La tua vita in un libro: le prime quattro prove di Monica

  • 30 11 2017

Monica è una delle cinque scrittrici selezionate per passare alla seconda fase del talent "La tua vita in un libro". Ecco le sue prime quattro prove. 

PRIMA PROVA: SCRIVERE UNA BREVE BIOGRAFIA

Ero nel pieno del mio inverno. Avevo freddo dentro, gelo fino alle ossa. Non avevo più voce per parlare anche se la voglia di urlare era tanta. Mi ero arresa, non avevo più voglia di combattere, troppi anni che affondavano uno dentro l'altro finendo per implodere e io che sparivo nel nulla. Non esistevo, non volevo esistere.

È così che ho perso tre anni della mia vita, non ho ricordi, come se tutto mi fosse scivolato addosso. E ora la vita ha deciso, nel peggiore dei modi, che è arrivato il momento di risvegliarsi.

Sono qui davanti al reparto di Rianimazione in questo maledetto giorno, il 15 luglio 2008, che rimarrà impresso in me come un marchio a fuoco. Il giorno che segnerà il confine tra prima e dopo, tra ciò che è stato finora e ciò che sarà. Sono scossa fin nel profondo perché dentro di me ho la consapevolezza che non sarò mai più la stessa persona, che affrontare tutto questo mi cambierà per sempre. Devo trovare il coraggio, anche se la paura mi blocca, mi toglie il respiro.

SECONDA PROVA: MOSTRARE, NON RACCONTARE

È da un mese che Giorgio è ricoverato nel reparto di Rianimazione e non dà cenni

di risveglio. Per un’infezione polmonare è stato messo in isolamento in una piccola stanza all’interno dell’Unità di Rianimazione. Sono qui, sola, divisa dal reparto da una parete vetrata e osservando da lontano gli altri parenti in visita mi tornano in mente immagini e sensazioni di quando ero bambina.

Avevo circa sei anni e i miei genitori avevano una galleria d’arte a Rimini adiacente al Museo delle Cere. Spesso mi intrufolavo dentro al museo eludendo il controllo del custode e mi nascondevo in mezzo alle scenografie, entrando così a far parte di un mondo immaginario dove tutto era possibile e dove fantasticavo di essere ogni volta un personaggio diverso. Giocavo con le statue di cera come facevano le bambine della mia età con le bambole. Prendevo il tè, mangiavo biscotti e chiacchieravo con tanti personaggi storici attraversando epoche e paesi lontani, sempre sola con me stessa e isolandomi così dalla realtà. A volte rimanevo ferma immobile per delle ore rischiando di rimanere chiusa dentro di notte, così mi assaliva il pensiero che a nessuno importasse di me perché nessuno mi veniva a cercare, nessuno si preoccupava per me, sembravo non esistere per i miei genitori.

E ora qui, chiusa in questa stanza, mi sento di far parte di nuovo di una scenografia in cui sono l’unica viva, isolata dal mondo esterno e con la paura di rimanere imprigionata per sempre. E sento di nuovo di non esistere.

TERZA PROVA: INDIVIDUARE LA PROPRIA VOCE

Ho un flûte di prosecco in mano e sto assaggiando un pezzetto di parmigiano quando vedo la mia collega Patrizia che si avvicina «ciao Monica, come stai? Come va il lavoro?» Cerco di inghiottire velocemente per rispondere, intanto penso a quante poche donne ci siano in questo settore e qui in Fiera a Bologna è ancora più evidente. Sorrido perché quando mi chiedono cosa faccio nella vita immagino l’effetto che farà la risposta, molti hanno paure e pregiudizi e una rappresentante di materiali sanitari per imprese funebri e servizi cimiteriali desta il più delle volte risolini sardonici che nascondono la paura. Immaginare una donna lavorare in un settore dove si ha a che fare tutti i giorni con la morte non è facile, se poi questa è ancora giovane, ho quarantadue anni, e capace di sorridere e scherzare su questo argomento crea imbarazzo. Anche il fatto di non vestirmi con il classico tailleur ma fuori dagli schemi, con pantaloni aderenti, giacche in pelle e mai in nero perché sarebbe troppo scontato, crea ancora più sconcerto.

Come mi sono trovata a fare questo lavoro? Rispecchia probabilmente un lato di me che ho fin da piccola e che mi porta a credere che la morte sia una cosa naturale. A volte mi sento di sfiorarla ai margini, accarezzarla dolcemente, come fosse un modo per esorcizzare le mie paure facendo affiorare quella mia vena di umorismo macabro che ho difficoltà a tenere a bada specialmente quando vedo le persone con cui parlo fare gesti scaramantici. E sorrido di nuovo.

QUARTA PROVA: IL LESSICO FAMILIARE

«Avete finito di sganasciarvi? Vi stanno guardando tutti». È sempre stato così, ogni volta che siamo a mangiare fuori finisce sempre con il “rito del cucchiaino” appeso al naso.

Da piccola ho avuto un’educazione piuttosto rigida, specialmente per quello che riguarda lo stare a tavola, così sono cresciuta sentendomi continuamente dire «togli il gomito dal tavolo», «mastica a bocca chiusa», «stai seduta composta», «non ridere». Non so perché sto provando a trasmettere la stessa educazione in maniera rigida e conforme, come se fosse mio dovere trasmettere i rituali, i gesti, gli obblighi della mia infanzia, come se significasse trasmettere l’appartenenza alle mie origini ma sono continuamente boicottata da mio marito e dai miei figli che si divertono a prendermi in giro. Così quando andiamo a mangiare al ristorante o in pizzeria e io inizio la solita tiritera sullo stare composti e comportarsi bene a tavola inizia il “rito del cucchiaino”. Prendono un cucchiaino, lo sfregano sul naso dalla parte concava e quando questo magicamente rimane attaccato alla punta del naso iniziano a guardarsi e a ridere a crepapelle convinti che il “naso prensile” sia una caratteristica di famiglia che appartiene solo a loro. Finisco per ridere anch’io e anche se sento, più che vedere, gli sguardi di disapprovazione delle persone sedute ai tavoli vicino a noi, questo momento di condivisione fuori dai miei rigidi schemi è un momento unico che appartiene solo a noi.

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