«Potevo essere io». È quello che ognuna di noi pensa di fronte a ogni femminicidio: non è follia, devianza, raptus. È quello che rischiano molte di noi di fronte a uomini possessivi, violenti, alla fine disposti a uccidere se vuoi essere ciò che loro non vogliono. Indipendente, libera. Se vuoi lasciarli.
Pamela Genini, il femminicidio frutto di una relazione violenta
Così è accaduto anche a Pamela Genini, 29 anni, colpita in modo efferato dall’uomo che lei voleva lasciare. Lui, Gianluca Soncin, 52 anni, aveva già avuto dei guai con la giustizia, arrestato nel 2010 dalla Guardia di fInanza per associazione a delinquere. Ora emerge che nel corso della loro relazione, che durava da circa un anno, c’erano stati episodi di maltrattamento e atti persecutori. L’estate scorsa, la giovane donna aveva interrotto la loro vacanza perché lui voleva uccidere il suo cane.
Pamela Genini poteva essere salvata?
Poteva essere salvata? Il suo ex, che sapeva molte cose di questa relazione malata, non si dà pace: era con lui al telefono mentre l’assassino la stava raggiungendo a casa. È lui che ha chiamato la polizia. Forse sì, Pamela poteva essere salvata, se esistesse intorno a noi una rete consapevole e formata, se i vicini di casa non si facessero i fatti propri, se i nostri amici ci spingessero a denunciare, se noi donne potessimo avere più fiducia nelle istituzioni.
La sua storia come tante altre
La storia di Pamela Genini è però simile a molte altre: la relazione, l’isolamento, il controllo, i maltrattamenti, le che racconta l’oppressione e le violenze, lui che non accetta la fine della relazione. E ancora: in molti casi, gli interventi della polizia, la condanna, il braccialetto elettronico, che a volte funziona, molto spesso no. E tutto ricomincia. Le urla, la telefonata di aiuto, il coltello. Dell’ultima vittima forse parleremo di più non solo per l’efferatezza, per l’uccisione avvenuta mentre la polizia stava entrando in casa, ma perché questa giovane donna non era una badante, una casalinga, una pensionata: era una giovane donna economicamente indipendente, che voleva essere libera, che aveva creato una sua attività. Fuori insomma dal solito cliché, come se appartenere a questo cliché sminuisse la drammaticità di altri femminicidi.
Aspettiamoci il victim blading su Pamela Genini
Pamela Genini era tutto meno che dentro a questo cliché: aveva partecipato un reality, sognava Dubai, pubblicizzava bikini sui social, calcava red carpet con il cagnolino, e stava con un uomo molto più grande di lei. Rassegniamoci al fatto che mentre la società impone dei modelli alle donne, poi le punisce perché vi aderiscono: prima, a colpi di programmi tv, romanticizza la violenza o i divari d’età normalizzando e sminuendo le dinamiche relazionali, poi ci presenta il conto.
Circa 70 le vittime di femminicidio
La verità è che Pamela Genini è solo uno dei nomi che fanno salire la conta delle donne uccise dai loro ex: fino a oggi circa 70, in base all’Osservatorio di Non Una di Meno. Sei giorni fa è morta Cleria Mancini, 66 anni, uccisa a colpi di pistola dall’ex compagno Antonio Mancini, 70 anni, a Lettomanoppello, in provincia di Pescara. Una vita molto normale, la sua, era una nonna, ma anche lei vittima della stessa, identica costante: un uomo che opprime e non dà pace e, alla fine, uccide.
Appena vietati i corsi sessuo-affettivi alle scuole medie
Le leggi ci sono, sono stata approvate all’unanimità con un certo sforzo dalla politica, ma scalfiscono appena un fenomeno che è endemico. Abbiamo leggi su stalking e femminicidio, il femminicidio è diventato reato ma la verità è che manca una rete efficace, i CAV sono ancora poco finanziati, ci sono pochi assistenti sociali, e le ultime sentenze ci dicono che nei tribunali c’è ancora tanto da fare perché le donne, di fatto, non si fidano. Non sentono di essere tutelate dopo la denuncia, quindi non denunciano.
Anche se certa politica lo nega, i femminicidi sono un’emergenza e sta alle istituzioni creare una rete capillare che diffonda consapevolezza e fiducia. Le stesse istituzioni che vietano anche alle scuole medie – come alle elementari – i corsi sessuo-affettivi, delegando quindi alle famiglie un pezzo di educazione che non dovrebbe avere nulla di facoltativo.