Ascolto, rispetto, cura, comprensione. C’è tutto quello che la violenza toglie nei 409 centri di aiuto alle donne in difficoltà censiti dall’ultima rilevazione Istat nel nostro Paese. Luoghi di accoglienza e di rinascita che impiegano circa 7.000 operatrici, per più di 36.000 vittime all’anno assistite. I dati non bastano da soli a raccontare la realtà delle case rifugio, la passione e l’impegno, le battaglie e le fatiche quotidiane per diffondere consapevolezza, contrapporsi alla cultura dell’oppressione, lavorare con tribunali e istituzioni. Il film La maison des femmes (ispirato al centro creato nel 2016 dalla ginecologa Ghada Hatem a Saint-Denis), in uscita da noi il 29 ottobre, ha già commosso il pubblico francese e contribuito a dare voce alla realtà dei centri antiviolenza d’Oltralpe.

I centri anti violenza italiani
Anche in Italia c’è bisogno di allargare lo sguardo e illuminare le case e le strutture dove gruppi di volontarie, psicologhe, medici, avvocate, si impegnano ogni giorno per tracciare percorsi di uscita dalla violenza fisica, sessuale, economica, familiare, facendo lo slalom tra la ricerca dei fondi che non bastano mai, la diffusione di una narrazione più giusta e senza stereotipi della sopraffazione, il difficile equilibrio tra vita privata e impegno sul campo. «Un’esperienza diretta che negli anni si è anche tradotta in nuove e importanti leggi a tutela delle vittime» spiega Elisa Ercoli, presidente di Rete Nazionale Differenza Donna. «Come il congedo per motivi di violenza di genere pagato dall’Inps, perché le assenze in ufficio per udienze, colloqui, visite non gravino più né sulla donna né sul datore di lavoro: prima eravamo costrette a firmare certificati medici per stress». E grazie alla riforma Cartabia «oggi le separazioni possono seguire due procedimenti diversi, quello ordinario e quello con “interazione di violenza” che tutela le mogli anche in sede processuale» aggiunge Manuela Ulivi, presidente della Casa delle Donna Maltrattate di Milano.
A loro e a Luisanna Porcu di Onda Rosa di Nuoro abbiamo chiesto di aprirci le porte dei luoghi dove si risponde all’emergenza: nella prossime pagine le loro testimonianze.
«Mi sono messa in ascolto»
Luisanna Porcu, psicologa, coordinatrice del Centro Onda Rosa di Nuoro e consigliera nazionale di D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza)

«Da figlia di una femminista, ho pensato che il mio attivismo potesse essere utile aiutando le donne concretamente e così mi sono avvicinata ai centri antiviolenza di Nuoro, la mia città. La prima cosa che ho imparato? È stato mettermi in una posizione di ascolto: prima di arrivare da noi, le donne vittime di violenza erano già andate a confidarsi dal prete, dal medico, dall’amica, dalla cognata, dalla mamma, e non erano mai state credute, perché per la società dovevano resistere, tenere unita la famiglia, rimanere a casa.
In 30 anni ho seguito centinaia di casi ma non dimentico le ragazze albanesi vittime di tratta, all’epoca erano giovani come me e per scappare dai loro sfruttatori dovevano cambiare nome, vita, rimanere sole al mondo. Vedere la loro forza restituiva forza anche a noi. Le storie di violenza sono purtroppo ancora tante, troppe. Oggi esistono le droghe dello stupro, le forme di controllo con le app, c’è la violenza economica anche se in casa si lavora in due. Di recente è venuta da noi una signora benestante, il marito la voleva convincere a vendere una casa di proprietà in un’altra città e con quel denaro ristrutturare la sua, di casa, magari per farci anche la piscina. E lei sarebbe rimasta senza un soldo, soggetta a controllo, violenza, svalutazione.
A un’altra signora abbiamo consigliato di trasferirsi dalla sorella in un altro Paese, da sola non avrebbe mai trovato la forza per lasciare il marito violento, aveva solo bisogno di vedere una possibilità di uscita dal suo matrimonio. Ci sono stati tanti momenti difficili e alcune volte ho avuto anche paura di ritorsioni, ho temuto per i miei due figli quando erano piccoli, ma spesso gli uomini violenti si vendicano in altri modi, per esempio screditandoci sui social, il loro vero obiettivo è riavere le loro mogli o fidanzate, non colpire le operatrici. E poi questo non è solo un lavoro: è la mia, la nostra scelta di vita».
«Ho compreso che al posto loro ci sarei potuta essere io»
Elisa Ercoli, presidente di Rete Nazionale Differenza Donna

«Ho iniziato a lavorare nell’associazione come volontaria. Nella prima notte in casa rifugio, quando ho cenato e dormito insieme alle donne ospitate mi sono resa conto che il riconoscimento della dignità umana sta nel non considerare le vittime il risultato di quello che hanno subìto. Aiutandole, ho compreso che al posto loro ci sarei potuta essere io, o la mia amica, o mia madre.
Sono poi diventata operatrice e infine responsabile di un centro antiviolenza e la cosa che mi ha sempre colpito è l’incredibile piacere di vivere quegli spazi che non sono intrisi di tristezza, ma sono luoghi di rinascita dove le donne ti insegnano il coraggio e la volontà, la lotta, la tenacia.
Ora sappiamo cos’è la violenza assistita
Accogliendo le madri con i loro figli abbiamo capito meglio la violenza assistita: un tempo si poteva dire che un uomo maltrattante fosse un buon padre, oggi no. Nelle nostre case rifugio capiamo in anticipo i nuovi ostacoli di genere, oggi per esempio è chiarissimo che il lavoro e la casa sono emergenze, due diritti fondamentali negati alle donne.
Noi operatrici abbiamo un sistema di supervisione grazie al quale le difficoltà che incontriamo sono rielaborate insieme al gruppo, alla presenza di una psicanalista esterna all’associazione. L’elaborazione collettiva rimane lo strumento più potente per fare bene questo lavoro e abbiamo sempre pensato alle case rifugio come strutture aperte dove ospitare aziende, cittadinanza, studentesse, studenti. Perché la questione più importante è che questi luoghi siano attraversati dalla vita e dal desiderio».
«È caduto il tabù dei centri anti violenza»
Manuela Ulivi, avvocata, presidente di CADMI, Centro delle Donne Maltrattate di Milano.

«Se mi sono mai portata le storie delle vittime a casa? Certo: nella mia testa tutte. A volte mi sveglio nel cuore della notte pensando a come affrontare l’udienza il giorno dopo, tante denunce di violenza vengono ancora archiviate, tanti casi involvono invece di evolversi. Ma per fortuna accade anche il contrario: molte donne si riappropriano della loro vita e aiutarle a costruire una nuova realtà è il motivo del nostro impegno e della nostra presenza. Le accogliamo su segnalazione delle forze dell’ordine o ci contattano tramite passaparola: tutte cercano un luogo dove essere ascoltate e non giudicate.
È caduto un tabù, non ci si sente più “etichettate” dentro queste stanze, a noi si rivolgono impiegate, manager, professioniste e tante giovani tra i 18 e i 25 anni che capiscono in tempo di essere in pericolo: una volta si avevano alle spalle lunghi matrimoni e abusi, oggi la violenza sulle ragazze passa per i social, per il revenge porn, per nuove forme di controllo. Quando ho iniziato negli anni ’80 mi immedesimavo nel dolore, ora penso di avere affinato la capacità di restituire alla donna quello sguardo obiettivo sulla sua storia che lei non riesce ad avere perché c’è immersa dentro.
Il nostro lavoro è verificare in fretta sia se siamo davanti a un pericolo immediato, quindi una situazione da casa rifugio, sia quando il percorso di uscita dalla violenza riguarda aspetti come l’autonomia lavorativa, la ricostruzione di sé e delle relazioni, la presa di coscienza di avere diritto a percorsi protetti durante la separazione. Ci vuole molta empatia, ma anche la giusta concretezza per allargare lo sguardo di queste donne verso il futuro».