Intercettano sui social migliaia di donne in un momento di difficoltà e promettono una rinascita interiore, affermando che l’infelicità femminile dipenda dalla pretesa di essere pari agli uomini. Benvenute nel mondo delle coach del “Divino Femminile”, una galassia di ‘esperte’ capaci di vendere percorsi spirituali basati sulla tesi che l’emancipazione femminile sia una gigantesca truffa ai danni della salute delle donne.
Le esche del Divino Femminile
Scorrendo i profili, ci sono slogan magnetici che ripetono: “Onora la tua femminilità”, “Non esiliare nessuna dea dentro di te”. E ancora, l’immancabile promessa: “Ti aiuto ad attivare il tuo femminile oscuro”. Per le utenti confuse e sfinite la domanda sorge spontanea nei commenti: “Come posso accedere al mio divino femminile?”. La risposta arriva immediata sotto forma di video con i quali vengono proposti percorsi a pagamento di viaggi interiori, itinerari lungo i percorsi fisici ed energetici delle divinità, riti di rinnovamento della propria essenza. Tutte esche capaci di ribaltare oltre cinquant’anni di lotte per i diritti di tutte noi.
Per darsi un tono di superiore saggezza ed evitare di sembrare apertamente reazionarie, alcune di queste coach e influencer usano una retorica fintamente inclusiva. Sottolineano spesso quanto sia fondamentale l’alchimia tra il maschile e il femminile, stringendo le spalle di fronte alle battaglie sociali contemporanee: sostengono che le rivendicazioni di questi tempi stiano creando solo inutili polarizzazioni, rabbia e divisione tra uomini e donne. Un messaggio subdolo che, dietro la facciata del “portare pace e armonia nella coppia” punta a disarmare lo spirito critico delle donne, convincendole che il vero benessere stia nell’ ”accogliere” le differenze biologiche e i ruoli tradizionali.
L’indipendenza delle donne venduta come eccesso di energia maschile
Secondo queste teorie l’indipendenza economica, l’ambizione, la scelta di non sposarsi e non fare figli sono frutto di un eccesso di energia maschile tossica che spegne l’essenza femminile e genera disagio interiore. C’è un’esplicita glorificazione della disparità, espressa con frasi d’effetto come “Io non inseguo, attraggo”, con la quale si invita la donna a fare un passo indietro, abbandonare la modalità del fare per entrare in quella del ricevere, sottomettendosi elegantemente, anche per preservare l’armonia di coppia. Perché, dopotutto, il dogma finale di questi corsi parla chiaro: “Il segreto per trovare l’uomo dei tuoi sogni è essere la donna che tutti sognano”.
La storia di una donna: «Quasi una setta»
Detta così, dopo l’ennesima giornata passata tra call di lavoro, scadenze, spesa al supermercato e carichi di cura, l’idea di mollare la presa e farsi mantenere potrebbe pure suonare allettante. Ed è esattamente grazie a questo sfinimento e alle fragilità personali che queste figure riescono a trovare clienti, a caro prezzo.
Simona (nome di fantasia), 38 anni, ci racconta la sua esperienza dietro le quinte di uno di questi percorsi. «Mi sono avvicinata a una coach del “Divino femminile” in un mio momento di profonda fragilità. Ero vulnerabile, ferita e la promessa di un percorso che mi avrebbe aiutata a mettere insieme i pezzi e a ricomporre parti di me stessa mi è sembrata un’ancora di salvezza. Si trattava di un viaggio interiore a tappe, con degli incontri itineranti, strutturato sulla base di alcuni archetipi della mitologia greca. Dopo alcuni mesi però l’atmosfera è cambiata. Mi sono sentita quasi all’interno di una setta. C’erano momenti di forte imposizione da parte di questa coach, l’obbligo a partecipare a esercizi discutibili, performance da eseguire a tutti i costi, prove fisiche da superare, sveglie notturne.
L’arma della manipolazione
Ma la manipolazione più devastante ha riguardato la mia vita privata. Quando ho confessato di essere stata tradita da mio marito sono stata spinta a perdonarlo. Secondo lei la colpa era mia, mio marito si era sentito non accolto, anzi respinto dalla mia eccessiva ‘energia maschile’. Mi è stato detto che io dovevo cambiare per salvare il mio matrimonio. Mi sono sentita sola e inadeguata. Mi sono accorta che in quel contesto non c’era spazio per far emergere davvero le proprie emozioni. Era un ambiente in cui era vietato parlare di temi scomodi come la violenza sulle donne.
Tutto a un certo punto doveva essere sacrificato sull’altare di una finta armonia familiare. Ci è voluta molta forza e molta capacità di ascolto per capire che stava ignorando il mio dolore e mi stava manipolando. Quando pubblicamente, durante una sessione, ho smentito la coach mentre sminuiva il tema della violenza di genere ho ricevuto un’aggressione verbale inaudita. Sono stata zittita. Uscirne e tornare a credere nella mia reale autonomia, scegliendo di intraprendere un percorso con una psicologa è stata la mia vera liberazione. Anche se all’inizio mi sono sentita molto in colpa per esserci cascata».
L’algoritmo del Divino Femminile sfrutta le fragilità
Come si spiega questo cortocircuito? «Quando una donna vive un momento difficile, affronta un lutto, una separazione, un fallimento lavorativo – spiega la dottoressa Fabiola Munda, psicologa clinica e formatrice digitale – l’io vive una frammentazione, i punti di riferimento crollano e istintivamente cerchiamo qualcuno che si prenda cura di noi e che in casi come questo, ci fornisca un’identità preconfezionata alla quale aderire».
Ed è qui che entra in gioco il mondo dei social, spesso sfruttato chirurgicamente. Come esperta del mondo digitale la dottoressa Munda ci spiega che queste pagine usano scientemente l’algoritmo a proprio vantaggio. Le donne in crisi mostrano una variazione netta del loro uso digitale e questo cambiamento di comportamento lascia una traccia online. Attraverso ricerche specifiche, tempi di permanenza su determinati post e interazioni, l’algoritmo riesce a tracciare un profilo di vulnerabilità. La conseguenza è immediata: l’utente viene targettizzata e, ogni volta che apre i social, si ritrova sommersa da quel preciso genere di contenuti.
«Questo meccanismo – avverte la psicologa – fa sperimentare quasi l’illusione che quel contenuto stia arrivando come un segno del “destino”, una risposta magica per risolvere il proprio dolore. Di conseguenza le difese critiche si abbassano ulteriormente».
L’illusione della sorellanza
Inoltre queste pagine smettono di essere semplici vetrine e si strutturano come vere e proprie community in cui si fa credere alle utenti di vivere una profonda esperienza di sorellanza. La dottoressa Munda spiega che in questi gruppi il metodo deve sempre apparire indiscutibile, per questo motivo si tende a isolare chi manifesta un briciolo di spirito critico. L’obiettivo è mantenere le donne in uno stato di regressione infantile, una condizione di dipendenza in cui l’uso della razionalità viene scoraggiato perché rischia di far crollare il controllo di chi guida.
«Vengono utilizzate frasi ad alto impatto emotivo – sottolinea la dottoressa Munda – un linguaggio studiato per indurre la persona ad acquistare quel percorso che la salverà. I feedback positivi delle altre convincono che quel corso è assolutamente necessario per risolvere il momento di crisi».
Lo schema del Divino Femminile
Il perno retorico di molti percorsi per riscoprire il “Divino Femminile” risiede nell’imperativo secondo cui le donne debbano “smettere di fare” e “imparare a ricevere”. In questo modo, avverte la dottoressa, viene applicata una semplificazione che può aiutare in un momento di difficoltà. Viene venduta l’idea che esista un modo innato di stare al mondo: la donna riceve e l’uomo fa. Uno schema che elimina la fatica psicologica di negoziare.
Tuttavia i rischi sono altissimi. Nei fatti, precisa la psicologa «ricevere in questo caso significa diventare passive e rinunciare a se stesse. La donna è invitata a rinunciare alla propria capacità di agire, prendere decisioni in autonomia, autodeterminarsi. Questo invito innesca un meccanismo di impotenza appresa che rende le persone più deboli e dipendenti da queste figure».
Chi comprende di essere caduta in una forma di manipolazione si vergogna e si chiede come è possibile che sia accaduto proprio a lei. Il suggerimento della psicologa è contestualizzare il momento passato e il dolore vissuto. Molto spesso vengono intercettate le ferite aperte e usate per monetizzare. «Sotto la vergogna – conclude la dottoressa Munda – si nasconde anche la rabbia. In questo caso proprio la rabbia è un’emozione utile, se catalizzata in modo positivo, perché diventa la spinta per ridefinire i confini e riconquistare la propria indipendenza».