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L’aereo caduto in Francia e quella paura di volare che non passa mai

I disastri dei cieli sono quelli che ci scuotono di più. Non solo per il dolore per le vittime. Ma perché risvegliano paure antiche. Che spesso abbiamo superato con difficoltà

Ogni disastro aereo, come quello dell'Airbus Germanwings caduto in Francia, ci scuote a fondo.

Non solo perché muoiono molte persone: oggi hanno perso la vita tutti i 150 passeggeri.

Nella quotidianità ci abituiamo all'idea di spostarci rapidamente, da un continente all'altro, accettiamo un mondo diventato più piccolo e senza confini.

Ma poi avviene una tragedia e riemerge la paura atavica di non trovarsi nel proprio elemento, sulla Terra. E il senso di quanto sia innaturale, per un uomo, salire a 10.000 metri d'altezza, rinchiuso in una cabina di metallo.

Egoisticamente, mi chiedo come sarà la prossima volta che dovrò volare.

Mi ero illuso di aver lasciato alle spalle questa apprensione. Uno dei demoni che credevo di aver esorcizzato.

Il primo aereo l'ho preso dopo i 25 anni. Fino a quel momento avevo evitato in ogni modo di volare. Mi inquietava l'idea di non poter dire in qualsiasi momento: «Fatemi scendere».

Ma quell'anno, il 1996, dopo una sfilza di collaborazioni e di stage con la scuola di giornalismo, ho avuto alcuni contratti in un tg nazionale. E un giorno il direttore, durate la riunione della mattina, ha alzato gli occhi e, indicandomi, ha detto: «Perché non mandiamo lui a Madrid, in giornata, a fare quel servizio per l'edizione delle 19?» .......

Naturalmente ho detto di sì senza mostrare un minimo d'esitazione, come un soldato.

Uscito dalla riunione, però, avevo la schiena ghiacciata. Mi sentivo intrappolato. Ho parlato con una collega, che ha fatto un discorso di buon senso: gli aerei sono i mezzi più sicuri. Ma il buon senso non può scalfire certe preoccupazioni. Sarebbe come dire a una persona che ha una gamba ingessata di correre i 100 metri a tutta velocità, superando le difficoltà con l'impegno e la forza di volontà.

Non ce l'ho fatta. Maledicendomi, sono entrato nello studio del direttore, gli ho confessato la mia paura e mi sono scusato. La risposta è stata un sorriso. E una confidenza: anche lui aveva paura di volare da quando, molti anni prima, aveva rischiato di precipitare con un piccolo aereo, in un altro continente.

Tutto a posto? Per niente. La mia autostima era a pezzi.

Ma non mi sono rassegnato. Mai. Per settimane ci ho pensato e ripensato. Finché ho preso il toro per le corna.

Un venerdì mattina sono entrato in un'agenzia viaggi e ho comprato un volo per tornare a casa dai miei, previsto per la sera. Così non avrei dovuto affrontare una notte in solitudine con le mie paure. I miei genitori vivono nel Nord Italia, a 45 minuti di volo da Milano, e il viaggio sarebbe stato brevissimo. E sono corso in aeroporto all'ultimo minuto, per non lasciare spazio all'ansia.

Ho vissuto un'esperienza sorprendente. Superata la novità dei sussulti sulla pista, le virate dell'aeroplano per raggiungere l'altezza prevista, sono stato conquistato dallo spettacolo della Terra vista dall'alto.

Chi se lo sarebbe aspettato. Per tutto il tempo del volo sono rimasto incollato al finestrino. Vedevo la forma delle città, il verde della Pianura Padana, le vette ancora innevate delle Alpi. La linea serpeggiante del Po. Mi sembrava di capire tutto, tutto del mondo in cui avevo vissuto da quando ero bambino, e che però non conoscevo in modo così completo.

Avevo vinto una paura immaginaria. E, da allora, sono stato spettatore di altri spettacoli mozzafiato, migliori di qualsiasi film: ho visto dall'alto le montagne brulle dell'Afghanistan, i fiumi dell'India, il deserto dell'Iraq, l'Atlantico, il corso del Nilo nel cuore dell'Africa, i disegni misteriosi degli impianti di estrazione del petrolio in Libia, la laguna che anticipa l'atterraggio a New York, e, il più bello di tutti, l'Italia con il suo mare che riflette il sole come uno specchio.

Ma adesso un dubbio minaccia di guastare questi piaceri.

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