Quando l’Alzheimer strappa un sorriso

26 01 2017 di Flavio Pagano

L'Alzheimer coinvolge in Italia 700.000 pazienti e milioni di “caregivers”, familiari che si prendono cura giorno e notte di chi soffre di questa malattia. Lo scrittore Flavio Pagano ci racconta le storie di un'umanità che non conosciamo. Qui pubblichiamo la diciassettesima puntata

Non facciamoci illusioni, non è la regola. E non è nemmeno frequente che l'Alzheimer, questo male oscuro che fa sciogliere l’identità dei nostri cari come neve al sole, ci offra l’occasione di un sorriso: però succede.

Ed è proprio questo che mi è accaduto giorni fa, nelle mie avventure alzheimeriane con mia madre, novant’anni, gli ultimi dei quali passati in un lento ma inesorabile svanire della sua memoria, della sua coscienza, della sua capacità di interagire con il mondo intorno a lei.

Mentre ero con lei, e riflettevo su certi suoi recenti momenti di delirio più preoccupanti del solito, in cui aveva parlato di un terzo figlio che in realtà non ha, attribuendogli tra l’altro vicende assolutamente surreali, mi accorsi che all’improvviso nel suo sguardo stava riemergendo un barlume di coscienza.

È un po’ come quando si vede qualcosa riemergere dalle profondità del mare: prima s’intravede un’ombra, poi quell’ombra prende vagamente forma, colori, e infine appare nitidamente in tutte le sue sembianze. Lo stesso accade quando chi è sprofondato in se stesso ritrova per un momento la via d’uscita, e ricompare nel mondo che noi consideriamo l’unico legittimo.

Lo sguardo di mia madre riprese all’improvviso forma, la luce dei suoi occhi si riaccese, riapparve il miracolo della coscienza, anzi dell’anima, che si riaffacciava nelle sue pupille. Subito dopo, a quello sguardo si affiancò il compagno di sempre: un sorriso. E, sempre sorridendo, si sporse verso di me come se le suscitassi un’irrefrenabile curiosità.

Mi osservò attentamente. Ebbi quasi l’impressione che, per riconoscermi, per decifrarmi fino in fondo, mi annusasse.

Poi, tutt’a un tratto, mi chiese a bruciapelo: «Ma tu, sei veramente mio figlio?».

«Sì...» risposi, spiazzato dalla sua domanda.

Lei sembrava scettica, e infatti insistette: «Sei sicuro...?».

«Certo» ribadii. «Sono Flavio!».

«Mamma mia...» mormorò lei, delusa. Scuoteva la testa, come se qualcosa la preoccupasse profondamente.

«Qualcosa non va?» le domandai, cercando di non guastare quel momento di normalità che era affiorato nel nostro dialogo.

Lei esitava, si schermiva. Era chiaro che c’era qualcosa che voleva dire, ma che al tempo stesso non aveva il coraggio.

Allora per metterla a suo agio le sorrisi anch’io, e la invitai a parlare senza timore, qualsiasi cosa avesse da dire.

Finalmente si convinse, e mi chiese: «Scusa, tu dici che sei mio figlio, ma... quanti anni hai?».

«Cinquantaquattro».

«Ah!» esclamò lei. E, in dialetto, per esprimere la massima sincerità, mi domandò tutta preoccupata: «Ma allora io quanti anni c’ho, se tengo un figlio accussì viecchio?».

«Eh» le risposi io divertito, «tu ne tieni novanta, mamma: però te li porti proprio bene!».

Lei mi squadrò, fece un’espressione severa da giudice imparziale, e replicò: «Tu invece, no! Tu te li porti proprio male! Come sei vecchio...».

«Grazie, mamma» risposi. E risi così di gusto che mi vennero gli occhi lucidi. Ma forse un po’ mi vennero anche perché, quando si sta con un malato di Alzheimer, in fondo è un eterno stare col piede sul predellino di un treno in partenza. Un continuo, estenuante e doloroso dirsi addio.

Oggi però ci siamo fatti una risata, mamma: e quell’addio, come per magia, è diventato per un attimo leggero e pieno di ottimismo come il più dolce e sereno degli arrivederci.



Lo scrittore Flavio Pagano ha cominciato a occuparsi di Alzheimer quando la malattia ha toccato la sua vita, colpendo la madre, esperienza da cui è nato il romanzo-verità Perdutamente (Giunti). Questo è il diciassettesimo intervento di una serie, "Mai soli", che vuol raccontare e ascoltare l’universo parallelo che è l’Alzheimer. L'universo di coloro che ne sono colpiti e di chi li assiste, perché curare vuol dire prima di tutto prendersi cura dell’altro. 

Le altre storie:

1. Il giorno che mia madre non mi ha riconosciuto

2. L'istituto dove i pazienti si sentono a casa

3. Accanto a chi è malato fino all'ultimo respiro

4. La mia mamma malata mi ha accompagnato all'altare

5. La nonna che non ricorda mai che giorno è

6. Quando si arriva a dire: «Non ce la faccio più»

7. Com'è vivere accanto a chi c'è ma non c'è più

8. Perché la casa di riposo fa paura

9. Alzheimer, prevenirlo (un po') forse si può

10. L'Alzheimer è un ladro bastardo (ma misericordioso)

11. Anche un sogno aiuta a stare meglio

12. La casa dove i nonni tornano bambini

13.Il ruolo eroico delle famiglie dei malati

14. Innamorarsi a 90 anni si può

15. Quel Natale lontano della mia mamma

16. Cosa pensa una madre (con l'Alzheimer) dei propri figli...

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