Cos’è l’Alternanza scuola-lavoro

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Introdotta dalla legge sulla Buona scuola è obbligatoria in tutte le superiori. E sarà parte della nuova maturità. Il suo scopo è colmare il divario tra scuola e mondo del lavoro

Sull'Alternanza scuola-lavoro ci sono insegnanti favorevoli ma anche molti fieri oppositori, famiglie entusiaste, altre perplesse. Forse solo i giovani liceali, arrivati al secondo anno di questo nuovo strumento voluto dalla legge sulla Buona Scuola sono entrati pienamente nel meccanismo.

L’Alternanza scuola-lavoro è una pratica consolidata da tempo negli istituti tecnici e professionali, ma solo dal 2016 è stata introdotta nei licei, sorretta da un ventaglio di ragionevolissime motivazioni: colmare le distanze tra il mondo del lavoro e il pianeta scuola, affinare le competenze che arricchiscono qualunque bagaglio di conoscenze, ‘ripensare l’istruzione’ –come recita la normativa- ‘in un’ottica europea’, orientare alle scelte successive.

Come funziona

Le modalità? Affidate ad alcune linee guida del ministero e al buon senso e alla buona volontà di un manipolo di docenti che stanno imparando a progettare, a costruire percorsi, a creare un mutuo scambio di linguaggi tra aziende pubbliche o private e scuola.
Alcuni istituti hanno scelto la strada del tirocinio, altri quella più impegnativa dell’impresa formativa simulata. Pochi (e sempre meno dovrebbero essere) quelli che si affidano alla disponibilità di qualche genitore che offre periodi di stage nell’impresa di famiglia.
Obbligatori per tutti duecento ore nell’ultimo triennio e l’incontro col maggior numero di figure professionali da conoscere preferibilmente nei luoghi dove il lavoro non si simula ma si pratica. Alla fine dei progetti, una restituzione dell’attività svolta: i ragazzi vengono valutati da un tutor che insegna nelle loro scuole e da un tutor aziendale che li vede ‘crescere’ e formarsi.

Dove si svolge

Ma quali sono le partnership che i licei hanno cercato? E quali aziende cominciano a interessarsi alle scuole per mettere in pratica l'Alternanza scuola-lavoro?
I musei, le fondazioni e le aziende preposte alla tutela del patrimonio artistico collaborano ad esempio con gli istituti di istruzione superiore facendo sperimentare ai giovani come nel nuovo millennio l’arte e la cultura si gestiscano e come se ne comunichi la diffusione: ed ecco i nostri ragazzi alle prese con l’organizzazione di percorsi museali, con le loro prime conferenze stampa, con la creazione di eventi sui social.
Le piccole e medie imprese, ma anche i grossi gruppi, dal canto loro li impegnano nei settori della finanza, dell’editoria, della digital economy, della mobilità sostenibile. Si tratta di ambiti in rapidissima evoluzione, tanto che i ragazzi fin da subito vengono istruiti a dovere sul fatto che tra una decina d’anni molti lavori non esisteranno più, mentre nuove professioni si affacceranno sul mercato; ma intanto, oltre ai linguaggi settoriali, imparano a essere flessibili: una competenza sempre più irrinunciabile nella vita come a scuola.
Non mancano i tirocini negli ospedali: diverse strutture sanitarie offrono l’opportunità di vivere la professione medica dal suo interno. Forse da qui molti studenti partiranno per orientarsi alle facoltà di Medicina, poi la motivazione e un pizzico di fortuna faranno il resto.
Alcune scuole stanno sperimentando il lavoro in rete, persino tra istituti di regioni diverse: i network cominciano a funzionare e le aziende li guardano con attenzione, rivelando grande flessibilità nell’interfacciarsi ai modi e ai tempi della scuola. Spesso si sforzano anche di capire il ‘didattichese’, la lingua incomprensibile a chi non pratica le aule di un liceo.

Perché è criticata

Ma allora perché, a fronte di queste grandi opportunità di crescita, ci sono ancora delle resistenze? Perché tanti i detrattori? Per molti si tratta di ore sottratte all’insegnamento tradizionale, specialmente se l’Alternanza si organizza nei periodi di attività didattica e non al di fuori. Alcuni docenti stentano a cogliere il nesso tra le diverse attività lavorative e le loro materie.
Eppure dal 2018 l’Alternanza sarà parte integrante dell’Esame di Stato: a chiarire, forse definitivamente, che la scuola sempre più si propone di formare cittadini oltre che alunni. La missione è ambiziosa e necessita di buone pratiche, che indubbiamente devono ancora essere messe a punto.
Gli studenti però rispondono con entusiasmo: in banca, nelle gallerie d’arte, nei giornali, presso le aziende che di fronte alla sfida non si sono tirate indietro, i giovani lavorano in gruppo e si rivelano seri e rispettosi degli impegni che assumono. Le prime ‘soft skills’, insomma, sono in via di acquisizione.

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