In Costa Azzurra, dopo l’attentato di Nizza

29 07 2016 di Alice Capiaghi
Credits: Ansa

Passato il casello di Ventimiglia si entra in una galleria buia, spoglia e senza luci che supera un costone di roccia pressoché invalicabile in altro modo. Ci si rende subito conto che è una galleria di frontiera, un luogo che sembra essere terra di nessuno. Sbucando dall’altra parte ci si trova in Costa Azzurra, appena sopra Mentone, a un passo dal Principato di Monaco. La ricchezza del posto salta subito agli occhi, così come la joie de vivre che per decenni ha fatto del sud della Francia una delle mete più ambite del turismo.

Cielo blu, palme, spiagge affollate, barche in rada e signore in abito lungo e cappello di paglia. Un’opulenza nemmeno troppo discreta mescolata ai motorini rombanti nelle vie di Nizza, alle stradine maleodoranti della città vecchia di Cannes, agli ingorghi di automobili ad Antibes. Un mix tra vecchio e nuovo, champagne e crema solare, che sembrava essere in perfetto equilibrio. Almeno fino alla sera del 14 luglio scorso, quando un tir ha travolto la folla assiepata sulla Promenade des Anglais per vedere i fuochi artificiali.

Arrivando in autostrada all’indomani dell’attentato, la Francia ti accoglie con le parole simbolo della sua rivoluzione impresse nei cartelloni luminosi che dovrebbero servire per fornire le indicazioni sul traffico. Liberté, égalité, fraternité. E poi ancora liberté, égalité, fraternité. Il mantra di una nazione in lutto, che si scopre fragile di fronte a un nemico che fa fatica a individuare, mi accompagna fino all’uscita per Cannes dove sto andando con la famiglia a trascorrere un po’ di vacanza come d’abitudine.

Sarà il caso di partire? Mi chiedono in molti prima di mettermi in viaggio. Certo, rispondo io, avere paura non serve a niente. Eppure, una volta arrivata nella spiaggia sotto la Croisette, mi accorgo che le cose non sono come gli anni passati. E nemmeno come un mese fa. A incominciare da me. Mi sono improvvisamente trasformata in un agente segreto. Invece di leggere il libro che ho in borsa, faccio come ho visto fare a James Bond in un film: mi guardo intorno per studiare ogni possibile via di fuga in caso di emergenza.

In un normale weekend di luglio, Cannes brulica di gente. Nella spiaggia libera non c’è posto per stendere nemmeno una stuoia in più, nell’adiacente spiaggia comunale (sdraio e ombrellone a prezzi calmierati) si fa il tutto esaurito all’una di pomeriggio. Quest’anno non è così. Per accorgersene non bisogna guardare il mare: gli yacht continuano la loro spola da e verso il porto, le navi da crociera sono attraccate al largo e nelle prime file di ombrelloni ci sono i soliti habitué cannois (a guardarli, invecchiati di un anno rispetto alla scorsa estate, mi dà un ingiustificato senso di sicurezza). Per rendersi conto di quanta poca gente ci sia bisogna voltarsi verso l’interno: per oltre la metà la spiaggia è vuota e il giorno successivo eviteranno anche di preparare le sdraio che resterebbero vuote. Idem la spiaggia libera, tradizionale meta dei più giovani.

A fianco a me è seduta una signora solitaria con un taglio alla garçonne, labbra colorate di rosso e alle spalle una carriera da insegnante universitaria di storia moderna. “Siamo in guerra contro un nemico invisibile e diffuso. La gente ha paura. Nel mio albergo stamattina ci sono stati sette annullamenti di prenotazioni”. Faccio due passi sul bagnasciuga. In prima fila ritrovo una coppia di italiani che, anni addietro, hanno abitato a lungo a Parigi. Da quasi trent’anni passano l’estate a Cannes. “E’ un anno diverso dagli altri” mi confessa lui. “Per avere l’ombrellone in prima fila dovevo venire a fare la coda verso le sei e mezza del mattino, quest’anno invece si può arrivare molto più tardi”. Stessa solfa nei ristoranti: i tavoli sono comunque pieni ma la normale coda fuori dalla porta è più corta del solito.

Benché mi rifiuti con tutte le forze di sentirmi minacciata, mi scopro a ripensare di continuo a quel camion che fa zig zig tra la folla (l’anno scorso c’ero anche io. Poteva succedere qui a Cannes). Ma anche agli attacchi nei ristoranti di Parigi (e se mi prendessero in ostaggio? Dove ho il telefono?) e alla strage dei Sousse con la minaccia che arriva diretta dal mare.

Tutti hanno i nervi a fior di pelle. E anche io. Mentre faccio la spesa al supermercato mi si gela il sangue quando sento delle persone urlare e correre verso l’uscita inseguite dalla sicurezza. Probabilmente si tratta solo di un furtarello, ma tutti si sono pietrificati. Nella testa di tutti è comparso lo stesso pensiero: ecco, ci siamo, è un attentato.

Mi sforzo di pensare che la polizia, in stato d’allarme, possa garantire la sicurezza della città. Ma è davvero così? Guardandomi intorno non vedo nemmeno una pattuglia. Mi dico che molte sono in borghese. Ma, anche sforzandomi in individuarle, non ne trovo nemmeno una. Cerco di convincermi di non avere l’occhio allenato.

Tutto sommato non mi faccio mancare niente. Alla fine sono in vacanza: prendo il sole, faccio il bagno, esco alla sera. Forse la normalità avrà la meglio. E invece scopro che i fuochi d’artificio in programma per giovedì sera non si faranno: data annullata, l’ha deciso il sindaco David Lisnard. Un segnale inquietante, come anche le fioriere in cemento che a metà settimana sono comparse all’imbocco dell’area pedonale della Croisette.

Una lenta e silenziosa escalation di misure di sicurezza che sulla carta dovrebbero farci sentire tutti più tranquilli ma che portano con sé un senso di inquietudine latente: con la coda dell’occhio controllo chi è il mio vicino d’ombrellone e mi allarmo se una barca entra un po’ troppo velocemente nella baia.

Fino all’ultima ordinanza del sindaco: vietati sulla spiaggia zaini e borse grandi. Come a dire, vietare le cartelle a scuola. I controlli saranno a campione ma la spiaggia di Cannes, quella di Brigitte Bardot, del topless e dei grandi alberghi, si preannuncia blindata. E sempre più impaurita.

Riproduzione riservata