Forse non ci hai mai pensato, ma il modo in cui ci spostiamo nella nostra giornata riflette il modo in cui viviamo: le donne, per esempio, si muovono molto di più per la gestione familiare rispetto agli uomini (34,4% contro il 27,1%), così come usano di più i mezzi pubblici (8,5% contro il 7,7%) e … le gambe (22,9% contro il 19%7). Sono dati, questi, preziosi (raccolti dall’Osservatorio Audimob di Isfort, Istituto Superiore di Formazione e Ricerca per i Trasporti), perché raccontano il nostro mondo: un’Italia in cui le donne lavorano ancora troppo poco, si addossano in modo prevalente la cura della famiglia e rinunciano a uscire alla sera. Esiste, quindi, un Gender gap anche negli spostamenti.

Come si spostano le donne: la mobility of care

Una delle caratteristiche più rilevanti del modo in cui ci muoviamo noi donne è la cosiddetta mobilità di cura (mobility of care). Le donne effettuano spostamenti multipli e concatenati, come accompagnare figli a scuola, fare acquisti, assistere familiari, andare e tornare dal lavoro. Gli itinerari sono quindi più frammentati rispetto al classico tragitto casa-lavoro degli uomini e una parte molto significativa di questi spostamenti è legata proprio alla gestione familiare (circa il 34,4%). Di conseguenza le donne hanno un maggiore bisogno di intermodalità, cioè mezzi di trasporto connessi (bici, bus, auto) e di servizi diffusi sul territorio (taxi, auto a chiamata, mezzi pubblici).

Orari diversi

La mobilità femminile inoltre è spesso meno concentrata nelle ore di punta, cioè distribuita lungo tutto l’arco della giornata. È caratterizzata da spostamenti brevi e frequenti, perché le attività di cura e domestiche generano viaggi brevi ma numerosi, spesso durante tutta la giornata

⁠Più mobilità sostenibile (ma non sempre per maggiore sensibilità)

In media le donne utilizzano più frequentemente il trasporto pubblico, camminano di più e usano di più forme di mobilità sostenibile rispetto agli uomini. Questo, però, non deriva non solo da una maggiore attenzione ai temi della sostenibilità, ma più spesso da fattori come una minore disponibilità di auto in alcuni nuclei familiari.

Quanto conta la percezione della sicurezza

Se noi donne non ci sentiamo sicure, alla sera usciamo di meno. La sicurezza infatti è uno dei fattori che più influenzano le scelte di mobilità, soprattutto notturne. Gli aspetti più critici ovviamente sono le fermate isolate o poco illuminate e le stazioni e i parcheggi bui, incustoditi o isolati. La percezione di insicurezza può portare a rinunciare agli spostamenti, oppure a scegliere percorsi magari più lunghi ma sentiti come più sicuri, o ancora a usare di più l’auto quando possibile.

Maggiore attenzione all’accessibilità

Le donne, per il loro ruolo di cura, mostrano esigenze più forti rispetto all’accessibilità (marciapiedi, passeggini, accompagnamento bambini o anziani), alla qualità degli spazi pubblici, all’illuminazione, alla visibilità e alla presenza di altre persone.

Meno spostamenti per lavoro

Last but not least: i dati evidenziano che gli spostamenti per lavoro sono meno frequenti tra le donne rispetto agli uomini (23,1% contro 31%). Questo riflette minore partecipazione al mercato del lavoro, maggiore carico di lavoro di cura e necessità di conciliazione tra tempi di lavoro e vita. La mobilità può diventare quindi anche un fattore di disuguaglianza nelle opportunità lavorative.

La Carta della Mobilità delle donne

Sulla base proprio di questi dati è allo studio la Carta della Mobilità delle donne, ovvero una serie di azioni concrete con l’obiettivo di rendere la mobilità più equa. Il principio su cui si fonda è il fatto che la mobilità non è neutra dal punto di vista di genere: può ampliare o ridurre le disuguaglianze e influisce su accesso a lavoro, servizi, istruzione e tempo libero. Per questo è necessario progettare sistemi di trasporto più inclusivi, flessibili e sicuri, basati anche su dati disaggregati per genere, dati, cioè, raccolti in base al sesso di appartenenza.

La fatica delle donne anche negli spostamenti

Cosa vuol dire? Ce lo spiega Anna Donati, presidente Roma Servizi per la mobilità, l’azienda pubblica che gestisce i trasporti nella Capitale. «Questi dati ci restituiscono perfettamente la fatica quotidiana delle donne. Perciò occorre programmare un futuro diverso in cui le donne siano più libere di spostarsi e alleggerite di tanti pesi. Una mobilità progettata tenendo conto delle esigenze specifiche femminili produrrebbe benefici per l’intera popolazione, perché molte delle criticità che incidono sulla mobilità delle donne riguardano in realtà categorie molto più ampie di persone: anziani, bambini, persone con disabilità, pendolari occasionali, turisti). In questo senso, adottare una prospettiva di genere nella pianificazione dei trasporti significa rendere il sistema più equo, accessibile ed efficiente per tutti».

Le possibili iniziative concrete

La Carta è rivolta a governo, istituzioni, Ministeri, Regioni e Comuni perché realizzino piste ciclabili, spazi pedonali, servizi di sharing. Ma si rivolge anche alle aziende di trasporto e al mondo della progettazione. «I Comuni, per esempio, potrebbero progettare più vie ciclabili per incoraggiare l’autonomia dei ragazzini nei piccoli spostamenti casa-scuola e rendere più sicure le strade nei centri abitati» prosegue la dottoressa Donati. «Ma progettare il futuro in un’ottica di genere significa anche studiare nuovi spazi nelle città in base al principio della natural surveillance, una progettazione che scoraggi le attività criminali favorendo l’illuminazione, rendendo le fermate visibili e frequentate e riducendo i nascondigli. Si potrebbero poi sviluppare servizi innovativi come i sistemi pay as you go per i mezzi pubblici o le fermate a richiesta nelle ore notturne. Le donne per esempio hanno una particolare propensione per i servizi di sharing e quelli a chiamata, che andrebbero incentivati, così come le nuove opportunità offerte dalle app: come la possibilità – attiva a Bologna – di prendere un’auto in una città e consegnarla in un’altra».

La Carta della Mobilità delle donne nelle aziende

Tutti servizi che agevolano le donne ma di cui, alla fine, beneficiamo tutti. Anche le aziende sono chiamate a intervenire, come spiega Giuseppina Gualtieri che, oltre a essere Presidente e amministratore delegato di TPER (l’azienda per il trasporto pubblico dell’Emila Romagna), è anche Vicepresidente di ASSTRA, l’associazione che raduna 141 aziende per la mobilità. «Stiamo lavorando per veicolare la carta presso tutte le aziende associate. Questo vuol dire integrare la prospettiva di genere nella pianificazione della mobilità, quindi gli spostamenti casa-lavoro, i turni, lo sharing, ma non solo: riconoscere bisogni diversi tra gli utenti aiuta a progettare servizi più equi, così come un welfare attento alle famiglie, con turni e congedi parentali all’insegna della parità».

I trasporti come opportunità di lavoro per le donne

Migliorare gli spostamenti in un’ottica di genere facilita poi una maggiore presenza delle donne sia come utenti dei trasporti sia come professioniste. «Il settore dei trasporti e della logistica rimane infatti fortemente a trazione maschile, con una presenza femminile che si attesta solo al 22% e cala drasticamente nei ruoli apicali e operativi, come la guida dei mezzi» prosegue la dottoressa Gualtieri. «Stanno crescendo le donne autiste ma anche le professioniste a capo di aziende di logistica delle merci, pur se lo stereotipo del trasportatore maschio è molto forte. La Carta della mobilità delle donne serve anche a questo: a costruire consapevolezza e impegno sociale a tutti i livelli, con obiettivi condivisi, ovvero non solo migliorare la qualità del trasporto pubblico per le donne (che vuol dire farlo per tutti), ma migliorare anche la qualità del lavoro in un settore storicamente a forte presenza maschile».