C to Work

A cosa serve l’open education

La rete è un labirinto di opportunità. Ma per orientarsi (e avere successo) occorre un progetto. E l'open education può darti una mano



Bisogna diventare abili ad unire i puntini: ecco cosa ho imparato dall’open education. Curiosando nella rete, mi è sembrato di rintracciare un numero infinito di percorsi cifrati che assomigliano a quelli che trovavo da bambina sui giornali di enigmistica del nonno. Solo che funzionano esattamente al contrario: nei giochi enigmistici, si tratta di fare emergere un disegno misterioso, seguendo con attenzione un percorso descritto dalla numerazione data a priori dall’autore ai puntini. Qui si tratta di sceglierli, i puntini: di essere l’autore della numerazione, realizzando progressivamente, anche se non sempre consapevolmente, un disegno.

La rete, infatti, è un labirinto di contenuti, metodi, strumenti, opportunità di relazioni, stimoli, alcuni di alta qualità, nel quale è facile perdersi o disperdersi: per sfruttarne le potenzialità è perciò necessario entraci da protagonisti, con un progetto. Che però non è un piano: il disegno finale rimane pure sempre misterioso. Quello che cambia è che bisogna esserne l’autore.

Un po’ quello che accade in un racconto di Karen Blixen: un uomo, svegliato da un gran rumore nella notte, corre verso lo stango vicino, cercando di capire cosa stia accadendo. Non sa da dove venga il rumore, cosa dovrà affrontare e cosa può fare: inciampa, torna sui suoi passi, cerca fino a che trova una falla negli argini, la ripara e torna a dormire. La mattina, svegliandosi, vede che le orme dei suoi passi sul terreno hanno disegnato una cicogna.

Questo è il progetto: perseguire uno scopo, al buio, in modo non lineare, ma con uno scopo chiaro che si trasforma in obiettivo lungo un percorso che mescola intenzione e accidenti. È una ricerca orientata a rispondere ad una domanda, più o meno semplice, fatta di ascolto ed osservazione, di sperimentazione, di strategia, di utilizzo funzionale di risorse. E il disegno finale è il senso inaspettato che ne emerge, che non si può conoscere prima e che trascende il risultato.

L’open education, educa prima di tutto, a questa progettualità. In rete, le risorse molteplici, spesso illimitatamente disponibili e gratuite, non alternative: si può approcciare un contenuto o uno strumento e poi decidere di approfondirlo oppure curiosare ed andarsene, si può ritenere solo la parte di materiale effettivamente utile oppure raggiungere una certificazione, si può partecipare attivamente alla community o limitarsi a studiare i contenuti, si può dedicare un tempo variabile, si possono sfruttare diversi canali e fruire di diversi contenuti contemporaneamente. Si può, insomma, sperimentare, testare, contaminare. La libertà è massima. Ma per questo anche la responsabilità: non si tratta solo di scegliere e seguire un percorso, ma di costruirlo. Si viene in questo modo costretti, per apprendere davvero, ad essere in ogni momento critici, attenti e consapevoli, commisurando tutto ciò che si incontra alla propria ricerca. Non c’è spazio per la passività, perché sono necessari ingaggio, impegno e capacità di usare la complessità e renderla generativa.

Tutto quello che troviamo in rete, di buona qualità, infatti, può esserci utile, così come ogni esperienza lavorativa e non, per costruire e ricostruire la nostra professionalità. Ma bisogna essere capaci di unirle, queste esperienze, perché alla fine ne emerga una cicogna. E, forse, il motore della nostra corsa, è il valore che vogliamo generare, per noi e per gli altri. È attorno una proposta di valore che possiamo tracciare il percorso cifrato che permetta di scegliere, mettere a sistema e fare diventare generative tutte le esperienze - on line e off line - che viviamo. Il progetto della nostra proposta di valore come professionisti ci permette di correre nel labirinto dei contenuti, dei metodi, degli stimoli, delle interazioni - come l’omino di Karen Blixen correva nel buio per fare fronte al rumore – e di disegnare, nell'apprendimento, la nostra cicogna.

Silvia Bona 
C to Work, terza edizione

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