Vedi il claim sullo schermo che recita: “Ravagnani, da Dio alla TV. Credibile?” e già da qui, si capisce tanto del registro che guiderà l’intera intervista. Il giornalista Pierluigi Diaco, già noto per alcuni interventi al limite della provocazione avuti in passato, ha invitato nello studio del suo programma “BellaMa’” su Rai 2 Alberto Ravagnani. Un ex prete, diventato celebre sui social come divulgatore e oggi concorrente nel cast di “Ballando con le Stelle”. A un professionista del settore, di fronte a un percorso di vita così peculiare, verrebbe in mente di chiedere tantissime cose: il peso di una scelta radicale, il passaggio dalla tonaca alle luci della ribalta, le sfide della sua vita attuale o i sogni sui progetti futuri. E invece no, la conversazione ha preso una piega decisamente diversa – perché non parlare di sesso?

L’intervista fuori luogo di Diaco a Ravagnani

Diaco si innalza a paladino della verità, sentendosi forse l’unico conduttore ad avere il coraggio di porre certe domande. Dopo un lungo preambolo sulla presunta sincerità e sul tatto che Ravagnani meriterebbe in quanto persona, pone un quesito piuttosto spiazzante: “Ma tu sei attratto dagli uomini o dalle donne?”. Nessuna gag, nessun registro ironico preparato. Diaco è serio e ha addirittura il coraggio di parlare di ipocrisia. Vista la riluttanza dell’intervistato, infatti, secondo la visione del presentatore determinati dettagli andrebbero divulgati chiaramente, senza girarci intorno.

Viene quasi da chiedersi se, per il giornalista, esista davvero un diritto collettivo a conoscere la sessualità altrui, ancor più se si tratta di un ex sacerdote, come se l’Italia intera avesse un disperato bisogno di saperlo. Chissà in quale articolo del codice deontologico Diaco ha letto che la morbosità è un dovere professionale.

Ieri come oggi: come i media violano il privato in nome dello share

L’incursione del presentatore nella vita privata del suo ospite non è un caso isolato, ma l’ennesimo capitolo di una storica e morbosa tendenza del giornalismo d’intrattenimento. Impossibile non pensare al 1993, quando Oprah Winfrey, davanti a milioni di telespettatori, chiese a bruciapelo a Michael Jackson se fosse ancora vergine. O ai primi anni 2000, quando i media esercitarono per anni una pressione asfissiante sulla presunta castità di una giovanissima Britney Spears. Il meccanismo non è mai cambiato.

È lo stesso schema che spinse i tabloid a incalzare anche Lady Gaga con rumor sulla sua identità di genere e sul suo corpo. Andando ancora più a ritroso negli anni, la cronaca si è trasformata spesso in una vera e propria caccia all’uomo per estorcere il coming out, come successe a George Michael e Ricky Martin, o, in tempi più recenti, al nostro Tiziano Ferro. Ieri come oggi, l’obiettivo editoriale resta identico: sradicare il confine dell’intimità per trasformare l’orientamento sessuale di una persona in una proprietà pubblica, un trofeo da esibire in nome dello share.

Lo scudo dei “rumors” e il disagio in diretta

Per giustificare l’incursione nel privato del suo ospite, Diaco si fa scudo parlando del fatto che spesso a Ravagnani vengano rivolte battute o commenti sulla sua sessualità, avvalendosi di una sorta di “dovere di cronaca” che lo autorizzerebbe a estrapolare la verità. Dall’altro lato, però, c’è un uomo visibilmente imbarazzato.

Ravagnani trova i modi, anche fin troppo educati, per rispondere e difendere i propri confini. Diaco insiste, dicendo di percepire i commenti offensivi rivolti all’ex prete, eppure lo stesso interessato smentisce fermamente questa urgenza mediatica. L’ospite dichiara infatti di non riconoscersi affatto in quella narrazione e che nessuno, fuori da quello studio, manifesta una simile intrusività per i suoi dettagli intimi.

Quando la curiosità calpesta la vita privata

Il livello di intrusività tocca l’apice quando il giornalista chiede a bruciapelo all’ex prete se abbia già “sperimentato la sua sessualità” dopo l’addio alla tonaca. Di fronte a un legittimo silenzio, Diaco si altera, forse spaventato che il suo share possa crollare, asserendo che l’ospite abbia il dovere di fare chiarezza davanti al pubblico. Proprio così, dovere, come se l’orientamento sessuale di un cittadino fosse una notizia di interesse pubblico.

Quando l’ex prete gli fa notare il giudizio, Diaco ammette la sua volontà di porre domande al limite della maleducazione, salvo contraddirsi sostenendo di muoversi con molto tatto. Un controsenso totale, dinanzi al quale perfino un elefante in una cristalleria avrebbe mostrato più delicatezza. Il conduttore spaccia così l’aggressività per sincerità e liquida il palese imbarazzo di Ravagnani bollandolo come un’incapacità di reggere un confronto onesto.

Proprio in questo atteggiamento si condensa l’essenza del problema: il giornalismo smette di informare per diventare semplice pettegolezzo, trasformandosi in un pretesto per violare la dignità e la riservatezza altrui.

Dal piccolo schermo alla vita vera: la morbosità collettiva dei nostri giorni

Questo episodio conferma che i media faticano a perdere il vizio di scassinare la serratura della sfera privata, alimentando un comportamento che si riflette direttamente nella vita di tutti i giorni. Questa perenne ossessione collettiva non si limita agli schermi televisivi, ma si replica quotidianamente nei contesti lavorativi, familiari o sui social, dove spesso ci si sente autorizzati a sindacare sulle scelte sentimentali e sull’intimità altrui.

Finché una persona si sentirà in obbligo di fare coming out per essere accettata, o peggio ancora subirà outing, trovandosi a giustificare il proprio orientamento e le proprie scelte affettive per mettere a tacere i pettegolezzi, e finché a una donna verrà chiesto quanti partner ha avuto per valutarne l’affidabilità, la società continuerà a legittimare un’indiscrezione morbosa che confonde il giudizio personale con la libertà individuale. La vita privata altrui non deve soddisfare la nostra sete di curiosità, né deve rappresentare un parametro di accettazione sociale.

E nel caso non lo sapeste, comunque, Pierluigi Diaco ha tenuto a rassicurare il pubblico di aver lavorato molto alla preparazione di questa intervista. Menomale.