Quanto ancora c’è da fare contro la violenza di genere

23 11 2017 di Flora Casalinuovo
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I femminicidi in Italia non accennano a diminuire: solo nel 2017 ce n’è stato 1 ogni 3 giorni. Intanto, i fondi stanziati per i centri di aiuto si perdono nella burocrazia. Abbiamo provato a fare il punto della situazione

È il 2013, in Italia la parola femminicidio riempie le cronache quotidiane e la politica corre ai ripari con una nuova legge che inasprisce le pene per i reati di stalking e violenza sessuale. E con un "Piano straordinario contro la violenza di genere" che prevede anche fondi per centri di accoglienza e case rifugio. Nei mesi successivi, però, i soldi arrivano con il contagocce o se ne perdono le tracce come ha denunciato la Corte dei Conti (ce ne siamo occupate a suo tempo anche noi di Donna Moderna). Quattro anni dopo, nel 2017, alla vigilia della Giornata modiale contro la violenza sulle donne del 25 novembre, cosa è cambiato?

La situazione in Italia

Nel nostro Paese 1 donna su 3 tra i 15 e i 49 anni è aggredita dal partner. Nei primi 6 mesi del 2017 sono avvenuti 2.333 stupri. Solo il 7% viene denunciato. I casi di stalking sono 3.466.000 (Fonti: Istat, Istituto Superiore di Sanità, Ministero dell’Interno). Tante strutture sono state costrette a ridurre servizi come gli sportelli d’ascolto o le consulenze con psicologi e assistenti sociali. E lo spettro della chiusura aleggia ovunque. Di quel Piano straordinario cosa è dunque rimasto, visto che i casi di femminicidio non diminuiscono, e gli episodi di violenza, stalking, molestie, abusi di potere a danno delle donne invece aumentano?

Sono nate tante strutture, non tutte trasparenti

Nei centri si respira un’aria pesante. A Roma, per esempio, la storica Casa internazionale delle donne rischia lo sfratto. «Non è l’unica. Qualche Regione sta distribuendo i finanziamenti del biennio 2015-2016, le altre sono al palo» dice Raffaella Palladino, presidente di D.i.Re-Donne in rete contro la violenza, l’associazione che coordina oltre 80 centri italiani. «Il governo eroga 10 milioni di euro all’anno, da dividere tra le Regioni a seconda del numero di strutture presenti». E qui nasce il problema. «Nel 2013 c’erano 188 centri e 163 case rifugio, oggi i primi sono 296, le seconde 258. Questo boom fa sorgere tanti, troppi, dubbi» prosegue Raffaella Palladino. «Dovrebbero essere luoghi operativi da almeno 5 anni e specializzati, invece si dichiarano centri degli sportelli gestiti dal Movimento per la vita o da onlus che si occupano di povertà, anche perché basta l’autocertificazione per far partire la richiesta di fondi. Abbiamo chiesto più trasparenza e velocità alle Regioni, ma non l’abbiamo ottenuta».

La mancanza di progetti e fondi a lungo termine

E purtroppo anche quando i soldi arrivano, il quadro non cambia, perché con meno di 10.000 euro all’anno, in media, si pagano giusto le bollette. Il resto rimane sulle spalle dei volontari. «Mancano progetti a lungo termine» nota Palladino. «Si è visto anche con il famoso Piano straordinario contro la violenza, che doveva diventare ordinario proprio per dare continuità a interventi e prevenzione. Dopo un anno passato a scriverlo, abbiamo ottenuto solo un quadro strategico, ovvero un programma che dovrebbe portare al documento definitivo. Peccato che non si parli dei fondi e alla fine ci si concentri su ministeri, ospedali e forze dell’ordine, senza coinvolgere i centri antiviolenza. Tra qualche mese, poi, il governo finirà il suo mandato e si andrà al voto. La violenza di genere sarà una priorità del nuovo esecutivo o finirà di nuovo nel dimenticatoio?».

Crescono i movimenti in Rete e aumentano le segnalazioni

Da Hollywood l’onda lunga di sdegno partita con il caso Harvey Weinstein, il produttore americano accusato di molestie da decine di attrici, è arrivata fin qui. L’hashtag #MeToo ha inondato la Rete, e non solo, dando il via a un fiume di testimonianze e denunce. L’impatto emotivo è stato enorme, come dimostra anche la vicenda dei “provini hot” che il regista Fausto Brizzi avrebbe fatto ad alcune ragazze nel suo studio. Ma basterà a fermare la spirale di abusi?

«Il coming out di queste donne è un passo decisivo perché quello che manca spesso alle vittime è proprio il coraggio di denunciare» racconta Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente dell’associazione Telefono Rosa, da anni in prima linea. «Vedere che a uscire allo scoperto sono attrici famose rompe un tabù e può aiutare tante giovani. Ma nel nostro Paese sono state attaccate, parecchi hanno messo in dubbio la loro onestà. Così si torna indietro: la solidarietà e l’appoggio devono essere incondizionati, sempre, perché solo un movimento compatto ottiene l’attenzione delle istituzioni e può quindi cambiare le cose. Altrimenti si rischia che, finito il momento di clamore, ci si dimentichi l’emergenza».

Sono tanti i mariti, padri e fidanzati dalla nostra parte

Per rafforzare l’attenzione non bisogna dimenticare che l’universo femminile non è l’unico protagonista del problema. «Ci concentriamo sulle vittime, che sono una faccia della medaglia: dall’altra parte abbiamo gli uomini» prosegue la presidente di Telefono Rosa. «Che sono, certo, gli aguzzini da fermare e punire. Ma il passo più importante è coinvolgere la maggioranza di mariti, colleghi e fratelli che invece sono al nostro fianco, e risvegliare il loro orgoglio. Allora, ben vengano iniziative come #dauomoa uomo, lanciata da un gruppo di ragazzi toscani, che sta raccogliendo video e racconti in cui i maschi ammettono i propri errori e si impegnano a cambiare. Non possono essere le donne, da sole, a guarire una piaga che non hanno creato». Già, perché gli abusi non sono soltanto un problema di Hollywood e non avvengono solo in camera da letto, ma in strada, in ufficio. Non si “riducono” a uno schiaffo, ma nascono come un insulto o una limitazione alla libertà.

Mentre i fondi stanziati per i centri di aiuto si perdono nella burocrazia, emergono nuove forme di abuso: gender gap, odio online, mansplaining. Come sottolineano qui 5 scrittrici, giornaliste e attiviste.

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