Un giorno ci si sveglia e si scopre che hanno catturato Banksy. Ci si aspettano video e fotografie di inseguimenti, perlomeno un ritratto di qualcuno ammanettato, e invece niente. Ci sono solo un nome e un cognome – Robin Gunningham – peraltro già abbandonati (l’artista ha assunto un altro nome l’anno scorso, per omaggiare David Bowie). Anni e anni di cospirazioni – che dietro ci fosse una donna, un gruppo organizzato, che fosse morto da tempo – per poi arrivare alla vaga descrizione di un uomo di mezza età di Bristol. Uno che potrebbe essere chiunque, scovato semplicemente perché non era proprio così comune visitare l’Ucraina nel bel mezzo dei bombardamenti e restare solo il tempo di un graffito. Quello che sorprende di più, però, è che probabilmente di tutto ciò ci dimenticheremo presto.

Ci interessa davvero sapere chi è Banksy?

Perché nonostante In Search of Banksy, l’inchiesta pubblicata sul sito di Reuters da Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison, sia un minuzioso esempio di reportage virtuoso e il risultato di anni di analisi, chissà se ci ricorderemo qualcosa la prossima settimana. Se penso a quanto ero turbata il giorno in cui, per un errore della SIAE, è stata resa pubblica l’identità di Liberato, mi rendo conto che oggi non mi ricordo nemmeno il nome. E che da allora sono comunque stati pubblicati interi album, un documentario, e fatti decine di concerti rigorosamente a viso coperto e sotto pseudonimo. Forse un segreto rivelato e pubblicato in esclusiva oggi non è più un contenuto così interessante. Ci mette semmai in imbarazzo per qualche giorno, poi “the show must go on”.

Ma, nel caso di Banksy, c’è di più: un’inchiesta venduta come servizio pubblico per rivelare l’identità di un artista che è arrivato a comprarsi un biglietto per la guerra pur di militare per la pace, sembra più che altro un outing. Un manifesto, sì, che dice più su chi commissiona e ricerca che non su chi ne esce “smascherato”. Perché quando il mondo è diviso da conflitti e guerre internazionali e ci si dedica a ripercorrere i passi di un cinquantenne che può essere al massimo accusato di vandalismo ci si rende un po’ ridicoli. A voler essere precisi, poi, nemmeno di questo è così facile accusare Banksy: visto che le sue opere vengono quasi sempre subito esposte o vendute, la zona grigia tra lecito e illecito lo tutela. Qual è, allora, la ragione per cui è sembrato importante per qualcuno sapere chi fosse?

Più che murales, opere d’arte scomode

Lo aveva già scritto lui in una delle sue prime opere: “Se i graffiti cambiassero qualcosa, sarebbero illegali”. Con i suoi messaggi di pace, speranza e soprattutto libertà, Banksy non solo ha ottenuto la gloria, è diventato pericoloso. Non per i reati minori commessi (magazzini e auto imbrattate, disegni tra le rovine, sulle strade, nei quartieri e nelle case private), ma per quello che rappresentavano le sue immagini. Non temeva di provocare e utilizzare soggetti inusuali (i suoi protagonisti più famosi dopo tutto sono i ratti), ma non ha mai realizzato opere realmente inquietanti. Sapeva giocare abilmente con immagini e significati, mostrando con graffiti spesso semplici, didascalici, quanto siamo ipocriti. Tutti. Ci metteva davanti ai nostri desideri comuni – la pace, la speranza, la felicità – per ricordarci che se ci sembrano così lontani da raggiungere è per colpa (anche) nostra.

Soprattutto, ci ricordava che il potere non si esercita solo dall’alto. Quando arrivava a raffigurare soggetti come la polizia o la famiglia reale, li rendeva ridicoli. Ben lontani dal rappresentare la forza e la stabilità, nei suoi graffiti erano tuttalpiù caricature. A prendersi gioco di loro, senza mai arrivare alla vera e propria violenza, erano i soggetti tradizionalmente più impotenti di tutti: i bambini. Sono i piccoli, nelle immagini di Banksy, i più forti del mondo: li ha dipinti ovunque, intenti a fare qualsiasi cosa e a simboleggiare qualsiasi cosa. A volte sono eroi, altre ribelli, sempre simboli di speranza, di un futuro diverso che non è poi così lontano.

L’eredità eterna di Banksy

È sbagliato usare i verbi al passato, perché tutte queste cose i graffiti di Banksy le rappresentano ancora. Ora che sappiamo che è un artista inglese di mezza età, non smetteremo di interrogarci sulle domande che ci ha posto negli anni. E se vorrà tornare, sotto pseudonimo o meno, lo proteggeremo incuranti delle cause, delle ricerche e dei reportage sul suo conto. Perché nel caso di Banksy scegliere l’anonimato non è un modo per nascondersi, non pagare o scappare. È un modo per farsi portavoce di qualcosa di più grande di una sola vita, qualcosa che non ha una sola faccia, una sola voce, ma ci vede protagonisti tutti. Per questo storco il naso se qualcuno paragona lo smascheramento dell’artista a quello, avvenuto più o meno nello stesso periodo, del cantante Tony Pitony.

Perché un conto è cantare col viso coperto frasi come “Te l’ho detto, se hai le mestruazioni non mi cercare, se poi arrivo e non possiamo nemmeno scopare” (CULO) o “I tuoi porno sul telefono no, non li cancello” (POLIETILENE). Inneggiare apertamente a una narrazione che dovremmo come collettività aver superato, alla donna dipinta in un certo modo, al bodyshaming, alle molestie, e non pagarne le conseguenze. Nascondersi dietro l’ironia in un momento in cui queste affermazioni non sono (purtroppo) per nulla ironiche per tanti, troppi ragazzi, e il numero di biglietti venduti lo dimostra. Mentre un altro è andare in Ucraina per fare graffiti di speranza tra le macerie, rendere opere d’arte capannoni in disuso e strade altrimenti anonime, creare un movimento che si basa solo sulla ricerca della pace e della libertà accettando di passare la vita a nascondersi.

Cosa resterà di questi smascheramenti?

Alla fine, non si può sapere cosa accadrà domani. Chi resterà, chi pagherà, chi sceglierà di mostrarsi e “metterci la faccia” e chi continuerà a nascondersi. Si può solo sperare che alla fine l’arte conti qualcosa. Che i messaggi, le idee, i valori non restino legati a quanto ha fatto o no qualcuno ma diventino di tutti, che continuino a diffondersi anche dopo le vite dei singoli. Nel caso di Banksy, come per Elena Ferrante, Liberato, i Gorillaz e tanti altri, sono sicura che sarà così. Se qualcun altro invece “perderà l’hype”, mi piace pensare che un po’ se lo sia meritato.