Si chiama free birth, per molti era una pratica pressoché sconosciuta, almeno fino a quando la serie tv The Pitt non ha mostrato una scena in cui una donna partoriva senza alcun tipo di assistenza da parte di una ostetrica o medico, come invece avviene nei parti in ospedale o in casa. I sostenitori del “parto libero” sono in aumento e la ritengono una pratica naturale, in un ambiente non medicalizzato. Ma spesso si sottovalutano i rischi.
Cos’è il free birth, il parto libero
«Sempre più donne mi chiedono informazioni su questa possibilità dopo aver visto video, racconti o profili social che propongono una visione molto semplificata della nascita», spiega Alessandra Bellasio, ostetrica e autrice di diversi libri, tra i quali Mamma senza panico (Feltrinelli). «Spesso, però, il messaggio è che la medicina non solo non serva, ma possa addirittura danneggiare la madre e il bambino nella loro integrità fisica, emotiva e relazionale. Il parto viene raccontato come un evento che funzionerebbe sempre bene se lasciato completamente alla natura, mentre le complicanze sarebbero quasi sempre attribuite alla medicalizzazione», aggiunge l’ostetrica.
Un fenomeno in aumento
Il fenomeno è in aumento un po’ ovunque, studiato negli Stati Uniti dal New York Times e nel Regno Unito da The Guardian le cui giornalista Sirin Kale e Lucy Osborne hanno condotto un’inchiesta esaminando «centinaia di ore di podcast, video, documenti e materiali didattici» postati in rete dalla Free Birth Society, la più grande realtà che promuove il parto libero. Kale conferma che si tratta di una pratica «legale nella maggior parte del mondo e generalmente sicura per madri in buona salute. Ma la versione del free birth che la FBS promuove è radicale: non solo niente ospedali o ostetriche, ma anche nessuna assistenza prenatale, nessun esame del sangue, nessuna ecografia, nessun piano di emergenza. Sei completamente da sola».
Boom di richieste: perché?
Ad essere sottovalutati, infatti, sono i rischi (nell’episodio di The Pitt la donna protagonista viene trasferita in pronto soccorso per un problema): «Da un lato comprendo da dove nasca questa estremizzazione, perché negli ultimi decenni il parto è stato spesso trattato come un evento da controllare, accelerare, gestire e correggere anche quando non ce n’era reale necessità – commenta Bellasio – Dall’altro mi preoccupa molto vedere che la risposta a un eccesso possa diventare l’eccesso opposto. Il corpo della donna ha risorse straordinarie, ma questo non significa che la natura sia infallibile».
Effetto social: l’emulazione dalla rete
«La storia dell’ostetricia esiste proprio perché alcune complicanze possono comparire all’improvviso e richiedere competenza, strumenti, esperienza clinica e una rete di intervento», continua Bellasio, lungi da una difesa della categoria: «Mi preoccupa anche il fatto che a sostenere o legittimare questa visione, a volte, siano persone che si presentano con una comunicazione molto aggressiva, carismatica, sicura, spesso costruita su frasi forti, provocazioni e linguaggio volutamente di rottura. In alcuni casi si tratta di figure non sanitarie, in altri di professionisti che strizzano l’occhio a questo immaginario, senza che il tema venga realmente preso in carico dagli organi competenti».
Il sospetto del business
Come ammesso dal produttore e consulente medico Joe Sachs, la stessa serie tv citata si è ispirata alla Free Birth Society, il cui valore stimato supera i 13 milioni di dollari. Fondata nel 2017 dalla ex doula Emilee Saldaya, la FBS conta 132mila follower su Instagram e 27 milioni di visualizzazioni su YouTube, con 5 milioni di download del podcast. Saldaya, insieme all’altra ex doula Yolande Norris-Clark, ha creato una scuola per “radical birth keepers”, “assistenti al parto” senza alcuna formazione medico-sanitaria riconosciuta, ma dal costo di 6.000 dollari. Come ogni società americana che si rispetti, conta anche un discreto merchandising costituito da cappellini e altri gadget, con lo slogan Make Birth Great Again che ricorda il MAGA trumpiano.
Attenzione alle figure non sanitarie e non regolamentate
«La componente economica può avere un peso, soprattutto per la crescita di figure non sanitarie e non regolamentate. In Italia vediamo proliferare percorsi formativi privati molto eterogenei, talvolta brevi o erogati online, che rilasciano attestati, certificazioni interne o qualifiche dai nomi più fantasiosi nell’ambito della nascita, della maternità e del benessere perinatale, senza che questo corrisponda necessariamente a una formazione sanitaria abilitante o a una reale possibilità di intervenire nell’assistenza clinica al parto – spiega Bellasio – Il punto è che, dall’esterno, molte famiglie fanno fatica a distinguere i veri professionisti sanitari abilitati».
Il bisogno di riempire un vuoto reale
È qui che iniziano a spiegarsi anche i veri motivi personali che spingono ad avvicinarsi a pratiche come il free birth: «Oggi, troppo spesso, gli ospedali non riescono a garantire continuità, ascolto, tempo, presenza, accompagnamento emotivo: in quel vuoto si inserisce chi propone esattamente quello che le donne non trovano nei percorsi ufficiali», osserva l’ostetrica, ben lungi da una difesa della categoria. Perché se il Covid ha giocato un ruolo cruciale nella crescita del fenomeno, esistono anche altre motivazioni. «Durante la pandemia molte donne hanno vissuto l’ospedale come un luogo di paura, separazione e isolamento. Credo però che il motivo più profondo sia un altro: la crescente consapevolezza della violenza ostetrica».
Il problema della violenza ostetrica
Come spiega Bellasio, al problema «non è corrisposta una risposta istituzionale sufficientemente forte. Oggi sui social si leggono sempre più racconti di parti traumatici, procedure eseguite senza consenso, comunicazioni svalutanti, sensazione di essere state trattate come corpi da gestire più che come persone da accompagnare. Ed è lì che riescono a inserirsi figure che promettono protezione, libertà, ascolto e controllo totale dell’esperienza. Il problema è che alcune di queste figure fanno leva proprio sulla vulnerabilità delle donne».
La delicatezza del parto
«Una donna che teme di essere violata, non rispettata o non ascoltata può essere molto attratta da chi le offre una narrazione rassicurante, assoluta, apparentemente liberatoria. Ma quando una persona promette certezze granitiche su un evento imprevedibile come il parto, per me quello è già un segnale di allarme – insiste l’ostetrica –
Un professionista sanitario serio non parla mai per assoluti, perché sa che in medicina non esistono garanzie totali: il parto può essere fisiologico, potente e ben accompagnato, ma resta un evento dinamico, in cui alcune complicanze possono comparire anche senza preavviso. Proprio per questo la libertà della donna va protetta, però non può essere costruita sulla negazione del rischio ma su scelte consapevoli e informate».
Parto naturale, in casa o “libero”
Vanno distinti, dunque, i concetti di parto naturale e medicalizzato, così come quello di parto in casa e “parto libero”: «Il parto domiciliare è una scelta che può essere presa in considerazione solo in condizioni molto precise: gravidanza fisiologica, assenza di fattori di rischio, travaglio che resta nei parametri della normalità, presenza di ostetriche qualificate, valutazione continua del benessere materno e fetale, possibilità concreta e rapida di trasferimento in ospedale in caso di necessità. Il free birth, invece, è il parto volontariamente affrontato senza assistenza sanitaria Ed è qui che il rischio cambia profondamente», sottolinea Bellasio.
Il calcolo dei rischi
«Durante il travaglio, il parto e il post parto possono verificarsi eventi che richiedono riconoscimento tempestivo e intervento immediato: distress fetale, distocia di spalla, emorragia post partum, mancato adattamento neonatale, ritenzione di placenta, lacerazioni importanti, solo per citarne alcuni. Capisco il desiderio di partorire in un ambiente intimo, protetto, non disturbato, con persone scelte e con meno interventi possibili – chiarisce l’ostetrica –
Ma questi bisogni non giustificano la rinuncia alla sicurezza. Il punto non è convincere tutte le donne a partorire in ospedale nello stesso modo, ma costruire percorsi in cui la donna non debba scegliere tra sentirsi al sicuro dal punto di vista clinico e sentirsi rispettata come persona».
Cosa serve davvero alle donne che partoriscono
Una conferma arriva dai risultati di un questionario, pubblicato da Bellasio sul sito BestBirth.it sulla qualità dell’assistenza ricevuta nel percorso nascita. «Pur trattandosi di un campione autoselezionato (di 20mila madri) il 31% ha dichiarato di aver vissuto comportamenti riconducibili alla definizione di violenza ostetrica. Anche con tutti i limiti metodologici del caso, è un dato che non può essere ignorato: tra le donne che hanno preso parola, una su tre racconta qualcosa di simile. Se le donne cercano altrove protezione, ascolto e controllo, il sistema dovrebbe chiedersi cosa non sta funzionando», conclude Bellasio.