Berta Cáceres, la donna che lottava a fianco degli indigeni e per la natura

04 03 2016 di Laura Badaracchi
Credits: www.goldmanprize.org

È stata uccisa in Honduras Berta Isabel Cáceres Flores, l'eco-attivista che si batteva anche per i diritti degli indigeni. Aveva vinto il Goldman Environmental Prize, il più importante riconoscimento mondiale per chi è impegnato sul fronte dell’ecologia

Ci sono  Paesi lontani, come l’Honduras, che difficilmente trovano spazio nei notiziari  occidentali. E ci sono donne di quei Paesi lontani di cui sentiamo parlare su  tutti i giornali quando ormai è troppo tardi, quando quattro colpi di pistola  hanno chiuso loro la bocca per sempre. Stanotte (in Italia erano circa le 7 di  oggi) è successo in casa sua a Berta Isabel Cáceres Flores, moglie del leader  indigeno Lenca Salvador Zuniga e madre di 4 figli che si batteva senza  risparmiarsi per i diritti degli indigeni e per il rispetto della natura.  Proprio oggi avrebbe compiuto 43 anni. Inscenando una finta rapina, un commando  armato di due uomini ne ha decretato la fine violenta in una località che in  questa storia ha un nome dal sapore beffardo: La Esperanza. Le minacce di morte  avevano indotto le autorità a prometterle una scorta, mai arrivata a starle  accanto per proteggerla nella cittadina che sorge a est del Paese  centroamericano.

Sicuramente Berta Cáceres aveva imparato  molto dalla madre levatrice, infermiera e sindaco, che diede asilo a molti  rifugiati da El Salvador. Ad aprile dello scorso anno l’indigena barbaramente  uccisa – esponente di spicco dell’etnia lenca – aveva vinto il Goldman  Environmental Prize, il più importante riconoscimento mondiale per chi è  impegnato sul fronte dell’ecologia. Lo aveva ricevuto a motivo della sua lotta  per i fiumi honduregni, in particolare contro la costruzione della diga  idroelettrica Agua Zarca: significava edificare uno sbarramento sul Rio  Gualcarque (secondo le tradizioni del suo gruppo etnico, il più numeroso fra  quelli presenti in Honduras, gli spiriti femminili sono presenti nei fiumi e le  donne sono le principali custodi) e mettere a rischio «l’approvvigionamento di  acqua, alimenti e medicine di centinaia di indigeni, ignorando il loro diritto a  una gestione sostenibile del loro territorio». Nel discorso di accettazione del  premio, faceva notare senza peli sulla lingua: «Viviamo in un Paese nel quale il  30% del territorio è stato consegnato alle multinazionali dell’industria  mineraria, dove sono stati lanciati progetti aberranti, in un’ottica neoliberale  secondo la quale l’energia non è più un diritto fondamentale per  l’umanità».

Insomma,  l’eco-attivista Cáceres dava fastidio a chi disponeva di capitali e voleva  usarli solo per profitto, calpestando la natura. E il suo impegno sul campo era  ultraventennale: infatti nel 1993 aveva contribuito a fondare il Consiglio  civico di organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), per la  lotta contro la privatizzazione dei fiumi e dei progetti di dighe idroelettriche  di privatizzazione degli investitori internazionali. La sua morte «avrà un  impatto devastante per le organizzazioni di difesa dei diritti umani», secondo  Erika Guevara-Rosas, responsabile per le Americhe di Amnesty International.  Convinta che questo omidicio «è una tragedia che si poteva prevedere da anni,  perché vittima di una campagna di minacce e intimidazioni a causa della sua  lotta ambientalista».

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