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Fertility Day: quando è lo Stato a essere sterile

La campagna del Ministero della Salute per promuovere la riproduzione ha fatto discutere. Perché se in Italia non si fanno figli, è anche perché lo Stato non garantisce stabilità e diritti

A partire dall'infelice nome di Fertility Day, la campagna a favore della riproduzione lanciata nei giorni scorsi dal Ministero della Salute ha fatto davvero arrabbiare tutti per il modo retrogrado e sessista con cui è stata condotta.

I messaggi e gli intenti sono suonati offensivi, dall'uso colpevolizzante della clessidra fino all'affermazione che fare i figli da giovani renda più creativi, come se per le coppie italiane fosse una scelta rimandare la voglia di essere genitori fino alla soglia della rinuncia.

Il governo finge di ignorare che non si favorisce alcuna natalità se non si garantisce prima l'autonomia delle donne. Invece, al di là dei proclami politici, essere assunte resta difficile, venir licenziate facilissimo e più che raro essere pagate al pari dei colleghi; permettersi una babysitter è un lusso a cui molte non arriveranno e se per caso il figlio fosse uno dei tre fortunati bambini su dieci che riescono a entrare in un nido pubblico, si spera di avere comunque dei nonni molto disponibili, perché i suoi orari non andranno d'accordo con quelli dei luoghi di lavoro.

La fertilità non è un bene comune, a differenza di come recita la brutta campagna del Ministero: beni comuni sono invece il lavoro, le tutele e la possibilità di costruirsi una vita dignitosa. Davanti a uno Stato sterile, incapace di generare stabilità e diritti per le persone, essere fertili diventa una debolezza che le donne non si possono permettere. In un mondo dove il futuro stesso sembra diventato inconcepibile, non c'è da stupirsi se di concepire non se la sente più nessuno.

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