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La mia famiglia è mia sorella

Nel dibattito sulle unioni civili, si parla sempre di famiglia come genitori e figli. Una giornalista, Ilaria Prada, ci racconta un'altra idea di famiglia, la sua: lei e la sorella

In principio fu “Piccole donne” a farmi sentire protagonista di un’opera. In questi giorni è il toccante “Little sister”, presentato in concorso a Cannes. Quando si parla di famiglie “arcobaleno” non penso solo alle unioni civili, etero o omosessuali, ma anche alle diverse sfumature di famiglia, alla ricchezza di tonalità che questa immensa tavolozza offre.

Sì, perché nonostante manifestazioni come il Family day si concentrino principalmente su genitori e figli, per me la famiglia è soprattutto mia sorella Isabella, la persona più importante della mia vita. Credo che a volte si dimentichi l’impatto fondamentale dei fratelli nella nostra esistenza.

Quando vidi Isabella per la prima volta con un abitino da bebè lilla a pois, mi fu chiaro che con lei non avrei diviso la vita. L’avrei moltiplicata.

Le difficoltà che da sempre ci hanno accompagnate hanno reso il nostro rapporto quasi simbiotico. Nostro padre provò spesso a rompere questo legame, che non capiva e che lo spaventava. Non ci è mai riuscito. Il suo temperamento aggressivo, di cui solo in seguito fu chiarita l’origine, ci segnò per sempre. Nessuno ci diede una mano. Eravamo sole, ma insieme.

Abbiamo sempre attraversato la vita per mano.

Eravamo insieme quando una malattia inesorabile portò via nostra madre. E’strano, ma entrambe abbiamo pochi ricordi di quel periodo. Le maschere che ci rendevano indistinguibili, le cuffie, i camici usa e getta e le soprascarpe azzurre: la divisa d’ordinanza del regime protetto. I sorrisi amari dei parenti altrui nei corridoi, che come noi avevano paura di sperare. E poi l’assenza.

Ancora oggi mi pongono domande che mi fanno soffrire e io mi limito a sorridere. Sorrido perché sono triste e se parlassi la voce mi tremerebbe. Isabella sa che la mia è una difesa, la stessa che utilizza anche lei. Non devo raccontarle  nulla. Lei sa. Sa, anche se come me ha scelto di chiudere in un buio sgabuzzino i ricordi dolorosi perché lasciarli affiorare ci fa soffrire.

A un anno esatto dalla scomparsa di nostra madre, ecco crollare anche nostro padre. La vicinanza, nonostante il nostro rapporto affettuoso ma burrascoso, ci prosciugò. Aiuti? Pura utopia! I problemi  sono una magia potente: fanno scomparire quasi tutti. Tutti, ma non noi. Sempre sole, sempre insieme.  Opinioni non richieste: tante, troppe. Chi non sa, spesso giudica e lo fa usando il condizionale: “Io al posto tuo avrei fatto, sarei andata, avrei detto”. E’ però con l’indicativo che si compiono i fatti. Io e Isabella abbiamo fatto, siamo andate, abbiamo detto.

Il grande dono della sorellanza è permettersi attimi di debolezza. Ci si alterna nel portare pesi altrimenti insostenibili: l’assistenza continua che fa dimenticare se stessi,  le battaglie legali contro muri di gomma, diritti consapevolmente negati e poi la fine. Dolorosa ed ingiusta. A noi resta la speranza di ottenere per giustizia e i ricordi che rievocheremo e scambieremo per sempre.

Nonostante le difficoltà, la vita di due sorelle è fatta anche di risate. Tante. Risate che gli estranei non capiscono perché  i fratelli hanno un linguaggio segreto, un umorismo proprio, che nessun altro coglie. Non è però l’allegria a cementare le relazioni. Restare uniti quando tutto fila liscio è semplice, ma sono le difficoltà a rivelare la forza di un rapporto. A volte mi sento sopraffatta, ma poi penso a Isabella, che ha diviso con me il peso di queste dure prove e tutto mi sembra più leggero. Anche i ricordi.

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