Alzheimer, la mia mamma e la sua bambola Eva

23 02 2017 di Flavio Pagano
Credits: alex tennapel

L'Alzheimer coinvolge in Italia 700.000 pazienti e milioni di “caregivers”, familiari che si prendono cura giorno e notte di chi soffre di questa malattia. Lo scrittore Flavio Pagano ci racconta le storie di un'umanità che non conosciamo. Qui pubblichiamo la diciottesima puntata

Da qualche giorno mia madre, che soffre di Alzheimer, oltre a oscillare nell’umore e ad alternare momenti di lucidità mentale a momenti di leggero delirio, era diventata cupa, taciturna fino al voto di silenzio, e sembrava che fare qualunque cosa le costasse enorme fatica.

Senza dire una parola, con quegli occhi che spiccano tra le rughe del viso come due laghetti fra le pieghe del terreno di un vulcano spento, si trascinava dal mattino alla sera. Di notte poi diventava inquieta, ed era molto difficile starle dietro.

La sua camera, dalla quale non esce mai, somigliava sempre più alla gabbia di un animale tenuto in cattività, solitario e incompreso, incazzato col mondo intero e intento solo a maledire il proprio destino di prigionia.

Con la stupidità di sempre, con quella goffagine che sempre il presunto sano riserva al cosiddetto malato, interpretavamo tutto come un «segno di aggravamento». Persino i medici tendono a cedere alla tentazione di questa visione semplificata, disumanizzante del paziente.

Invece il malato è una persona come le altre, non dovremmo dimenticarcene mai, ed è solo la sua sofferenza che la rende diversa. Bisognerebbe avere la capacità di accorgersi che, semplicemente, ci può essere qualcosa che lo disturba o che gli manca, come può accadere a chiunque altro.

E l’intuizione giusta, manco a dirlo, la ebbe non un adulto, ma mio figlio di dieci anni. Suo nipote, che quel giorno ebbe un piccolo colpo di genio: «Nonna» le disse, e il tono sincero, spontaneo e convincente compì la prima piccola magia, perché lei, che da qualche giorno non rispondeva più a nessuno, alzò la testa.

«Nonna» ripeté «che hai? C’è qualcosa che ti manca, qualcosa che vorresti?»

Quelle parole si rivelarono miracolose.

Mia madre fece cenno di sì, e venne fuori che le mancava tanto Eva: la sua bambola.

Di questa bambola non avevo mai saputo niente. Doveva trattarsi di un ricordo d’infanzia, o forse di una fantasia. Fatto sta che inventammo immediatamente una scusa per giustificare il fatto che Eva non si trovasse, e le promettemmo che in quattro e quattr’otto sarebbe stata di nuovo fra le sue braccia.

Quando, un paio d’ore dopo, mio figlio entrò trionfante nella sua stanza e le consegnò una piccola bambola di pezza con un vestito bianco a righe azzurre, capelli biondi platinati e un raggiante sorriso dipinto sul volto, lei s’illuminò. Poi, a un tratto, gli occhi le si velarono di lacrime. Non riusciva a parlare, non poteva esprimere la gioia enorme che provava, e così scoppiò a piangere. Tremava tutta. Sembrava una bambina che s’era persa nella folla e che finalmente aveva ritrovato la famiglia.

Pian piano riuscimmo a calmarla, e non senza qualche esistazione lei prese la bambola tra le braccia. All’inizio sembrò l’incontro di una madre con la prole di una specie diversa. Uno di quei casi in cui, un po’ maldestramente, ma con innato amore, una scimmia adotta un cucciolo non suo, o una cagnolina offre la mammella a un gattino.

Un istinto antico governava ogni suo gesto, e lei se ne lasciò guidare docilmente.

Non ho idea di come fosse fatta la vera Eva di quasi un secolo fa, quella con cui aveva giocato mia madre da bambina, ma era chiaro che la nuova sembrava soddisfarla appieno. Era felice.

Del resto non avrebbe potuto che essere così, perché, contrariamente a noi che, da quando mia madre si era ammalata, cercavamo costantemente di interpretare il suo comportamento e di capire i segni più nascosti della sua malattia, lei aveva accolto quella bambolina senza farsi domande, senza chiedersi neanche se fosse brutta o bella.

Quelle erano rozze distinzioni per noi sani. Una madre, invece, non giudica i propri figli, ma li ama. Li ama di quell’amore incondizionato che muove il mondo. Quell’amore che nessun figlio sarà mai in grado di restituire per intero.

Quell’amore così unico e grande che a volte - quando la osservo mentre la tiene in braccio, le parla e la coccola, con la stessa delicata dedizione con cui, a suo tempo, aveva cresciuto me - di quella piccola bambola di pezza io sono un po’ geloso.

Lo scrittore Flavio Pagano ha cominciato a occuparsi di Alzheimer quando la malattia ha toccato la sua vita, colpendo la madre, esperienza da cui è nato il romanzo-verità Perdutamente (Giunti). Questo è il diciottesimo intervento di una serie, "Mai soli", che vuol raccontare e ascoltare l’universo parallelo che è l’Alzheimer. L'universo di coloro che ne sono colpiti e di chi li assiste, perché curare vuol dire prima di tutto prendersi cura dell’altro. 

Le altre storie:

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2. L'istituto dove i pazienti si sentono a casa

3. Accanto a chi è malato fino all'ultimo respiro

4. La mia mamma malata mi ha accompagnato all'altare

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7. Com'è vivere accanto a chi c'è ma non c'è più

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