Obesità e plastica ricostruttiva

26 01 2017 di Marina Biglia
Credits: Olycom

Dopo un forte dimagrimento il corpo resta svuotato. La chirurgia ricostruttiva è il passo finale di un processo di gaurigione non solo estetica ma anche dell'anima

Il sogno ricorrente di ogni obeso è di addormentarsi una sera e, al mattino, miracolosamente, risvegliarsi magro. Sappiamo benissimo che il percorso non è stato facile, molto spesso non lineare, fra mille dossi e cunette, fra cento “adesso mollo tutto” e altrettanti cento “oggi ricomincio”. Qualunque strada si sia intrapresa per perdere peso. Quasi sempre, arriviamo alla meta, all’agognato peso ragionevole, con una stanchezza infinita, come samurai che, dopo aver tanto combattuto, vorrebbero godersi, davvero, null’altro se non un po’ di normalità.


E invece ci ritroviamo a specchiarci. E lo specchio non ci risponde, come nelle favole, che siamo i più belli del reame, ma ci mostra, impietoso, un campo di guerra, un terreno di battaglia abbandonato. In poche parole, ci esibisce, il più delle volte, un corpo sfatto, o, nella migliore delle ipotesi, il fisico di un cane di razza Sharpei, con pelle che abbonda su un fisico che, ormai, la vive solo come un esubero.
E tu, che ti eri vergognato fino a ieri, fino a 50 chili prima, di mostrarti in costume su una qualsiasi spiaggia, ora triplichi la tua vergogna, perché quel nuovo corpo che, vestito può ingannare i più, ora non lo può più fare. Ma, siccome, solo tu conosci la fatica che hai fatto per tornare a mostrarti su quella spessa spiaggia, ti chiedi cosa sia cambiato dal ciccione di allora.


In fondo chiedi solo di essere un’anonima persona su una spiaggia affollata, speri che quegli sguardi pietosi o schernenti, che il tuo corpo grasso aveva attirato, non ti sfiorino più. Ma capisci che, da quel punto di vista, non è cambiato molto.
Sei comunque guarito, ma a metà. I tuoi due corpi in uno solo, hanno comunque lasciato spazio ad un unico corpo che non ti appartiene, come un abito troppo largo.
E la risorsa qual è? O meglio qual è la cura, perché ancora di malattia stiamo parlando, ovvero delle conseguenze
legate all’obesità che ti ha fatto compagnia fino a non molto tempo fa?
Il solo grande aiuto, l’attenzione e il riguardo per te stesso ti possono arrivare dalla chirurgia plastica ricostruttiva, dove la parola “ricostruttiva” è per il malato la vera chiave di volta.
Perché, insita in questa parola, vi è la rinascita, il rinnovo e il ricreare un elemento che ora ti è estraneo: il tuo corpo.

Non è solo una questione estetica, anche se, sicuramente e giustamente, il fattore estetico ha una sua rilevanza non indifferente e sacrosanta, ma è la corretta chiusura del cerchio, il completamento di un’opera, la guarigione, nel senso più completo del termine.

Purtroppo, l’esistenza di nuovi interventi chirurgici per impadronirci nuovamente di noi stessi, per ritrovarci a vivere ragionevolmente bene con i nuovi noi stessi, non viene molto evidenziata, o, addirittura, non se ne parla minimamente, in fase di dimagramento. Pertanto, il più delle volte, il paziente si trova a non conoscere quello che, in virtù di un suo diritto di malato, gli spetterebbe come ultimo passo.
E, mi auguro, che anche lo stesso malato non veda più la cicatrice, lasciata da questi nuovi interventi plastici, come simbolo di una sconfitta, o peggio ancora, di una esagerata dimostrazione di successo. La cicatrice è il segno indelebile di cosa siamo stati, ma non è la lettera scarlatta che ci identificherà come obesi per tutta la vita.

In Giappone, quando un oggetto di valore si rompe, lo si ripara con oro liquido. È un’antica tecnica, chiamata Kintsugi, che valorizza e non nasconde le crepe. Le esibisce come un pregio: cicatrici d’oro, segno orgoglioso di ritorno alla vita. Anche per le persone obese è così. Chi ha una storia di sofferenza è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani si chiama amore, determinazione, consapevolezza, crescita.


Perché ora, su quella spiaggia, ci andremo: con le nostre insicurezze belle salde, con la paura di risentire ancora sguardi commiseranti, ma con la certezza di aver fatto un grande, grandissimo lavoro su noi stessi. Il cerchio si è chiuso: ci siamo salvati la vita. Ora non ci resta che viverla.

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