È stato un giorno in treno. Tornavo da un viaggio di lavoro. Lei era seduta proprio accanto a me. Una giovane donna sui 30 anni. Capelli lunghi, look elegante ma sobrio, bel viso. Non l’ho notata subito. Parlava sotto voce con un’amica, forse una collega. Era agitata. A un certo punto qualcuno l’ha chiamata sul telefonino. Si è accartocciata sul sedile, come per farsi piccina, dandomi la schiena. Sentivo a sprazzi parole sussurrate e lamenti, una vocina da bambina che implorava, a tratti si arrabbiava, ma con un tono troppo arrendevole per essere credibile. Non ho capito subito cosa stesse accadendo. Leggevo, guardavo fuori dal finestrino, scambiavo brevi frasi con una collega di fronte, insomma mi facevo i fatti i miei.
Cronaca di un viaggio in treno
Finché quella specie di nenia sommessa è diventata più concitata, il pianto è cresciuto, la chiamata si è chiusa di colpo con un senso di muta disfatta. Riuscivo appena a vedere la scena con la coda dell’occhio. La ragazza è tornata a sfogarsi con l’amica. Le sue parole impastate di pianto arrivavano a strappi – mi ha fatto male, non vuole che vada, farà un macello – ma si coglieva nel tono un’incrinatura di panico, la gravità di una tragedia incombente. Ci siamo scambiate un’occhiata, la mia collega ed io. Stavamo tornando da un incontro sulla violenza di genere. Si era parlato a lungo, con gli esperti, dell’importanza delle “sentinelle”. Del ruolo cioè che tutti abbiamo nel vigilare sui comportamenti violenti. Intervenire quando accadono. Perché non sempre chi ne è vittima è in grado di difendersi.
I dati ci dicono che addirittura chi vive all’interno di una relazione maltrattante non se ne accorge. Alza la soglia di accettazione rispetto a condotte tossiche o abusanti, ignora i segnali di pericolo. Ce lo confermano i fatti di cronaca. Se solo si fermasse in tempo l’escalation, se si spezzasse prima che sia troppo tardi quel circolo vizioso di ricatto e controllo, scatti aggressivi e finti pentimenti, forse tanti femminicidi non ci sarebbero. Facile a dirsi, più difficile a farsi. Perché si perde lucidità quando si è innamorati e manipolabili. Anche le donne più in gamba ci cascano. Anzi, quanto più forte la tua luce splendente, tanto maggiore è il piacere di spegnerla. Così ragiona l’uomo violento. Mosso da un senso di onnipotenza che maschera una profonda frustrazione. Lo abbiamo visto di recente col caso di Pamela Genini, magnifica 29enne uccisa sul terrazzino di casa sotto gli occhi dei vicini, dopo un anno di soprusi da parte dell’ex fidanzato che aveva deciso di lasciare.
Come aiutare una donna vittima di violenza: rompere il silenzio
La prima regola è non stare in silenzio. Rompere quel muro di omertà che spesso circonda la violenza e che chiude le vittime in una sorta di prigione, isolandole dal mondo. È quello che spiegano Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, e Ilaria Ramoni, avvocata esperta in criminalità organizzata, nel libro appena uscito Mai più cosa vostra, mettendo in luce un interessante parallelismo tra le logiche su cui si regge il patriarcato e la cultura mafiosa. Un codice non scritto di dominio del più forte sul più debole, fondato su un arbitrario diritto a dirigere la vita degli altri, come se fosse cosa propria. Un sistema che fonda le sue radici nella paura. È questa catena che bisogna spezzare. E dobbiamo farlo tutti. La lotta alla violenza deve essere una responsabilità collettiva, non individuale.
Il ruolo delle sentinelle: tutti possiamo fare la differenza
Così ci siamo fatte coraggio la mia collega e io, dopo un breve consulto al vagone ristorante, e abbiamo deciso di “non farci i fatti nostri”. A costo di passare per impiccione e maleducate, tornate al posto ci siamo buttate. La risposta della ragazza è stata sorprendente, come se non aspettasse altro che uscire allo scoperto. Ci ha raccontato una storia di manipolazione psicologica e ricatti, un tira-e-molla di addii e riappacificazioni da cui non riusciva a tirarsi fuori. E sopra a tutto il terrore. Che le piombasse a casa nel cuore della notte, che le facesse perdere il posto, che la blandisse con parole di miele tenendola in pugno. Abbiamo smontato pezzo-pezzo la gabbia che le aveva costruito intorno, l’abbiamo invitata a parlare col suo capo affinché lui non potesse più mettere a repentaglio la carriera che stava con passione costruendo, l’abbiamo sollecitata a contattare un’associazione. Ci siamo scambiate i numeri, ci siamo sentite il giorno dopo e poi quelli a venire. Uscire dalla rete di questa relazione è stata dura. Tutte le dipendenze richiedono tempo e pazienza. Ma il solo fatto di vedersi capita e ascoltata, le ha dato fiducia. È fermamente decisa a riprendersi la vita. La vita che si merita.