Si chiamano “lesioni indice” perché sono segni chiari che una donna viene picchiata: la frattura composta del polso sinistro, per esempio, possibile prova che si è difesa da un aggressore destrorso. Oppure la rottura delle falangi di mani e piedi, o di una caviglia, zona bersaglio dei lanci di oggetti pesanti. O i traumi cranici, magari ripetuti nel tempo.

Il primo corso per gli ortopedici che insegna a riconoscere le lesioni da violenza domestica

Un ortopedico che riceve in Pronto Soccorso una donna (o dei bambini, perché nella stragrande maggioranza dei casi le violenze sono su partner e figli) con questo tipo di fratture, rappresenta il primo anello di una catena che può salvare una vittima di violenza e, in molti casi, anche i suoi figli. Per questo la SIOT – Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, ha attivato il primo corso di formazione dedicato proprio al riconoscimento delle lesioni da violenza domestica.

A coordinare l’iniziativa, rivolta ai medici in formazione specialistica in Ortopedia e Traumatologia delle Scuole della Lombardia, ai Direttori delle Scuole di Specializzazione e agli ortopedici, è la dottoressa Erika Maria Viola, primaria all’ospedale di Cremona e Coordinatrice della Commissione Pari Opportunità SIOT. «Saper leggere una frattura non come un episodio isolato, ma come possibile parte di una storia di abusi, può contribuire a interrompere un’escalation che dalle contusioni può arrivare a fratture ripetute, traumi cranici, ferite da arma da taglio o da fuoco, fino agli esiti più drammatici come il femminicidio» spiega la dottoressa.

Cosa succede al Pronto Soccorso

«L’obiettivo del corso è formare gli specialisti a cogliere segnali spesso difficili da riconoscere, soprattutto in un contesto operativo complesso come quello del Pronto Soccorso: tempi ristretti, carichi di lavoro elevati, urgenze che si accumulano, necessità di prendere decisioni rapide e, al tempo stesso, di mantenere attenzione clinica, sensibilità relazionale e correttezza medico- legale». Il corso ha un titolo fortemente simbolico: “Tornando a casa”, quella casa che per molte di noi è un porto sicuro, ma per tante altre un covo di abusi.

L’indice di rischio è un fattore importante

«Quando riceviamo donne con ecchimosi o fratture, nel nostro ospedale si attiva una procedura particolare» prosegue la dottoressa Viola: «Prima di tutto la persona viene visitata nel su complesso, invitata per esempio a togliersi il maglione a collo alto, per mostrare eventuali altre lesioni. Poi le presentiamo un questionario internazionale in grado di valutare il suo indice di rischio, cioè quante probabilità ha di subire lo stesso trauma. Infine, ci facciamo sostituire da altri colleghi se ci rendiamo conto di aver bisogno di più tempo».

Il rapporto con l’ortopedico

Perché è in quella finestra temporale che si gioca il destino della vittima. «Nella cosiddetta “saletta discreta”, l’ortopedico cerca di far capire alla persona che si trova in pericolo, e che può essere presa in carico dai servizi sociali. Sta però a lei sporgere querela, a meno che le sue lesioni abbiano una prognosi superiore a 40 giorni. In questo caso, è l’ospedale che attiva le forze dell’ordine».

Un grosso aiuto agli ortopedici viene dall’archivio che è stato creato con migliaia di radiografie frutto di violenza domestica (disponibile per i medici sul sito siot.it) e dall’AI: uno studio retrospettivo delle radiografie dei Pronto soccorso realizzato dall’Università di Torino ha riconosciuto in esse più di 2mila casi di violenza domestica.