Che parola volgare, quant’è classista la parola “pezzente”. Ma è anche inconsapevolmente rivelatrice. Perché quando un gestore di uno stabilimento balneare liquida chi frequenta la spiaggia libera come “pezzente”, non sta semplicemente insultando qualcuno. Sta confessando una visione del mondo.

La parola “pezzente” rivela una visione del mondo

In quella parola c’è l’idea che il mare abbia un prezzo (negli ultimi tempi, poi, estremamente esoso). Che la sabbia sia un servizio premium. Che il diritto di piantare un ombrellone senza pagare sia una fastidiosa anomalia, una concessione ai meno abbienti, un intralcio al business.

La polemica tra il sindaco di Bacoli (Josi Gerardo Della Ragione) e il gestore di uno stabilimento balneare, che appunto ha definito “pezzente” chi va alla spiaggia libera, durerà qualche giorno, come tutte le polemiche estive. Poi arriverà Ferragosto, poi le fotografie dei tramonti, poi le prime piogge e ce ne dimenticheremo. Ma non ci dimenticheremo del pensiero nascosto dietro quella parola. L’idea che il mare sia diventato un prodotto.

La spiaggia libera non è da pezzenti, è un diritto

Se paghi hai diritto. Se non paghi, devi giustificarti. Così la spiaggia libera, che dovrebbe rappresentare la normalità in un Paese civile, viene raccontata come una specie di zona franca per chi non può permettersi altro. Una concessione caritatevole. Il reparto economico del mare. In realtà è esattamente il contrario. La concessione balneare è, appunto, una concessione. Perché il mare non è un centro commerciale e la battigia non è una lounge, una sala VIP dalla quale tenere lontano chi non consuma.

In fondo è questo il paradosso italiano. Ci scandalizziamo quando qualcuno prova a privatizzare una piazza, un parco pubblico o una strada. Sul mare, invece, ci siamo lentamente abituati all’idea che occupare la quasi totalità di un litorale sia normale, e che lasciare un ampio spazio libero sia una concessione generosa. Abbiamo invertito il principio mentre dovrebbe essere il contrario: la regola è il bene comune; la concessione è l’eccezione.

Spiaggia libera per tutti, dice il sindaco di Bacoli

In Italia – dove abbiamo più di 8mila chilometri di coste – sono occupati da stabilimenti balneari il 40-50% dei litorali (spesso lasciando liberi i tratti nelle posizioni più sfavorevoli) con punte di occupazione del 70% in regioni come Liguria, Emilia-Romagna e Campania. Il sindaco di Bacoli, località a nord di Napoli, da tempo si batte per liberare ampie porzioni di litorale, sottraendo anche i lidi militari, spesso inutilizzati. Il suo obiettivo è di arrivare all’80 per cento di spiagge libere e spiagge libere attrezzate.

«Senza più padroni – scrive su Facebook – Ma con nuove concessioni di chioschi, in spiagge libere attrezzate, e stabilimenti, affidati con bandi pubblici. Senza piaceri, amici. Ma per merito. E con regole chiare: per i bagnanti e per i lavoratori. Cosi assicureremo ai cittadini ed a chi lavora in spiaggia più diritti, più tutele. Così libereremo il lungomare da prenditori senza scrupoli».

Il mare bagna il telo di noi pezzenti e il telo firmato

Altro che polemica privata. La vicenda di Bacoli è più importante di quanto sembri. Non riguarda un insulto, ma una cultura. La convinzione che il valore di una persona si misuri dalla fila dell’ombrellone, dal parcheggio riservato, dal gazebo extralusso, dalla bottiglia di champagne servita sulla battigia. Un Paese dove poter guardare il mare diventa uno status symbol.

E invece il mare continua a fare quello che ha sempre fatto. Bagna tutti allo stesso modo. Non conosce le classi sociali. La stessa onda bagna il lettino da duecento euro e il telo comprato al mercato. Forse è questo che infastidisce davvero chi considera “pezzente” la spiaggia libera. Il fatto che la spiaggia resti uno degli ultimi luoghi dove il denaro può comprare qualche comodità, ma non può comprare il mare.

E ogni volta che qualcuno prova a convincerci del contrario, vale la pena ricordargli una cosa molto semplice. Le concessioni hanno una scadenza. Le maree no.