Uomo fuma una sigaretta in un ufficio

Non si può licenziare un dipendente per una sigaretta

Così ha deciso la Cassazione in merito a un lavoratore licenziato nel 2002. Per i supremi giudici la perdita del posto di lavoro è una pena sproporzionata rispetto alla violazione del divieto di fumo. Il lavoratore tabagista, dopo 15 anni, va reintegrato

Si può essere licenziati per aver fumato un paio di sigarette durante i turni di lavoro, in fabbrica? Dipende dal contesto e dalla situazione specifica. Chiamata a decidere su un caso specifico, ambientato alla Sata spa di Melfi, la Corte di Cassazione questa volta ha risposto no. E ha condannato l’azienda, seppur a distanza di ben 14 anni e mezzo dai “fattacci”, a reintegrare definitivamente il dipendente cacciato. Si tratta del foggiano Luigi Nicola C., operaio e delegato sindacale che adesso ha una cinquantina d’anni, sposato e padre di tre figli.

Azienda condannata al reintegro nel posto di lavoro e al pagamento dei danni

L’azienda metalmeccanica, specializzata nella produzione di componenti per l’industria automobilistica, dovrà inoltre risarcire l’ex tuta blu per i danni patiti, commisurati agli stipendi non percepiti a partire dal “cartellino rosso” e fino all’ok al rientro in servizio.  Il consumo delle sigarette  – una il 10 giugno 2002  e l’altra il 11 giugno 2002  –  inizialmente era una delle mancanze contestate al dipendente con il vizio del fumo, ma poi è stata l’unica per cui si sono trovati riscontri e fondatezza.  Così, caduto tutto il resto, i supremi giudici hanno fatto proprie le motivazioni dei colleghi della Corte d’appello territoriale: il licenziamento dell’operaio, per le sola violazione del divieto di fumare,  è stato ritenuto “sproporzionato”, eccessivo, fuori misura. Non solo. In base ai contratti collettivi di lavoro, che prevedono sanzioni disciplinari graduate e progressive, la massima punizione possibile è apparsa incongrua.

Un caso destinato a far discutere e non solo gli addetti ai lavori

 La Sata spa, avendo perso l’ultimo ricorso, dopo aver vinto in primo grado, dovrà ora sobbarcarsi pure le spese di causa e legali. Ha anche attirato l’attenzione su di sé e non in positivo. La sentenza, materia di interesse e di discussione anche per i non esperti di diritto e di questioni sindacali, da giorni sta rimbalzando tra siti specializzati e testate generaliste.

Non sempre la Cassazione accoglie le ragioni dei lavoratori tabagisti

La materia resta controversa e legata a situazioni contingenti. Per un altro caso di fumo al lavoro, qualche mese fa, la Cassazione si era pronunciata in senso contrario. “Respinse il ricorso del dipendente di una ditta  – come riportò l’agenzia Adnkronos - che si era opposto alla sentenza con la quale la Corte d'appello di Ancona aveva confermato la legittimità del licenziamento disciplinare a lui inflitto, deciso perché aveva fumato in un’area nella quale c’erano materiali infiammabili”.

La soddisfazione dell’avvocato difensore dell’operaio

L’avvocato dell’operaio riabilitato, Antonio Leccisotti, commenta: “Siamo molto soddisfatti. Il problema è stato inquadrato nei termini corretti, nel contesto giusto. All’epoca il contratto di lavoro non prevedeva il divieto di fumo in tutti gli ambienti e lui aveva fumato in sala relax. Attenzione, però. Quello sancito dalla Cassazione non è un principio generale, valido tout court. Non dà affatto il via libera al fumo libero ovunque. Altre sentenze sono andate in direzione opposta, perché diverse erano le condizioni di partenza”.

Anni durissimi e pieni di sacrifici e di privazioni, per tutta la famiglia

Questa storia è costata all’assistito anni difficili, durissimi, pieni di privazioni e rinunce. Una vita agra. Continua l’avvocato Leccisotti: “Il signor Luigi ha tirato avanti da disoccupato, con tre figli sulle spalle, in una situazione che potete immaginare. Lo hanno aiutato parenti e conoscenti. Si è  dovuto arrangiare, con tutte le difficoltà legate a un problema di salute, quello che aveva pesato anche sulla sua situazione in fabbrica e sull’intera vicenda. Ed è arrivato a sentirsi lui in colpa, davanti alla moglie e ai ragazzi, quando colpe non ne aveva, come è stato dimostrato”.

Perché una causa di lavoro può durare 14 anni?

Intanto sono passati più di 14 anni. Perché? “I tempi  si sono allungati  parecchio in Tribunale, per arrivare alla sentenza di primo grado, sfavorevole. Corte d’appello e Cassazione ci hanno messo relativamente poco, invece, e hanno ribaltato la decisione iniziale. Il lavoratore – precisa il legale  - è stato reintegrato in via provvisoria dopo la sentenza di secondo grado, nel 2014. Adesso, grazie ai supremi giudici, non ha più nulla da temere. Il posto di lavoro è tornato a essere definitivo”.

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