Il clamore suscitato dall’ora riservata alle donne nel lido di Salorno (Alto Adige) non è un’anomalia di provincia, ma l’ennesima increspatura di un’onda che da vent’anni attraversa le piscine di mezzo mondo. E su cui surfa alla grande la politica. Per comprendere se la separazione degli spazi sia una pericolosa “ghettizzazione” o un pragmatico esercizio di libertà, proviamo ad allargare lo sguardo oltre il bordo vasca e immergiamoci nei precedenti italiani e internazionali.
L’invenzione del burkini: un ibrido per l’inclusione
Per districare il paradosso, bisogna partire dalle origini. Il burkini (una crasi commerciale tra burqa e bikini) non nasce nei regimi mediorientali, ma in Australia nel 2004. La stilista di origini libanesi Aheda Zanetti lo inventò per permettere alla nipote di giocare a netball rispettando i precetti islamici. In un clima sociale teso, segnato da scontri interetnici sulle spiagge di Cronulla, il governo australiano e le associazioni di salvataggio usarono proprio il burkini, tinto di giallo e rosso, per arruolare ragazze musulmane come bagnine.
Quello che oggi viene osteggiato come simbolo di chiusura, nacque dunque come un prodotto di “ibridazione culturale”, concepito esattamente per far uscire le donne di casa e integrarle nello stile di vita balneare.
Le esperienze in Italia: tra divieti e “discriminazione positiva”
In Italia, l’ora al femminile in piscina non è una novità assoluta, ma i precedenti raccontano una doppia anima del Paese. Da un lato c’è l’esperienza dell’Uisp (Unione Italiana Sport Per tutti). A Torino, i corsi di nuoto riservati alle donne esistono da quindici anni. E le testimonianze ribaltano la retorica del ghetto: la piscina femminile torinese è diventata un luogo dove “si discute, ci si confronta, si parla di diritti e di lotta al patriarcato”. Durante la pandemia, proprio la chat di quel gruppo di nuoto è stata usata da una donna per chiedere aiuto contro un marito violento.
Analogamente, a Figline Valdarno (Firenze), l’istituzione di un’ora mattutina con sole istruttrici donne è stata pensata non per dividere, ma per permettere l’accesso allo sport a donne che altrimenti non varcherebbero mai la soglia dell’impianto.
La manipolazione del burkini ad opera della politica
Eppure, la politica non ha mai smesso di scontrarsi su questi spazi. Nel 2023, la decisione della Circoscrizione 3 di Torino di limitare l’accesso agli uomini nella piscina Trecate per un’ora e mezza ha scatenato la bufera. Il centrodestra ha gridato alla mancata integrazione, mentre la giunta e il centrosinistra hanno difeso la “discriminazione positiva”, necessaria per tutelare donne condizionate da secoli di cultura patriarcale.
Dall’altro lato dello spettro ci sono i divieti. Il caso più noto prima di Salorno fu quello di Varallo Sesia (Vercelli) nel 2009: il sindaco leghista vietò il burkini nei torrenti e nelle piscine adducendo pretestuosi “motivi igienico-sanitari”. Quell’ordinanza, che mascherava un intento discriminatorio con questioni di salute pubblica, fu poi bocciata dal Tribunale civile di Torino.
L’Europa divisa: la rigidità francese e il pragmatismo svedese
Se in Italia il dibattito esplode a macchia di leopardo, in Francia assume i contorni di una vera e propria religione di Stato: la laïcité. Qui il burkini è vissuto come una minaccia esistenziale alla Repubblica. Nel 2016 decine di comuni (come Cannes e Villeneuve-Loubet) lo vietarono sulle spiagge. Più di recente, nel 2022, il Consiglio di Stato francese ha annullato la decisione del sindaco ecologista di Grenoble di autorizzare il burkini e gli orari per sole donne nelle piscine comunali, stabilendo che le deroghe ai regolamenti per “soddisfare esigenze religiose” ledono il principio di neutralità dei servizi pubblici.
Il burkini non minaccia l’igiene di nessuno
Anche in Belgio il tema è finito in tribunale: ad Anversa un divieto in piscina ha innescato un lungo iter legale giunto fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In altre città, come Gent, i giudici hanno annullato i divieti, smascherando le scuse legate all’igiene come vere e proprie discriminazioni religiose. Diametralmente opposta è la Svezia.
In una cultura in cui la nudità nelle docce pubbliche è vissuta come un fatto igienico naturale, il burkini è stato pragmaticamente accettato nei regolamenti delle piscine come un normale “indumento destinato al nuoto”, e molte strutture offrono senza scandalo sessioni separate per chi lo desidera.
Segregazione o libertà?
La polemica di Salorno costringe ad affrontare un nodo irrisolto del femminismo contemporaneo. Il cosiddetto “femminismo eurocentrico” vede nel burkini un simbolo castrante e patriarcale, sostenendo che vietarlo (o impedire le ore separate) sia l’unico modo per “emancipare” queste donne costringendole ad assimilarsi.
Di contro, il “femminismo islamico” e le voci delle dirette interessate evidenziano l’ipocrisia di questa posizione: imporre con la forza uno standard estetico e comportamentale occidentale, chiudendo loro le porte delle piscine, ottiene l’unico risultato di segregare queste donne all’interno delle mura domestiche.
In quest’ottica, concedere un’ora di nuoto a porte chiuse non è una resa all’oscurantismo, ma uno strumento imperfetto e vitale di libertà. Uno stratagemma pratico per consentire a donne – spesso intrappolate tra le regole della propria comunità e il pregiudizio della società ospitante – di riappropriarsi del proprio corpo, socializzare e compiere un primo, timido tuffo verso l’autodeterminazione.