Artrite reumatoide e malattie reumatiche, attenta ai luoghi comuni

09 12 2016 di Barbara Rachetti

Delle malattie reumatiche (artrite reumatoide compresa) noi italiani sappiamo poco o nulla. Le scambiamo col mal di schiena e l'artrosi. E pensiamo che colpiscano solo gli anziani. La verità è molto diversa, come rivela uno studio appena pubblicato

Delle malattie reumatiche (tra cui rientra l’artrite reumatoide) gli italiani sanno poco o nulla. Lo rivela uno studio condotto su circa 4.500 persone tra i 20 e i 65 anni dall’Osservatorio APMAR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare). Eppure, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono la prima causa di dolore e disabilità in Europa. E in Italia ne soffrono più di 5 milioni di persone, di ogni età.

La mancanza di informazione è alla base degli equivoci su queste malattie, che vengono spesso confuse l'una con l'altra. E ciò rappresenta un grave problema perché la guarigione nella maggior parte dei casi è possibile solo con la diagnosi precoce (e questo è vero soprattutto nel caso dell'artrite reumatoide).

La maggioranza delle persone intervistate confonde le malattie reumatologiche con il mal di schiena, come lombalgia (56%) e sciatalgia (52%), pensa che appartengano solo alla terza età (34%) e siano dovute soprattutto a freddo e umidità (32%). Ecco gli errori più comuni.

Quanti tipi di malattie reumatiche esistono?

Per un italiano su 3 (33%) sono tra 10 e 20 quando in realtà superano le 150, risposta corretta data da appena il 5% delle persone intervistate. Il 12% poi ritiene che siano al massimo cinque, il 26% che siano tra cinque e dieci, l’11% che siano più di 20 e il 10% che superino le 50 tipologie. “In realtà le malattie reumatologiche – spiega Luigi Sinigaglia, reumatologo all’Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano – sono moltissime e molto variegate. Hanno in comune il fatto di colpire le diverse strutture dell’apparato locomotore, non solo le articolazioni quindi, ma anche i muscoli, i tendini e lo scheletro".

A che età ci si ammala?

Per il 34% degli italiani le malattie reumatiche possono colpire solo in età avanzata mentre appena il 21% ritiene correttamente che non ci sia un’età specifica. Il 19% risponde poi che possono arrivare fin da piccoli e non mancano infine coloro (15%) che pensano possano colpire durante l’adolescenza. «Certe malattie hanno una maggior prevalenza negli anziani, ma la maggior parte colpiscono i giovani, in piena attività lavorativa” spiega il dottor Sinigaglia. “Ne sono un esempio l’artrite reumatoide e le spondiloartriti che di solito iniziano in giovane età, come le malattie sistemiche del connettivo che sono più tipiche della donna in età fertile”.

Le malattie reumatiche si possono prevenire?

Anche in questo caso la maggior parte degli italiani dimostra diverse lacune. Il 23% infatti ritiene che queste malattie siano sempre scongiurabili, il  15% pensa che la prevenzione possa esserci solo per alcuni tipi mentre il 14% crede che si possano prevenire ma non sempre. Appena il 23% risponde correttamente dicendo che non si possono mai prevenire.

Quali conseguenze possono produrre?

Per il 29% degli italiani queste malattie provocano quei “classici dolori che vanno e vengono col cambio di stagione”, mentre per un quarto delle persone coinvolte nello studio (24%) possono portare a perdita di autonomia. Il 23% ritiene poi che possano nel tempo concorrere a peggiorare la qualità della vita mentre il 13% pensa che possano portare a disabilità. In realtà, se non curate adeguatamente e nei tempi giusti, dopo 10 anni circa il 50% delle forme più severe va incontro ad una invalidità permanente.

Nel caso dell'artrite reumatoide, i processi di degenerazione sono particolarmente intensi nei primi due anni dall’inizio della malattia e il 70% dei pazienti presenta alterazioni ben visibili a livello delle cartilagini e delle ossa. Entro 10 anni dalla diagnosi la metà dei pazienti risulta inabile a svolgere mansioni quotidiane e a lavorare e quasi un malato su cinque è costretto a sottoporsi ad interventi chirurgici per protesi articolari.

Come si possono curare le malattie reumatiche?

Un quarto degli italiani (26%) ritiene a buon diritto che si possano curare attraverso farmaci specifici. Il 21% pensa invece che sia sufficiente evitare gli sforzi. Il 18% ritiene che possa bastare fare attenzione semplicemente all’alimentazione (in effetti la dieta giusta ha la sua importanza), c'è poi chi reputa che occorra fare più attività fisica (13%) e chi, infine, ritiene che non si possano affatto curare (17%).

Quanto costa curare queste malattie?

Tantissimo. Le malattie reumatiche hanno un impatto  sociale drammatico dal punto di vista economico: “è ancora troppo alto l’onere che ne deriva per il singolo cittadino e per lo Stato, sia per i costi diretti sanitari e non sanitari (ricoveri ospedalieri, indagini diagnostiche, farmaci, riabilitazione, terapia termale; assistenza domiciliare al paziente, ecc.) sia per i costi indiretti (giornate di lavoro perse, invalidità, ecc.) che sono circa il doppio di quelli diretti” afferma Antonella Celano, presidente di APMAR.

Circa il 50% dei pazienti con malattie reumatiche croniche è disabile e otto persone su dieci sono costrette a convivere col dolore cronico. Questo si traduce in oltre 22 milioni di giornate di lavoro perse ogni anno che corrispondono a un calo di produttività di 2 miliardi e 800 milioni di euro. 

L’artrite reumatoide, di cui soffrono 400mila persone (8 su 10 donne) ogni anno è responsabile di oltre 13 milioni di giornate di assenza dal lavoro. I costi diretti a carico della Sanità ammontano a circa 1 miliardo 400 milioni di euro all’anno, mentre i costi indiretti riconducibili alla perdita di produttività sono pari a 981 milioni di euro. Infatti le persone che ne sono affette spesso sono costrette ad abbandonare il lavoro e a dover affrontare disagi nella vita di ogni giorno. Spiega Cesare Cursi, presidente dell’Osservatorio Sanità e Salute. “Purtroppo questa malattia viene diagnosticata con molto ritardo, il che comporta costi elevatissimi per tutto il sistema socio-assistenziale e dall’altro, il più importante, un peggioramento esponenziale della qualità della vita del malato”.

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