Alzheimer, anche un sogno aiuta a stare meglio

29 09 2016 di Flavio Pagano
Credits: Alex Tennapel

L'Alzheimer coinvolge in Italia 700.000 pazienti e milioni di "caregivers”, familiari che si prendono cura giorno e notte di chi soffre di questa malattia. Lo scrittore Flavio Pagano ci racconta le storie di un'umanità che non conosciamo. Qui pubblichiamo l'undicesima puntata

Da un po’ di tempo mia madre, che ha novant’anni, l’Alzheimer e non riesce a camminare da sola già da alcuni anni, ha espresso il desiderio di fare sport.

«Che sport vorresti fare?» le ho domandato io, fedele al principio che i desideri, o i sogni, di un malato di Alzheimer (come in fondo quelli di tutti) non vadano mai sottovalutati o derisi.

«Quello là» mi ha risposto lei, indicando la tv. Ma la tv era spenta. Però mi viene in mente che il giorno prima, mentre le facevo compagnia, ho guardato una partita di tennis, e le chiedo: «Per caso è il tennis?»

«Sì!» risponde lei.

«Un’ottima idea» le dico. «Quando vorresti cominciare?»

«Con calma» mi fa, assumendo un’aria giudiziosa. «Sono fuori allenamento, non mi voglio affaticare».

«Ma hai mai giocato?».

«No».

Però è ottimista: «Sono sicura di riuscire bene, quando guardo quelle signorine che giocano, capisco che posso farlo anche io».

«Piano piano, però» le raccomando.

«Piano piano» acconsente lei.

La guardo, e vedo che nei suoi occhi si confondono più piani temporali, come sempre. I suoi occhi sono come un cielo dove contemporaneamente brilla il sole e piove. C’è tutto, in quegli occhi dove a volte sembra che non ci sia nulla.

Pensa, ricorda, immagina... E tutto avviene nello stesso modo. Mark Twain diceva che l’unica fantasia tra la fantasia e la realtà è che la fantasia dev’essere credibile, ma per un malato di Alzheimer non è così. Certi vincoli non li condizionano più. Sono liberi, anche se a volte di libertà si muore.

«Allora mi porti?» mi sorride all’improvviso.

«Dove?» rispondo io scioccamente, che mi sono distratto.

«A giocare...» replica lei. E mi torna in mente il suo desiderio di giocare a tennis.

«Certo!» esclamo con convinzione: «Quando vuoi andare?».

«Domani?» dice lei timidamente.

«Domani...» confermo io.

«Ho soltanto paura di una cosa» mi spiega timidamente.

Penso che forse si sta rendendo conto che non cammina, che non va da sola neanche in bagno, che bisogna sostenerla per metterla a letto o per alzarla dalla poltrona.

Ma mi sbaglio: lei fa sul serio.

«Ho paura di non vedere la pallina» mi confida sottovoce. «Sai, non ho più la vista di una volta... E mi dispiacerebbe correre come una scema in mezzo al campo senza riuscire a prenderla!».

«Non sarà così» le dico io. «Oggi le fanno colorate, la vedrai benissimo!».

Lei s’illumina. Alla pallina colorata proprio non aveva pensato.

E mi accorgo che, all’improvviso, è felice.

Lo scrittore Flavio Pagano ha cominciato a occuparsi di Alzheimer quando la malattia ha toccato la sua vita, colpendo la madre, esperienza da cui è nato il romanzo-verità Perdutamente (Giunti). Questa è l'undicesima storia di una serie, "Mai soli", che vuol raccontare e ascoltare l’universo parallelo che è l’Alzheimer. L'universo di coloro che ne sono colpiti e di chi li assiste, perché curare vuol dire prima di tutto prendersi cura dell’altro. 

Le altre storie:

1. Il giorno che mia madre non mi ha riconosciuto

2. L'istituto dove i pazienti si sentono a casa

3. Accanto a chi è malato fino all'ultimo respiro

4. La mia mamma malata mi ha accompagnato all'altare

5. La nonna che non ricorda mai che giorno è

6. Quando si arriva a dire: «Non ce la faccio più»

7. Alzheimer, com'è vivere accanto a chi c'è ma non c'è più

8. Alzheimer, perché la casa di riposo fa paura

9. Alzheimer, prevenirlo (un po') forse si può

10. L'Alzheimer è un ladro bastardo (ma misericordioso)

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