Bullismo, ragazzino diventa disabile dopo le violenze. Ma il giudice assolve i colpevoli

La Procura presso il Tribunale per i minorenni di Torino ha archiviato il caso di due ‘bulli’ undicenni che avrebbero in pochi mesi devastato la vita di un compagno, ora dichiarato disabile dai medici. Atti persecutori causa di svenimenti, sofferenza e dissociazione dalla realtà. La salute del ragazzino, soprattutto dal punto di vista psichiatrico, ne è stata irreparabilmente compromessa, tant’è che oggi è costretto ad assumere psicofarmaci.

Contro di loro non ci sarà alcun procedimento penale (e quindi alcun giudizio o condanna).

Ma perché questi bulli non sono stati punti? Davvero non ne risponderanno davanti alla legge?

Sotto i 14 anni i ragazzi non sono imputabili

Ci spiega Fabio Roia, magistrato del tribunale di Milano, dove si occupa di reati ai danni di soggetti deboli: «Il nostro sistema giudiziario prevede una ‘immaturità’ dei minori al di sotto dei 14 anni. Significa che avere meno di 14 anni implica che il ragazzino-bambino non abbia la consapevolezza, la coscienza per comprendere che cosa ha fatto. Quindi non è giudicabile né punibile. Una persona può cominciare a risponderne solo dopo i 14 anni. Fra questa età e i 18 anni, se ne occupa invece il tribunale per i minorenni».

In altri paesi d’Europa esiste la stessa ‘soglia’. Si è anche dibattuto, in passato, se essa sia ancora valida o se sia da ritoccare: anche in Italia qualche anno fa la si voleva portare a 12 anni. «Si tratterebbe di capire - aggiunge il magistrato - se i minori di 14 anni sono considerati maturi, cioè coscienziosi dei comportamenti effettuati, perché il principio è che la legge può essere applicata solo a un soggetto che consapevolmente pone in essere certi atti. La mia opinione è che i minorenni di oggi siano meno maturi rispetto a venti, trenta anni fa. Il perimetro su cui lavorare è un altro: far capire loro che certi comportamenti sono atti criminali, per cui potrebbero essere chiamati a risponderne davanti a un tribunale. Questo compito di sensibilizzazione spetta prima di tutto alle famiglie».

La vittima non avrà mai giustizia?

Abbiamo capito che, sotto una certa età, il ragazzino non risponde degli atti commessi. Ma la vittima, quindi, non avrà mai giustizia? «In questi casi possono essere riconosciute delle responsabilità a carico dei genitori dei ragazzini-bulli, sul piano civile. Gli avvocati della vittima possono chiedere un risarcimento economico, in base all’applicazione dell’articolo 2048 del Codice civile. I genitori dei ‘bulli’, in sostanza, devono rispondere dei comportamenti dei loro figli. Per evitare di risarcire devono dimostrare che quello che ha combinato il figlio esula completamente dai canoni educativi che loro gli hanno trasmesso: il che è alquanto difficile» commenta Fabio Roia.

Il tribunale per i minorenni che pene dà?

«Il Codice penale di riferimento è lo stesso degli adulti, per ragazzi fra i 14 e i 18 anni; inoltre la pena viene abbattuta di un terzo, vista la minore età» chiarisce il magistrato del tribunale di Milano. Esemplifichiamo con qualche caso. Un adolescente bullo di 15 anni che minaccia e picchia un compagno di classe può essere chiamato a rispondere di lesioni personali (pena da 3 mesi a 3 anni di carcere) oppure di atti vessatori e stalking (da 6 mesi a 5 anni). «Solo che in questi casi il tribunale cerca soluzioni che siano il più educative possibili, per cui la tendenza è quella di evitare la reclusione, a meno che non ci troviamo davanti a casi gravissimi, come omicidi o un atti criminali commessi più e più volte e per cui c’è già stata una pena» specifica il magistrato.

Un Istituto molto usato in questi casi è la ‘messa in prova’. Ai minorenni che commettono reati e che soprattutto non hanno precedenti, si sospende il processo penale minorile: il ragazzo viene preso in carica dai servizi sociali e inserito in comunità per un percorso di studi o di avviamento al lavoro, perché prenda coscienza di quello che ha fatto. Poi, dopo un certo numero di mesi e di anni, se tutte le prescrizioni sono state seguite, a quel punto, il ragazzo viene re-inserito nel suo contesto di provenienza». Insomma la soluzione è quella della riabilitazione del soggetto, del far capire la gravità dell’atto commesso. Una pena cha abbia una funzione educativa.

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