Quelli che mangiano veg (senza essere vegani)

02 10 2017

Il mercato degli alimenti privi di glutine, carne, lattosio è in crescita nel nostro Paese. Anche tra i consumatori che non hanno restrizioni alimentari particolari. Il motivo? Sono cibi ritenuti sani e controllati. Il boom dei prodotti halal e kosher, che seguono protocolli di certificazione speciali, ne è la prova

Bio, veg, senza lattosio, gluten free: la vendita di alimenti alternativi quest’anno è cresciuta del 16%; quella legata ai concetti di vegano ma anche di kosher e halal, le produzioni conformi rispettivamente ai precetti ebraici e musulmani, è aumentata del 10%. «Questi consumi sono legati ai cosiddetti “stili di vita”» spiega Marco Cuppini, direttore centro studi e comunicazione di GS1 Italy, che insieme a Nielsen ha elaborato i dati. «Oggi l’alimentazione, che non è più solo il soddisfacimento di un bisogno, tende a seguire le mode. E le aziende, per fare business, le intercettano e riempiono gli scaffali dei supermercati». D’altra parte, però, il numero di chi ha esigenze alimentari particolari è in aumento: ci sono 10.000 celiaci in più all’anno e solo nel 2016 il numero dei vegani è triplicato. Allora, quanta necessità e quanta moda ci sono nei nostri carrelli e frigoriferi?

L’etichetta “free” è considerata salutare

Oggi siamo disposti a pagare di più per acquistare prodotti che rispondono all’esigenza di dimagrire, invecchiare bene e rispettare l’ambiente. «Così, pur non avendo per esempio particolari problemi intestinali, siamo attirati da prodotti ritenuti più salutari come quelli senza glutine, lieviti o lattosio. E soprattutto da quelli vegani, privi di grassi animali » spiega Paolo Corvo, docente di Sociologia all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (Cn) e coautore di Quando il cibo si fa benessere (Franco Angeli). «Ma non ci chiediamo se è davvero la scelta migliore. Alcuni prodotti lavorati per essere vegani o gluten free, per esempio, spesso risultano più elaborati e ricchi di grassi». Secondo l’Associazione italiana celiachia circa 6.000 italiani sono “celiaci per moda”: hanno cioè eliminato il glutine e virano sul gluten free. Lo fanno anche le star, ma i nutrizionisti invitano alla prudenza perché a forza di eliminare il frumento si rischia di impoverire la dieta. Lo stesso vale per i prodotti delattosati: se chi non è intollerante si priva di tutti i latticini rischia di diventarlo davvero perché perde la lattasi, l’enzima che digerisce il latte. «La scelta di alimenti “free” o veg è positiva, invece, quando a guidarci è la curiosità» riflette Corvo. «Un’offerta di alternative così vasta permette di scoprire cibi insoliti e riscoprire quelli antichi, dalla soia alla quinoa».

La macellazione islamica trasmette sicurezza

Se la crescita di cibi halal (+4%), cioè prodotti secondo le regole igieniche del Corano, si può spiegare in parte con la crescita della comunità musulmana, quella degli alimenti kosher (+7,8%), cioè conformi ai precetti alimentari della Torah ebraica, è meno scontata. Anche chi non ha restrizioni religiose a tavola oggi tende a consumarli. In America, dove il kosher è una tendenza da anni, è considerato più sicuro: il giro d’affari supera i 200 miliardi di dollari e le università propongono corsi sulla macellazione rituale per i futuri agricoltori. «In Italia è ancora una nicchia ma si nota un aumento» spiega Meyer Piha, ceo dell’ente certificatore Italy Kosher Union. «Il 70% delle aziende che commerciano anche all’estero chiedono questa e altre certificazioni di tipo religioso perché aprono maggiori canali di vendita. Il livello di controllo è altissimo e attira i consumatori più esigenti: noi analizziamo persino addensanti ed emulsionanti la cui origine spesso non viene indagata. Abbiamo poi rigidi protocolli di sanificazione per ambienti e strumenti: dove passa la produzione kosher non deve esserci mescolanza tra carni e latticini o traccia di grassi di origine suina». Risultano kosher per esempio prodotti come Nutella e acqua Ferrarelle. Stesso discorso per gli halal, ormai usciti dalla nicchia di prodotti etnici (sono certificati tra gli altri Vismara e Amadori) e approdati sugli scaffali di Coop, Auchan e Carrefour. La certificazione, oltre alla macellazione degli animali secondo un rituale preciso (dal dissanguamentio lento al divieto di utilizzare animali malati o feriti), indaga persino sulla responsabilità sociale delle aziende coinvolte nella filiera.

Lo stile vegetariano fa tendenza

Dagli allarmi dell’Oms sui consumi eccessivi di carne rossa al recente caso delle uova contaminate da insetticida: ogni notizia negativa legata al mondo alimentare animale spinge i consumi verso l’universo vegetale, cavalcando una moda e un’evoluzione sociale. «Se mangiare carne è tipico delle società appena uscite dalla povertà, come l’Italia del dopoguerra o la Cina di oggi, puntare su regimi ipersalutari è tipico delle società più evolute. Così essere veg è il nuovo status» spiega il sociologo Paolo Corvo. «ll modo in cui trattiamo il cibo, spesso fotografato come opera d’arte, rivela la tendenza a privilegiare anche l’aspetto estetico: frutta, verdura e legumi si prestano più delle bistecche». Non è un caso che su Pinterest la ricerca della parola “verdure” sia aumentata del 336% secondo Forbes, e il fenomeno dell’avocado, record di vendite nel 2016, sia partito dai social. «Il web ha un grosso ruolo nella diffusione degli stili alimentari alternativi» conclude Marco Cuppini. «E lo fa con una velocità che ricorda proprio le collezioni moda. Pensiamo ai semi di Chia o le bacche di Goji, prima sulla cresta dell’onda e oggi quasi dimenticati. Intercettare i nuovi trend è una sfida per tutte le aziende».

La "rivoluzione food" dei nativi digitali

I millennials, rispetto alle generazioni precedenti, spendono di più in cibo e sono più informati su quello che mangiano. Secondo i dati di the Global Food Innovation Summit, l’80% vuole sapere di più sulla provenienza e la tracciabilità del cibo che consuma e preferisce acquistare alimenti organici, biologici, a km zero e sostenibili, con in testa frutta e verdura. Tutti aspetti sui quali l’iperconnessione permette approfondimento, confronto e “contagio”. E sui quali si fonda la food revolution, cioè il nuovo modo (tutto digitale) di fruire il cibo, dalla spesa online alla geolocalizzazione dei ristoranti.

I numeri

16% in più delle vendite di cibi “alternativi” in Italia: nel primo trimestre del 2017 continuano a salire gli acquisti di farine integrali, frutta fresca e secca, verdure e yogurt super proteici tipo greco. In calo gli acquisti di bevande alcoliche e gassate, uova, carni, latte, formaggi e derivati dei cereali (dati GS1 e Nielsen). 15% le aziende alimentari italiane con più di 9 addetti che sono in possesso di almeno una certificazione religiosa (dati Federalimentare). 13 miliardi le vendite totali nel 2016 di prodotti “senza glutine” o “senza lattosio”, in crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente (dati GS1 e Nielsen).

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