Bernardo Provenzano è morto: il boss della mafia aveva 83 anni

Bernardo Provenzano, il boss mafioso che terrorizzò la Sicilia (e non solo) per anni aveva 83 anni. Era malato da tempo. Ecco come ha vissuto, sempre fuggendo alla giustizia, fino alla sua cattura nel 2006

Bernardo Provenzano è una figura complessa, controversa, che ha attraversato e insanguinato la storia della Sicilia e dell'Italia. Uno dei più famosi e spietati boss mafiosi, venne catturato sono l'11 aprile del 2006 dopo quarant'anni di latitanza. 

Gli inizi della "carriera" mafiosa
Bernardo Provenzano, noto come Binni u tratturi (il trattore, perché letteralmente triturava via le vite dei suoi nemici), era nato a Corleone (Palermo) in una famiglia di agricoltori. Abbandonò presto la scuola e il lavoro nei campi, preferendo dedicarsi alla piccola delinquenza, furti di derrate agricole e bestiame, per poi entrare nella cosca mafiosa di Luciano Liggio.

La scalata ai vertici della mafia
Il 6 settembre del 1958 venne arrestato per la prima volta. Uscì poco dopo dal carcere e nel 1963 fu nuovamente indagato dai Carabinieri per l'omicidio di un mafioso rivale. Provenzano, stavolta, riuscì a sfuggire alla cattura e iniziò la sua lunghissima latitanza, che come sopra, si è interrotta solo nel 2006.

Nel 1969 partecipa alla strage di viale Lazio: con un gruppo di mafiosi irrompe negli uffici di un costruttore e uccidono cinque persone. I pentiti hanno raccontanto che Provenzano, in quell'occasione, non esiterà a far fuori due testimoni innocenti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato e, esauriti i colpi, uccise il boss rivale Michele Caiatano fracassandogli il cranio. Nel 1978 Provenzano aveva già all'attivo almeno quaranta omicidi. 

Agli anni degli anni Ottanta, insieme a Totò Riina, scala i vertici di Casa Nostra diventandone uno dei capi indiscussi. È considerato responsabile di molti omicidi eccellenti: giornalisti, poliziotti, politici, giudici, carabinieri, compresi gli attentati a Falcone e Borsellino. Negli anni Novanta, dopo le prime condanne e i primi arresti che travolgono la mafia (tra cui quello di Totò Riina nel 1993), Provenzano decide di applicare allora la "strategia della sommersione". Decide cioè di far ritornare la mafia nell'ombra, impegnarsi in attività occulte senza far rumore, senza bombe o omicidi spettacolari che potrebbero attirare l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica. 

La cattura di Bernardo Provenzano
Infine nel 2006, dopo vari tentativi falliti, il terribile boss viene finalmente catturato dalle forze dell'ordine. Lo scoprono nascosto in una vecchia casetta per le pecore sulle montagne vicino Palermo. Non usava le tecnologie, sapeva che potevano intercettarlo, e comunicava con gli altri attraverso i pizzini, piccoli pezzetti di carta su cui annotava i suoi ordini o i suoi messaggi in codice.

La giustizia italiana lo ha condannato a 20 ergastoli e Provenzano è rimasto nel regime del carcere duro (il 41 bis) fino alla morte. Negli ultimi anni le sue condizioni di salute si erano aggravate e aveva anche perso la lucidità mentale. Non avrà un funerale: il questore di Palermo lo ha categoricamente vietato. Troppo alto il rischio che diventi un'esibizione di forza da parte dei mafiosi. 


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