I miei 28 giorni senza Facebook

08 09 2015 di Roberto Moliterni
26 Apr 2010, Straubing, Germany --- FILE - ILLUSTRATION - An archive picture dated 26 April 2010 shows the shadows of two persons with their laptops in front of the Facebook logo in Straubing, Germany. According to media reports, Facebook plans its initial public offering in 2012. Photo: Armin Weigel --- Image by © Armin Weigel/dpa/Corbis
26 Apr 2010, Straubing, Germany --- FILE - ILLUSTRATION - An archive picture dated 26 April 2010 shows the shadows of two persons with their laptops in front of the Facebook logo in Straubing, Germany. According to media reports, Facebook plans its initial public offering in 2012. Photo: Armin Weigel --- Image by © Armin Weigel/dpa/Corbis
Come si vive senza Facebook? Ho passato 28 giorni con il social network più usato al mondo disattivato. Ecco che cosa mi è successo.

Quando ho deciso di chiudere Facebook per ferie per un mese, più precisamente 28 giorni, ho immaginato che avrei avuto tipo delle crisi di astinenza, che sarei andato in giro col pollice verso l'alto a dichiarare la mia approvazione a qualunque cosa trovassi attorno, dalla parmigiana di mia madre a mia cugina in costume, a un pensiero profondo e arguto del mio amico Emanuele pronunciato nel cuore della notte, dopo qualche birra di troppo.

Non è successo niente di tutto questo. Dopo sette anni, due mesi e quindici giorni di ininterrotta attività su Facebook (dal 23 giugno del 2008 alle ore 12,21, quando ho stretto amicizia con il mio amico Mario Ventrelli, che mi suggerì di iscrivermi) è come se io non fossi mai stato su Facebook, e questo è successo perché ho capito una cosa importantissima sui social network.

Il mondo tecnologizzato ormai si divide in quelli che hanno Facebook, che sono la maggioranza tra quelli informaticamente alfabetizzati, e quelli che non hanno Facebook, che sono invece la minoranza.

Quelli che hanno Facebook vanno da quelli che non hanno Facebook e dicono: «ma lo sai che Rosaria si è sposata?», oppure: «Gina si è lasciata!», oppure: «Hai visto quanto è diventato ciccione Roberto?». Quelli che non hanno Facebook dicono «no, non lo so che Rosaria si è sposata/Gina si è lasciata/Roberto è diventato ciccione». Dicono anche: «Io non ho Facebook». Lo dicono con orgoglio, come quelli che dicono che non hanno la televisione.

Per 28 giorni anche io, quando mi hanno chiesto «lo sai che...», ho risposto «no, non lo so» e «non ho Facebook». Cioè ho voluto provare a passare un periodo di tempo senza sapere come va il matrimonio di Rosaria, se Gina si è rimessa assieme al suo fidanzato o se Roberto è dimagrito, oppure con le fritturine in riva al mare è diventato ancora più ciccione di prima.

Il motivo per cui non ho provato astinenza è perché ho capito la differenza che c'è fra voler sapere e sapere.

In questi 28 giorni, dei miei amici più cari, quelli veri, io ho voluto sapere cosa facessero, dove fossero e se stessero in salute o fossero emotivamente stabili, anche se non ero più su Facebook. Ho trovato, cioè, altri mezzi per sentirli e mi sono impegnato per farlo, perché volevo farlo. Perché qualcosa che mi lega a loro mi ha spinto a cercarli, anche se questo ha richiesto un impegno ben superiore a quello che richiede Facebook, per cui, cliccando su un'icona, mi ritrovo i fatti di tutti sbattuti davanti agli occhi. Anche senza volerlo davvero.

Cioè io non prenderei mai il telefono per sapere se Roberto, che non vedo da due anni e che ho conosciuto una sera a una sagra di paese, è ingrassato oppure no - non lo farei anche perché la confidenza reale fra me e Roberto non è tale da potermi permettere di chiedergli a che punto sia la sua obesità, infatti, in questi 28 giorni senza Facebook, non gli ho telefonato -, ma, se mi trovo queste informazioni davanti, io le assorbo con passività, o con il minimo sindacale di interesse, perché sono una persona curiosa, o meglio pettegola.

Facebook chiede a Roberto di mostrarsi al mondo, e lui si mostra, attratto dall'umano bisogno di vanità (ovvero dal desiderio di collezionare mi piace), per offrirsi al mio pettegolezzo.

In Facebook ciascuno di noi è allo stesso tempo venditore (di informazioni, che ci vengono pagate con la moneta  sempre più preziosa dei mi piace) e acquirente (di informazioni, per riempire i vuoti della quotidianità reale). In pratica, si vende per gloria, si compra per noia.

La differenza fra voler sapere e sapere è un po' la differenza che c'è tra la fame, quella vera, e la “voglia di qualcosa di buono” del maggiordomo Ambrogio dei Ferrero Rocher. È qualcosa che riempie una noia, un capriccio, e che non è impegnativo, non va cucinato, non va preparato. È sempre lì disponibile nella dispensa. Bisogna solo scartarlo una o più volte al giorno.

Facebook, o più in generale i social network, stanno facendo con le relazioni quello che le grandi industrie alimentari hanno già fatto con il cibo dal dopoguerra a oggi: l'hanno reso più facile, o se vogliamo più democratico, ma anche meno genuino, più piatto, più omologato e sono anche riusciti a trasformare il superfluo in qualcosa di essenziale (così come io credevo, dopo sette anni, di non riuscire più vivere senza Facebook).

In questo tempo e in questa parte di mondo, in cui tutto sembra essere troppo, troppo il cibo, troppe le informazioni, troppe le relazioni e le comunicazioni, tanto che la vera vacanza ormai è solo quella offline, dobbiamo essere grati e consapevoli di questa abbondanza, ma anche non dobbiamo mai perdere di vista, appunto, ciò che è veramente essenziale.

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