Mentre la rete dei centri antiviolenza è ormai consolidata sul tutto il territorio nazionale, resta invece un vuoto quasi totale di fronte alle forme di violenza sulle donne che si verificano in quelli che dovrebbero essere contesti di cura: gli ambulatori ostetrico-ginecologici.

Il primo sportello per la violenza ostetrica e ginecologica

Per rispondere a questo bisogno di ascolto è appena nato a Firenze uno sportello, il primo su tutto il territorio italiano, che offre supporto specialistico gratuito a chiunque abbia subito questa forma di violenza, ancora troppo poco conosciuta. Un’iniziativa del tutto nuova nel panorama dei servizi dedicati alla salute psicofisica femminile, ideata e gestita da cinque ostetriche dell’associazione fiorentina “La mia ostetrica”.

Assistenza anche psicologica

L’accesso allo sportello è aperto a tutte le donne che, nel corso della propria vita, ritengano di aver subito una forma di violenza nell’ambito ginecologico o ostetrico e che portano ancora dentro di sè un senso di malessere o disagio legato a quell’evento. Ad accoglierle troveranno un’ostetrica dedicata all’ascolto che, qualora ne ravvisasse la necessità, potrà sostenere la donna fornendole anche l’aiuto professionale di esperti di salute mentale specializzati nel trattamento di traumi perinatali. Lo sportello fa parte di un progetto più ampio denominato “Donna Care” dedicato alla cura delle donne in ogni fase della vita, sostenuto dalla Fondazione CR di Firenze e accessibile una volta alla settimana, su prenotazione, ([email protected]).

Ogni giorno racconti di violenza ostetrica e ginecologica

«Da molti anni accogliamo donne che ci raccontano quotidianamente episodi di violenza ginecologica e ostetrica – ci dice Alice Donzelli, ostetrica e responsabile dello sportello. «Creando lo spazio necessario, nella massima privacy e senza mai alcun giudizio, le donne cominciano a parlare e a condividere ciò che hanno subito e che resta anche dopo tanto tempo molto doloroso. Si tratta di una possibilità offerta anche alle donne che non frequentano di solito la nostra associazione. Una volta emerso l’episodio e il malessere conseguente, accompagniamo le donne a riconoscere la violenza ricevuta, individuando il bisogno e sostenendole nell’elaborare ciò che è stato».

La necessità di un’iniziativa come questa è confermata dai recenti dati sul tema della violenza ostetrica e ginecologica. Secondo l’indagine condotta dall’Università di Urbino Carlo Bo nel 2025, diventare mamma in Italia significa nel 76,3% dei casi aver subito una qualche forma di violenza ostetrica. Questa percentuale impressionante non include solo pratiche che sono oggettivamente violente, come mettere i punti di sutura senza anestesia o costringere una donna a rimanere immobile durante tutto il parto, ma molte altre che lo diventano se manca il consenso, l’ascolto e il rispetto da parte di chi assiste le pazienti.

4 donne su 10 si fermano al primo figlio dopo la violenza

Lo studio condotto dalla psicologa e psicoterapeuta Lucia Ponti, con la collaborazione della medica anestesista Sasha Damiani, fa emergere quanto nella violenza ostetrico-ginecologica l’abuso si inserisce in un contesto di cultura patriarcale che non considera la volontà delle donne e ne svaluta il potere di scelta. Donne che, dopo un’esperienza di parto traumatica, come ci dicono i risultati del progetto “Forties” condotto dalle Università di Padova, Bologna e Milano Bicocca nel 2025, in 4 casi su 10, decidono di non avere altri figli a causa del trauma subito.

Non si tratta di un’opinione né di malasanità: la violenza ostetrica e ginecologica secondo l’Unione Europea rappresenta una violazione dei diritti umani ed è parte integrante della violenza di genere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce come “una serie di abusi, mancanze di rispetto e umiliazioni subite dalle donne durante l’assistenza al parto, nel post parto e nelle cure ginecologiche”.

Lo sportello accompagna le donne per tutta la vita

Il cuore del progetto risiede nel riconoscimento che la violenza non si limita al parto, ma attraversa l’intera vita riproduttiva delle donne e si mimetizza nel quotidiano della cura, tra visite di “routine” invasive, giudizi non richiesti, svalutazione del dolore e mancate informazioni. Dalla prima mestruazione alla menopausa, passando per la contraccezione, l’interruzione di gravidanza, il parto e le cure per le fertilità, tante di noi subiscono abusi fisici, psicologici, negligenze e pratiche senza consenso in varie fasi della propria salute riproduttiva.

Violenza ginecologica anche in menopausa

Nella fase della menopausa la violenza ginecologica assume contorni ancora più difficili da decifrare. Il corpo di una donna, una volta terminata l’età fertile, sembra perdere interesse clinico e malesseri invalidanti come il dolore durante i rapporti sessuali, l’incontinenza urinaria, l’insonnia cronica se non ascoltati, riconosciuti e curati negano alle donne terapie che migliorano moltissimo la qualità della vita. «

I malesseri della menopausa ignorati

Sono tante le donne in menopausa che credono di non potersi più liberare di certi disturbi perché troppo spesso i loro disagi sono minimizzati e ignorati – racconta l’ostetrica Alice Donzelli -. Questo non può più accedere. Ogni fase della vita di una donna è un’opportunità da vivere a pieno, ma serve il supporto sanitario necessario. Alle donne che non sanno cos’è la violenza gineco-ostetrica, ma sentono che può interessarle dico che sono tutte le benvenute e che il nostro sportello rappresenta un luogo sicuro e rispettoso della loro salute e della loro persona. Perché questa forma di violenza ci riguarda tutte e tutti».

In Portogallo la violenza osterica e ginecologica è un reato

Nonostante l’entità del fenomeno l’Italia sconta una profonda difficoltà istituzionale nel riconoscere queste pratiche purtroppo consolidate come forme di violenza. In Europa però esistono già modelli virtuosi: il Portogallo nel 2025 ha approvato una legge specifica che sanziona le forme di violenza ostetrica e ginecologica, riconoscendone l’impatto sulla salute pubblica nazionale. Una prospettiva dalla quale il nostro paese appare ancora lontano, mancando proprio la cornice culturale e normativa capace di inquadrare queste forme di abusi all’interno della violenza sulle donne.