfidavo mio padre in piscina e perdevo» confida. Finché l’ha battuto... E da allora non ha smesso di vincere

Il fuoriclasse del nuoto italiano, Gregorio “Greg” Paltrinieri, non ha bisogno di presentazioni. Specialista dei 1500 a stile libero a neanche 23 anni (li compie il 5 settembre) ha già al collo un palmarès da brivido. L’oro alle Olimpiadi di Rio del 2016 e quello di pochi giorni fa ai Mondiali di Budapest (dove si è riconfermato campione iridato), giusto per citare un paio di medaglie. E non è una star solo in vasca. Un metro e 95 centimetri di muscoli, stile “bronzo di Riace”, Greg ha catturato perfino l’attenzione della popstar Katy Perry, desiderosa, pare, di mangiare sushi sui suoi pettorali...

«Ho un rapporto di amore-odio con l'acqua»

«La Perry? Mi metto a disposizione, spero si faccia viva» mi dice lui, appena uscito dalla vasca dove si allena per 4 ore al giorno, 2 al mattino e 2 al pomeriggio. E ride prima di iniziare a parlarmi di Il peso dell’acqua (Mondadori), il libro nel quale racconta il suo percorso di campione adolescente. Paltrinieri lo ha scritto perché «raccontarmi, dopo tanti sforzi, mi faceva bene». Non a caso, comincia dal sogno ricorrente che lo insegue dopo i Giochi di Rio. «Un incubo, in realtà» confida lui. «Quello di non aver ancora conquistato l’oro, di dover cominciare la gara da capo. Perché l’Olimpiade per me era tutto, e ho avuto addosso una pressione incredibile. Negli ultimi mesi ne ero talmente ossessionato che se dovevo salire 2 piani di scale prendevo l’ascensore, pur di non stancarmi le gambe. E il peso di quella responsabilità non mi ha più abbandonato, neanche dopo aver vinto. Ci convivo sempre». Sembrerà strano, ma l’acqua, mi spiega Greg, per lui non è mai stata una vera amica. «Tra noi c’è un amore-odio: ogni volta che mi tuffo, il primo approccio non è mai buono. Mi sembra di stare male, di non coordinare i movimenti, e mi ci vuole un po’ per prendere confidenza. Ci sono giorni in cui penso di non saper più nuotare».

Gregorio Paltrinieri in vasca a Budapest, durante i Mondiali di Nuoto

Il bisogno di avere degli avversari

Per diventare un campione non bastano allenamenti e disciplina ferrea. Ci vogliono altri alleati, amici e perfino “nemici”. Un avversario come Sun Yang, per esempio, il fuoriclasse cinese che in Russia, ai Mondiali del 2015, si ritirò dalla finale all’ultimo minuto, lasciando Greg da solo ad affrontare la responsabilità di non mancare la vittoria. «Io amo gareggiare, ho bisogno degli avversari per caricarmi, della passione nel volerli distruggere. Senza Sun Yang mi sono sentito perso. Avrebbe potuto battermi, ce la saremmo giocata: mancando lui, invece, dovevo vincere per forza. Da quel momento, è cambiato tutto».

«Ringrazio il mio amico Gimba»

Fondamentale, per Greg, è stato Ivo Ferretti, il tecnico che gli ha spiegato in che modo si costruisce una vittoria: arrivando in gara mentalmente pronti, né troppo svogliati, né troppo carichi. «Ivo lo chiama lo “stato di attivazione” ed è fondamentale. Io, per esempio, ci metto un secondo a caricarmi tantissimo, e qualche volta è stata proprio la troppa voglia a farmi sbagliare. Una “attivazione” mentale corretta invece permette alla gara di andare nel modo in cui vuoi. Perché per vincere, in acqua, servono intelligenza, astuzia e molta lucidità». E gli amici? Paltrinieri nomina Gianmarco Tamberi, il coetaneo campione di salto in alto che a Rio non poté gareggiare a causa di un infortunio. Si sono incontrati la prima volta mentre a Greg veniva invece consegnata la medaglia. «Pensavo che le Olimpiadi fossero una questione di vita o di morte. Poi grazie a Gimba ho capito che non si può dare tanta importanza a una sola gara, perché non è quella che definisce chi sei».

«Voglio avere tutto sotto controllo»

Non c’è Greg senza “la Leti”: Letizia Ruoli, la fidanzata del liceo, sempre accanto a lui. «Il 27 agosto smetto di nuotare e ce ne andiamo a Bali» sospira il campione. «Anche perché l’anno prossimo, lei, che studia Medicina, starà 10 mesi a Valencia per l’Erasmus, mentre io farò 6 mesi di allenamenti in Australia. Però non mi preoccupo, è una decisione che abbiamo preso insieme». Essere un campione, forse, è anche solitudine. «In vasca mi isolo, d’altra parte mi alleno quasi perennemente con la testa sott’acqua e resto immerso anche nei miei pensieri. Non sarei adatto a uno sport di squadra, perché voglio avere tutto sotto controllo. Ma fuori non sono un musone, cerco di tenermi vicini gli amici e la mia famiglia».

Le gare con il papà

Proprio in famiglia è cominciata la sua avventura, quando il padre, istruttore di nuoto, lo sfidava per gioco. «La mia passione, il perfezionismo e la “cattiveria” agonistica nascono da quelle gare contro papà. Volevo assolutamente vincere, era una questione di vita o di morte, ma non ci riuscivo mai perché ero piccolo e lui mi sconfiggeva. Io la prendevo malissimo, mi arrabbiavo, ma intuivo che per farcela dovevo allenarmi di più. Quando l’ho battuto per la prima volta, è stato uno dei giorni più belli della mia vita. Papà aveva perso sul serio, mica perché aveva lasciato che lo superassi. Credo abbia capito in quel momento che per lui era finita un’era. E che stava per cominciare la mia».

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