Nessun film d’amore batte Titanic

13 12 2017 di Mattia Carzaniga
<p>"Titanic" con <span>Leonardo DiCaprio e Kate Winslet (1997)</span></p> Credits: Mondadori Photo

"Titanic" con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet (1997)

È stato il kolossal romantico più visto e premiato di sempre. Un classico che ancora oggi non teme confronti. Perché le pellicole sentimentali venute dopo, per non “naufragare”, hanno dovuto dire addio alle storie epiche. E hanno puntato su vampiri, sesso e malattie. Con happy end rassicuranti, ma scontati

C'è stato un tempo in cui al cinema ci si innamorava davvero. Un tempo in cui si tornava in sala decine di volte per piangere davanti alla fine di un amore, in cui si appendevano in camera i poster del nuovo fidanzatino globale, in cui per certi film si poteva usare l’espressione “bigger than life”, più grande della vita. Quel tempo oggi così lontano (altrimenti detto, analogico) si può riassumere in una parola: Titanic. La pellicola di James Cameron uscì negli Stati Uniti il 19 dicembre del 1997. In 20 anni nessun’altra storia d’amore è stata più epocale. Così epocale che, da quel momento, tutto è cambiato.

Leonardo DiCaprio e Kate Winslet: la coppia eroica

Un record di candidature (14) e di vittorie (11) agli Oscar. Una nuova coppia di star di sicuro avvenire: Leonardo DiCaprio e Kate Winslet. Il più grande incasso di sempre (oltre 2 miliardi di dollari), superato 12 anni dopo solo da un altro film dello stesso regista (Avatar). Attorno al tragico destino di Jack e Rose, i novelli Romeo e Giulietta di Titanic (terza classe lui, prima classe lei, un iceberg a spezzare il sogno interclassista), si scatena ancora oggi il nostro immaginario. «L’intuizione è stata puntare su un eroe romantico d’altri tempi» spiega il critico cinematografico de Il Foglio Mariarosa Mancuso. «DiCaprio era la quintessenza della bellezza, intesa in termini di estetica cinematografica: non faceva battere il cuore solo alle adolescenti, ma anche alle donne adulte e agli spettatori maschi. Chiunque ha idealizzato il suo personaggio». Ironia della sorte, il punto di forza del film (Leo) è stato tra i pochi a non ricevere una nomination agli Oscar. Ma la scena della sua morte resta tra le più emblematiche di sempre: un amore senza lieto fine era ancora possibile.

Hugh Grant e Julia Roberts: la coppia “cenerentola”

<p><span>"Notting Hill" con<em> </em>Hugh Grant e Julia Roberts (1999)</span></p> Credits: Mondadori Photo

"Notting Hill" con Hugh Grant e Julia Roberts (1999)

Il confronto coi sentimenti extralarge di Titanic avrebbe fatto naufragare (letteralmente) qualsiasi altra storia negli anni a venire. Così è stato. Il cinema romantico ha dovuto riposizionare se stesso: l’opera di Cameron non ha aperto la strada ad amori altrettanto epici, al contrario ha riportato tutto su un piano più quotidiano. Il primo blockbuster romantico dopo l’epopea di Jack e Rose è stato l’affaire tra William Thacker e Anna Scott, ovvero Hugh Grant e Julia Roberts in Notting Hill (1999). Un amore solo in apparenza impossibile: l’incontro tra un librario londinese e una diva statunitense. È la favola di Cenerentola, ma al contrario. Notting Hill è l’ultimo romance per tutti: con l’arrivo del nuovo millennio, il pubblico cambia. «I teenager iniziano ad avere il monopolio del mercato, agli adulti non restano più storie romantiche da guardare» osserva Sam Wasson, autore del saggio sulla storia della romantic comedy Colazione con Audrey - La diva, lo scrittore e il film che crearono la donna moderna (Rizzoli). «Col tempo, è diventato sempre più raro trovare al cinema 2 personaggi che si innamorano davvero. I copioni dei film romantici rispondono a schemi costruiti a tavolino. Io la chiamo “l’epoca delle Jennifer”, che siano Aniston o Garner: titoli innocui in cui tutto va come ti aspetti, senza possibilità di immedesimazione reale».

Tra amori âgé e commedie "indie"

È una diaspora: il cinema romantico fugge verso platee specializzate. Nascono gli amori âgé di Nancy Meyers, autrice di Tutto può succedere con Diane Keaton del 2003 e di È complicato con Meryl Streep del 2009, e gli amori “indie” alla (500) giorni insieme, sempre del 2009, con una coppia di fidanzati (Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel) che mostrano le difficoltà di amarsi ai tempi della crisi. «Meyers, per la prima volta, non pensa al pubblico maschile: i produttori scoprono che le donne sono, anche da sole, una sicurezza per il box office» nota Mariarosa Mancuso. «(500) giorni insieme è un caso di commedia per maschi e femmine, ma di nicchia: l’inizio del cinema romantico hipster». Ovvero: amori “cool”, ma schiacciati dai problemi economici e dall’individualismo social. Quant’è diventato difficile anche solo sognare.

Kristen Stewart e Robert Pattinson: la coppia millennial

<p>"Twilight"<span> con Kristen Stewart e Robert Pattinson (2008)</span></p> Credits: Mondadori Photo

"Twilight" con Kristen Stewart e Robert Pattinson (2008)

All’alba degli anni ’10 del nuovo millennio, gli amori sembrano tornare impossibili, ma è una finta: un ostacolo è concesso, se però tutto si risolve nel classico lieto fine. Nel 2008 arriva Twilight con Kristen Stewart e Robert Pattinson (l’ostacolo è il vampiro), nel 2015 Cinquanta sfumature di grigio con Dakota Johnson e Jamie Dornan (l’ostacolo è il sadomaso): ma, sia nel caso di Edward Cullen e Bella Swan sia in quello di Christian Grey e Anastasia Steele, tutto finisce bene. «È una ripresa del modello tradizionale» dice il critico. «In Cinquanta sfumature il bondage è il falso tocco contemporaneo, perché la morale è sempre la stessa: le donne sognano il principe azzurro bello e ricco». Altro grande ritorno al passato, ispirato a Love Story del 1970, è il connubio “amore e malattia”, l’unico caso in cui si fa lo sconto sull’happy end. Il massimo successo recente è Colpa delle stelle (2014), con Ansel Elgort e Shailene Woodley malati di cancro, quest’anno è invece toccato a The big sick, versione light tratta da una storia vera, quella del comico di origine pakistana Kumail Nanjiani e della moglie Emily V. Gordon (la malata, più lievemente, è lei). «Questo piccolo film, campione di incassi negli Usa, ha una sceneggiatura ben scritta e altri ostacoli tipici: lo scontro tra culture e, appunto, la malattia. Ma tutto è trattato con ironia, ai limiti della satira» commenta Mancuso. Non è più tempo di amori “bigger than life”.

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