3 metodi per salvare la scuola pubblica

Una scuola nuova mette voglia di studiare a tutti. Anche ai più svogliati. È la tesi del film Classe Z, in uscita il 30 marzo, che racconta le “avventure” di una sezione in cui sono stati confinati i casi disperati del liceo. Quando, però, un professore si mette a fare lezione in stile L’attimo fuggente, pellicola cult degli anni ’80, i ragazzi iniziano a applicarsi. Miracoli che succedono solo al cinema? Non sempre. La scuola pubblica italiana è in grande difficoltà, ma è pronta a rimettersi in gioco.

L’Istat rivela che i nostri docenti dichiarano una forte passione per il proprio mestiere: l’80% di loro, se tornasse indietro, lo sceglierebbe ancora, anche se appena il 55% di maestri e professori è disponibile ad aggiornarsi. Diverso il gradimento delle famiglie: tra i genitori, solo 1 su 2 è contento della qualità delle lezioni, mentre fra gli studenti l’apprezzamento è drammatico: è sotto il 20%.

La nostra scuola è vecchia?

«La scuola di oggi non piace soprattutto perché è vecchia» sostiene Giacomo Stella, autore di Tutta un’altra scuola. Quella di oggi ha i giorni contati (Giunti). «Aule e metodi sono gli stessi che hanno ospitato i genitori dei ragazzi dagli anni ’70 in poi. Solo che, in una generazione, la società si è evoluta in maniera velocissima. “Se trovo tutto sul web, a che serve studiare?” si chiedono gli studenti e, in parte, i professori di oggi». Tra i punti critici: l’insegnamento frontale (docente in cattedra, studente seduto che ascolta la lezione) e la logica del sacrificio: «Ancora crediamo che una scuola è buona se si fa fatica a imparare» riflette Stella.

«Quando vanno tutti bene si dice che l’insegnante è largo di manica. Quando vanno male che non sa insegnare. L’unico pungolo che offriamo ai ragazzi è il voto: uno spauracchio deleterio. Da 1 a 10 posso valutare il servizio di un call center, non uno studente nel pieno della crescita. Un 4 alle elementari è come una gelata su una pianta: non dà più frutti». Oltre alle problematiche classiche - che però attengono più alla burocrazia della scuola, come la mancata copertura delle cattedre o le classi pollaio - sotto accusa c’è soprattutto la didattica, che spesso si pensa ad aggiornare semplicemente dotando le aule delle Lim, le lavagne interattive. Utilissime, certo: ma non esauriscono il bisogno di rinnovauna gelata su una pianta: non dà più frutti». 

Oltre alle problematiche classiche - che però attengono più alla burocrazia della scuola, come la mancata copertura delle cattedre o le classi pollaio - sotto accusa c’è soprattutto la didattica, che spesso si pensa ad aggiornare semplicemente dotando le aule delle Lim, le lavagne interattive. Utilissime, certo: ma non esauriscono il bisogno di rinnovare un metodo obsoleto, ormai, per la società, gli studenti e i genitori di oggi.

1. I libri su misura

Nonostante le difficoltà, l’istruzione in Italia sta facendo passi da gigante per cambiare: la scuola 3.0 esiste e potrebbe diventare un modello per il futuro. Ashoka, organizzazione per l’innovazione sociale, ha stilato una mappa degli istituti più innovativi del nostro Paese, e la sorpresa è che il 95% è pubblico. Sono 573 le scuole che aderiscono alla rete delle Avanguardie educative, promossa da Indire (Istituto nazionale di documentazione e ricerca educativa): «Gli istituti e i loro docenti mettono a punto progetti di cambiamento, in modo spontaneo e senza fondi extra» osserva Elena Mosa, ricercatrice di Indire. «Non è un’imposizione del ministero, e per questo funziona: sul nostro sito c’è la mappa delle strutture che aderiscono».

La missione? Adeguare lezioni, spazi e tempi scolastici alla società di oggi. «Per esempio i libri parlano una lingua lontana dai ragazzi e vengono sostituiti con i “book in progress”: testi misti, in forma cartacea e digitale, scritti su misura dagli insegnanti. Sono chiari e economici» spiega l’esperta. Anche l’orario scolastico si evolve, in versione compatta è più efficace: «Gli alunni sono disorientati davanti a tante materie: meglio farne metà il primo quadrimestre e metà il secondo» spiega Mosa. «Così, oltre all’argomento c’è tempo per approfondire il rapporto tra ragazzi e docenti».

2. Le lezioni capovolte

Stare attenti e fare i compiti: un dramma per tutti gli studenti. E se li invertissimo? L’idea più popolare del rinnovamento scolastico è la “flipped classroom”, vale a dire la classe capovolta, per cui la lezione si fa a casa e i compiti a scuola. I primi esperimenti risalgono all’inizio degli anni ’90 in America, per risolvere il problema dell’assenteismo dei ragazzi soprattutto nelle zone rurali del Paese: ci si è accorti che il metodo non solo migliorava l’apprendimento, l’interesse e la motivazione tra allievi, ma anche tra gli insegnanti. In Italia le classi capovolte arrivano nel 2012.

Come funzionano? «Gli studenti guardano un video girato dal docente o un documentario sull’argomento, a casa. Il giorno dopo, in classe, si prepara una tesina o un lavoro multimediale sul tema» spiega Elena Mosa di Indire. «In fondo, le flipped classroom le aveva già inventate 2000 anni fa Socrate insegnando ai suoi allievi che il sapere non si trasmette, ma si raggiunge tramite un processo di ricerca» aggiunge Giacomo Stella. «La conoscenza è come un cappotto: se non ho un gancio dentro di me a cui appenderla, cade».

3. Il progetto senza zaino

Banchi, sedie e lavagna si spostano durante la lezione. Nell’aula 3.0 lo spazio si apre e accoglie la tecnologia, insieme a una nuova didattica. Si chiama “apprendimento intervallato” o “spaced learning”: «Secondo le neuroscienze, l’attenzione ha un tempo limitato e non ha senso forzarla oltre» osserva Elena Mosa di Indire. «L’insegnante che segue questo metodo spiega per 10 minuti, poi fa una pausa. I ragazzi si alzano, chiacchierano o guardano il tablet, dopo si riprende lo stesso argomento ma ci si sposta davanti alla Lim, poi ancora un break».

Scardinare l’assetto della classe è anche alla base del Progetto “Scuola senza zaino”, nato nel 2002 in Toscana e presente in 174 istituti elementari italiani. Ci si libera della cartella: libri, matite, quaderni si trovano a scuola e si dividono con i compagni. Il concetto di comunità si applica anche alla didattica: la classe è uno spazio dove si lavora in gruppo e ci si confronta. «Alunni e genitori sono entusiasti» spiega Daniela Pampaloni, responsabile nazionale del progetto. «Le criticità emergono quando i bambini passano alle medie e non trovano lo stesso metodo: possono avere difficoltà perché non sono abituati a stare 6 ore seduti ad ascoltare la lezione in modo passivo. Il loro entusiasmo per il sapere e la scuola ne risente».

L'officina democratica

Uscire dal sistema scolastico e costruirne uno proprio. È successo a Lucio Basadonne e Anna Polio, che hanno scelto di iscrivere la loro figlia Gaia, 8 anni, in una scuola democratica di Genova. Si chiama L’Officina del crescere: qui genitori ed educatori decidono liberamente come istruire i bambini. La loro esperienza è diventata un documentario con il titolo Figli della libertà, proiettato in 40 sale. 

Il metodo Montessori

Ha un modello educativo di 100 anni fa, ma è ancora attuale: il metodo Montessori oggi viene offerto in 350 scuole primarie, 37 nidi e 256 materne. «Riceviamo continue richieste, da Nord a Sud, per creare sezioni nelle scuole pubbliche» dice Anna Allerhand dell’Opera nazionale Montessori. «Il motivo? Le idee come lo sviluppo delle potenzialità di ognuno e il sostegno dei talenti individuali sono uno strumento valido per gestire classi sempre più eterogenee, anche con bambini stranieri».

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