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Domande a una scrittrice esordiente, Simona Morani

Foto di A. Varga


Ho conosciuto Simona Morani lo scorso settembre, al Women's Fiction Festival che si svolge ogni anno nella mia città (lo racconto qui).

Lei aveva bisogno di una connessione internet e io, di risposta, avevo una rete di molti cugini: grazie a loro siamo riusciti ad accedere a un wi-fi. Dico siamo perché ormai era diventata una faccenda anche mia,  sebbene conoscessi Simona da poco più di cinque minuti. L'ho fatto per dovere di ospitalità: che non si andasse in giro a dire che nella Capitale Europea della Cultura non c'è internet e la gente è scortese.

Nel frattempo, abbiamo iniziato a parlare e mi ha raccontato di un romanzo che stava per pubblicare proprio grazie a un incontro avvenuto al Women's Fiction Festival dell'anno prima.

Da allora non abbiamo più smesso di parlare, anche quando il festival è finito e lei è tornata in Germania, dove vive e lavora come autrice di documentari e traduttrice (anche se è cresciuta a Canossa, in Emilia Romagna). E ho seguito la nascita del suo romanzo, che, pochi giorni fa, è finalmente uscito per Giunti editore: Quasi arzilli. Le ho chiesto di raccontarlo.

Quasi arzilli di Simona Morani

  • Simona, inizio con la domanda che ti fanno tutti, come racconti nei ringraziamenti (averlo detto, sarà la tua condanna in qualunque intervista, perché tutti adesso, per ripicca, ti faranno questa domanda). Il tuo libro ha per protagonista una banda di vecchi scalmanati che non vuole arrendersi all'idea del tempo che passa, della morte che sta per arrivare. Perché una ragazza poco più che trentenne dovrebbe raccontare di anziani, per giunta maschi?


Sono figlia unica e i parenti con i quali sono cresciuta sono quasi tutti anziani così ho spesso osservato il loro modo di comportarsi e di stare insieme tra di loro. Ho notato che, in generale, sono i maschi quelli che tendono di più a sdrammatizzare i malanni dell’età (chi con ironia come i personaggi Riccardo o Cesare, chi con cinismo come Gino, a seconda del carattere) mentre è più tipico delle donne il vivere in perenne stato di preoccupazione per figli e mariti. Quindi, visto che la mia storia era una riflessione sul senso della vita vista “dalla cima della montagna”, ovvero quando il tempo sta per scadere, mi è venuto spontaneo scegliere l’ironia e puntare sulla prospettiva maschile. Non ha caso, l’unico della combriccola che non riesce a comprendere la spensieratezza dei compagni e soffre di attacchi di panico è Ettore, chiamato in paese “il Putto”, perché nonostante l’età avanzata, non ha saputo maturare, evolversi e diventare uomo.

  • Al contrario i giovani godono di ottima salute e grande vitalità nel tuo libro. Il medico del paese, per esempio, che è quello che cura un po' tutti, si distrae ripensando alle ore d'amore con la sua amante e ignora le preoccupazioni di Ettore che, per l'appunto, ha paura di morire.


Ogni età è concentrata su se stessa. Da bambini non vediamo le esigenze degli adulti, ci interessa solo la ricerca dei nostri piaceri. Da adolescenti ci sembra che il mondo sia contro di noi e non faccia nulla per comprenderci. Da adulti siamo impegnati con la carriera e la vita privata, pensiamo allo stipendio e a come spenderlo nel weekend. Gli anziani sono le persone per i quali spesso si prova meno empatia di tutti. “Be’, di cosa si lamenta tutto il giorno? Ha novant’anni, è chiaro che gli fanno male le gambe! Dovrebbe ringraziare il cielo se riesce ancora a camminare!”. Questi pensieri sono abbastanza comuni, e quando sei giovane non ti rendi davvero conto che vivere a novant’anni può essere una fortuna ma anche un fardello e che ogni anziano combatte quotidianamente con i limiti del proprio corpo e con la propria storia di vita, dalla quale non si torna più indietro: come è andata è andata.

  • Parliamo della tua scrittura. Secondo te esiste un modo di scrivere maschile e uno femminile?


Ognuno scrive come può e come sa, in base alle proprie inclinazioni, al vissuto personale e alla propria sensibilità. Quindi sì, avendo uomini e donne nature diverse, credo che anche il loro modo di esprimersi nella scrittura lo sia. Ammiro molto gli scrittori che riescono a descrivere con tatto il mondo delle donne e le scrittrici che riescono a calarsi nei panni degli uomini. Non è per niente facile.

  • Una donna ha più difficoltà ad affermarsi nell'ambito professionale, soprattutto se artistico?


Una donna fa più fatica ad affermarsi professionalmente in qualunque ambito. Prima o poi si ritrova a giustificare la propria posizione, a lottare contro i pregiudizi degli uomini e le ahimè frequenti rivalità femminili. Il mondo artistico poi è un mondo a parte, molto ristretto ed elitario, spesso spietato perché la vastissima concorrenza gli permette di esserlo. Ma alla fine quello che fa la differenza è il carattere. Soltanto il carattere determina la riuscita o il fallimento di un obiettivo, e questo indipendentemente dal fatto di essere uomo o donna.

  • Quali sono, se ci sono, i tuoi modelli femminili di scrittura?


Leggo molta letteratura femminile ma modelli di scrittura veri e propri non ne ho. Le autrici di cui ho più libri a casa sono Irène Némirovsky, Tracy Chevalier e Margaret Mazzantini. Sono tutte molto diverse tra loro e non posso certo dire che il mio stile si avvicini a una delle tre. Anche se ammetto, mi piacerebbe moltissimo scrivere una struggente storia d’amore “alla Némirovsky”!

  • E quelli maschili?


Più che autori in sé, ho libri che sono diventati fondamentali per la mia esperienza letteraria. Come “Sostiene Pereira” di Tabucchi o “L’amore ai tempi del colera” di Márquez, o la serie della strampalata famiglia Malaussène di Daniel Pennac ma anche “Momo” di Michael Ende... Un libro fondamentale che mi ha ispirato nella stesura di “Quasi arzilli” è stato… “La mia famiglia e altri animali” di Gerald Durrell: uno zoologo inglese!

  • So che hai fatto anche un book trailer per spiegare in breve del libro. Io mi sono divertito tantissimo e vorrei mostrarlo. Si può o  o ti vergogni troppo?


È stata un’esperienza divertentissima che mi ha proposto Giunti. Per fortuna sono stata avvisata soltanto la sera prima quindi non ho nemmeno avuto il tempo di agitarmi. Abbiamo improvvisato tutto sul set ed è stato bellissimo. Quindi sì, diciamo che effettivamente un po’ mi imbarazza, ma possiamo farlo vedere!

  • Allora ti saluto, ti ringrazio e dico alla regia di mandarlo in onda.


Grazie a te!

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