Quell’illusione di controllare la natura

25 07 2017 di Annalisa Monfreda

Cosa ho imparato dalla gente di vulcano sui luoghi di confine tra città e natura. E su uomini e orsi che li oltrepassano...

«Quella è la colata del ’91: ha ridisegnato la valle del Bove», mi indica Domenico, proprietario di un agriturismo sulle pendici dell’Etna. «E la vedi lassù, la striscia nera che scende sopra le vostre stanze? È la colata di marzo. Si è fermata appena in tempo».

«Se fosse arrivata più giù?», gli chiedo, osservando il complesso di edifici in pietra lavica che ha costruito con le sue mani e che sua moglie Lucia, maestra di scuola e istruttrice di yoga, ha arredato contaminando la tradizione sicula con pezzi indiani.

«Avremmo ricostruito. “A muntagna” è così, non la puoi domare».

No, la lava non si può fermare. «Qualcuno si vanta di esserci riuscito, con blocchi di cemento e dinamite. Ma la verità è che si è voluta fermare lei», mi dice Ludovico, guida naturalistica, mostrandomi un video girato a pochi metri dal fronte lavico. «Quando osservi il lentissimo movimento di questo fiume rosso puoi solo sperare che si fermi davanti alla porta di casa tua. Perché se prosegue, la sua forza è inarrestabile: sommergerà e brucerà qualunque cosa».

Gli strumenti dell’uomo per prevedere le eruzioni sono sempre più raffinati. «Eppure la vulcanologia rimane una disciplina misteriosa: nessuno è stato dentro a un vulcano», spiega Marco, che da 15 anni accompagna studiosi e viaggiatori al cratere centrale.

Le genti di vulcano, ovunque le incontri, sono così. Fanno a gara per avvicinarsi al fronte lavico nelle notti stellate, sciano a pochi metri dal fiume rosso ardente, ma ne rispettano il mistero, ne temono la forza. Vivono a contatto con una natura violenta e imprevedibile. Ma né la sottovalutano né si accaniscono contro: la rabbia la riservano a chi spende milioni per deviare il percorso della lava, non certo alla montagna che si risveglia.

Sul volo che mi riporta da Catania a Milano leggo della caccia all’orso che si è aperta in Trentino, dopo il ferimento di un uomo. E ripenso a tutti quei luoghi di confine tra città e natura dove non c’è un vulcano attivo a ricordare chi comanda. Ripenso a chi tra Otto e Novecento ha ammazzato gli orsi per fare spazio agli uomini. E a chi, 15 anni fa, ha voluto riparare il torto riportando gli orsi in una terra ormai troppo antropizzata.

Non hanno tutti peccato di presunzione?

Non hanno tutti agito nell’illusione, eterna e infantile, che la natura si possa controllare?

Credits: Ansa
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