Il 18 novembre del 2023, vicino al lago di Barcis, in provincia di Pordenone, viene trovato il corpo senza vita di Giulia Cecchettin. Dal 12 novembre, da quando cioè i familiari ne hanno denunciato la scomparsa, tutta l’Italia è rimasta col fiato sospeso, divisa tra la speranza del lieto fine e il timore dell’irreparabile. Le ultime sue tracce si fermano al giorno prima, quando è uscita per comprare un paio di scarpe da indossare per l’imminente cerimonia di laurea. Con lei, ad accompagnarla al centro commerciale, c’è l’ex, Filippo Turetta, con cui si è fermata a mangiare da Mac prima di tornare casa. Ma a casa non è mai arrivata.

La scomparsa e la tragica fine

Filippo l’ha colpita ripetutamente alla testa e al collo, trascinata in auto, portata con sé in una fuga folle e disperata durata quasi una settimana. I carabinieri hanno ritrovato la studentessa 22enne dopo una lunga ricerca, nell’angolo buio di un bosco, coperta da sacchi di plastica. Lui, fallito il piano di depistaggio, si è costituito. Condannato per omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, sta oggi scontando l’ergastolo.

Giulia poteva essere ciascuna di noi

Ricordo bene quel giorno. Non solo perché l’attesa per la sorte di Giulia si era conclusa nel peggiore dei modi. Ma anche perché era il compleanno di mia figlia. Mentre lei si apprestava a festeggiare i suoi 21 anni, una sua quasi coetanea lasciava la vita nel modo più orribile e infame. Le scarpe nuove abbandonate chissà dove. La tesi chiusa in un cassetto. I sogni seppelliti sotto quintali di terra e di lacrime.

Quel delitto ha aperto una ferita. Non solo nel cuore dei suoi familiari, nei pensieri e nelle vite degli amici più stretti, dei colleghi di università, dei vicini di casa, di tutti quelli che le volevano bene. Ma in ognuno di noi. Perché nel suo giovane volto innocente abbiamo intravisto nostra figlia, nostra sorella, qualsiasi persona a noi vicina. Potevano esserci loro al suo posto. Potevamo esserci noi. Il suo femminicidio è stato il femminicidio di tutte.

La consapevolezza dopo la rabbia

Da quella ferita sono germogliate delle cose. Questa è l’unica nota positiva. La morte di Giulia, per quanto questo non sia di alcuna consolazione per chi ancora fa i conti con la sua mancanza, ha fatto nascere qualcosa: consapevolezza, attenzione, rabbia. Ma anche il bisogno di porre un argine a una carneficina che ancora ci ostiniamo a chiamare emergenza, e invece è un fenomeno sistemico, che miete milioni di vittime nel mondo.

Solo nel nostro Paese, una ogni tre giorni.

Il male ha la faccia del bravo ragazzo

È come se quel 18 novembre avesse tracciato un confine tra un prima e un dopo. Mostrando in modo evidente che non si può estirpare la radice del male con interventi sporadici, da definire caso per caso, col solo uso della legge, bisogna andare più a fondo. Bisogna bonificare il terreno che la nutre, cambiare la cultura che legittima la svalutazione delle donne. Lo ha detto a chiare lettere Elena Cecchettin quando ha gridato al mondo che non è stato il mostro, il malato di mente, che ha assassinato sua sorella, ma un «figlio sano del patriarcato». Uno con l’aria da bravo ragazzo.

Il lavoro instancabile di Gino Cecchettin

È stato in quel momento che abbiamo capito che la violenza si annida ovunque e ci riguarda tutti. Ora lo sappiamo. E il merito è anche del papà di Giulia, Gino, che poteva soccombere sotto il macigno di questa tragedia, invece l’ha trasformata in una forma di lotta e di speranza, creando una Fondazione che fa educazione nelle scuole, testimoniando. E poi scrivendo un libro, Cara Giulia (Rizzoli), con l’obiettivo di rendere giustizia alla memoria di una ragazza piena di talento, che ha pagato con la vita la scelta di essere libera. E che dev’essere monito, per tutte le altre, perché non accada più.

Un film per non dimenticare

Da quel memoir è stato tratto un film, Se domani non torno, appena presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita il prossimo 5 novembre. A interpretare Giulia, Sabrina Martina, a cui abbiamo voluto dedicare la copertina di questa settimana perché crediamo che sia importante dare attenzione in tutti i modi al tema della violenza. La sfida è raggiungere chiunque. Anche coloro che alla violenza non pensano, che non si sentono “toccati” dal problema.

Per questo sono felice che questo numero entri allo Stadio San Siro di Milano, nel corso del match Milan – Bologna, grazie a un’iniziativa di BPM in partnership con Donna Moderna. Nel luogo per eccellenza dello svago e del divertimento, tra un pubblico prevalentemente maschile, irrompe Giulia con la sua storia. Per dirci che questa partita dobbiamo giocarla insieme, uomini e donne. E che, se vogliamo, possiamo vincerla.